R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il chitarrista ventiseienne Alessio Piro ha trasformato in musica un anno della sua vita vissuta in Lapponia, quasi al confine del mondo. Nato in Texas, cresciuto a Ravenna, Piro ha trascorso dodici mesi a Tromsø, nel nord della Norvegia, a ridosso del circolo polare artico. È la città da cui partì Amundsen nel 1928 per tentare inutilmente ma generosamente – pagò con la vita questo suo coraggio – di portare soccorso a Umberto Nobile, schiantatosi sui ghiacci col dirigibile Italia. Piro ha dunque registrato e mixato il suo primo lavoro per Dodicilune, Tromsø Suite, proprio nella città norvegese, mentre la masterizzazione dell’album è avvenuta in Italia. Non è un lavoro sulla Norvegia, beninteso, ma sulla eventuale trasformazione che quel Paese potrebbe operare su chi l’attraversi e si ritrovi anche a viverla per un certo periodo. È il resoconto sonoro di un anno vissuto lontano da casa, in una regione dove il tempo sembra appartenere a un’altra fisica, con un diverso magnetismo terrestre e probabilmente anche una differente grammatica sentimentale, dato che l’esperienza nordica viene qui a funzionare come lente di ingrandimento emotiva.

I quattro brani presenti nell’album — tre performati in sestetto e il conclusivo per quartetto d’archi — sembrano respirare quella luce malferma che per mesi non si decide mai a diventare giorno. In quei lassi temporali si può vivere qualcosa che assomiglia ad un senso di precarietà, una sospensione che lascia una sorta di curiosa incertezza, rubando questo termine proprio al titolo di uno dei brani dell’Autore. L’operazione condotta da Piro in Tromsø Suite si colloca in una linea estetica che interseca jazz cameristico, scrittura orchestrale contemporanea e una memoria stilistica riecheggiante grosso modo, talvolta inconsapevolmente, il jazz-rock dei ’70 e qualche suggestione latina propria del decennio precedente. Si tratta di frammenti storici che Piro non cita mai frontalmente ma che sembrano aver lasciato in lui una traccia secondaria, quasi marginale ma facilmente percepibile. Ne risulta un lavoro calibrato, misurato, dove la materia musicale è distribuita con parsimonia, dosata attraverso un accumulo di temi ben ponderati e dove del resto ogni suono sembra provenire da una distanza non misurabile, familiare e insieme disancorato, vibrando di un’energia tenue e persistente. Ma non ci troviamo di fronte ad un diario vero e proprio, non è un omaggio specifico a chicchessia né un reale concept. Sembra invece un passaggio esperienziale colto nel momento più vitale della carriera ascendente d’un musicista giovane e preparato, che comincia a testare seriamente le sua capacità di tradurre musicalmente la realtà che lo circonda. Le tre tracce per sestetto delineano una variegata densità di umori, senza che questi diventino poco coesi o dispersivi, ma restano comunque argomento a parte rispetto all’ultimo brano dei quattro in totale, riservato al quartetto d’archi – in effetti ci troviamo più vicino all’ambito di un EP per via del minutaggio poco al di sotto dei trenta minuti. L’opera non mira quindi alla descrizione musicale di un luogo quanto alla trasposizione di un processo formativo individuale. Ciò che Alessio Piro ricostruisce non è in definitiva la Norvegia, ma l’effetto della stessa sulla propria coscienza creativa. L’elemento geoculturale — la Tromsø dei mesi senza sole e delle aurore boreali — non è il tema, ma una condizione, un contesto che ha permesso all’autore di riconsiderare le proprie strutture interiori e, mutatis mutandis, successivamente, le architetture compositive. Da questo spaesamento fertile è derivato un affinamento dei sensi, come se la Norvegia, e Tromsø in particolare, fossero diventati un laboratorio affettivo, un luogo dove certi incontri non passano inosservati – vedi A Mari, terza traccia dell’album. Non stupisce allora che quest’opera sembri esprimere a volte delle confessioni disarmanti, raccontate con la medesima naturalezza con cui questa stessa musica è stata realizzata. La formazione che segue le elettriche idee chitarristiche di Piro è costituita da Amanda Antonsen al sax contralto e alla voce, Brage Sigerstad al sax tenore, Bendik Vaaja Aspaas al pianoforte ed alle tastiere ed inoltre agli interventi vocali, Amund Bellika al basso elettrico, Torkil Vollstad-Giæver alla batteria e percussioni. Il quartetto d’archi vede all’opera Jakob Rortveit e Martin Tan ai violini, Emma Morkved alla viola e Johanna Von Bleichert al violoncello.
Time Remembered è un famoso brano di Bill Evans composto nel 1962 che apparve per la prima volta nell’album Bill Evans Trio With Symphony Orchestra (1966). La chitarra arpeggiata dell’Autore s’impegna in due accordi reiterati sui quali il contralto entra in scena, ben presto seguito dal tenore, dal pianoforte e naturalmente da una ritmica piuttosto brillante. La strumentazione raggiunge un pieno soddisfacente ma poi tutto si dirada a favore di un assolo di basso elettrico, con la chitarra che vibra in sottofondo. Tutt’attorno allo strumento di Bellika crescono via via con discrezione anche gli altri fino a quando, tra tutti, emerge la chitarra di Piro con il contrappunto dei fiati e del piano. Proprio la tastiera di Aspaas chiude la sequenza degli assoli prima della ripresa del tema, mentre il brano si spegne tra le braccia degli arpeggi di chitarra.

Crepuscolo/Incertezza inizia quasi come un promettente e scuro blues ma in realtà, come affermano le note stampa, pare ispirato dai colori del cielo invernale di Tromsø. Forse un‘aurora boreale vista non solo come fenomeno suggestivo ma anche simbolicamente come condizione di mutabilità interiore. I fiati di Amanda Antonsen e Brage Sigerstad sigillano un’atmosfera solenne, ripetitiva e un po’ misteriosa mentre tutto diventa lento, denso, quasi rituale. La batteria pare simulare un cammino difficoltoso ma poi la musica sembra aprirsi – mi ha ricordato certi passaggi mingusiani – per richiudersi di nuovo attorno ad un mormorio di basso, chitarra e secchi suoni percussivi. Un assolo tranquillo di Piro, piuttosto bluesy, indirizza la seconda parte del brano verso climi jazz-rock e stigmatizza forse uno tra i momenti migliori dell’album. Un’iniziale contrazione dinamica sembra portare la musica verso momenti d’improvvisazione pura, col pianoforte impegnato in scale bebop ed accordi leggermente dissonanti. Sale la tensione, s’incrementano i volumi per poi, come sulle montagne russe, ridiscendere di nuovo con un sax tenore che canta melodie notturne. Il brano, nel complesso, è assai ricco e interessante, sebbene piuttosto discontinuo. A Mari rompe l’incantesimo del Nord e, con esso, ogni eventuale rigidità tematica. L’inizio si dondola sugli arpeggi addolciti dal tocco della chitarra di Piro, inizialmente seguita solo dal basso. Poi entrano le percussioni con il batterista Vollstad-Giæver che sembra alludere a Rio de Janeiro piuttosto che a Tromsø, insieme al piano e ai fiati in una sorta di samba dalle varie sfumature malinconiche. Il brano è dedicato ad una ragazza brasiliana, un incontro evidentemente importante per l’Autore che la celebra in questo scorrevole frammento, quasi una colonna sonora di un film anni ’60, dove il circolo polare sembra sempre meno artico e molto più latino. Tromsø Quartet appartiene ad un altro pianeta e si avvicina molto ad impronte classico-cameristiche, forse frutto di suggestioni che provengono da autori minimalisti come Arvo Pärt o comunque dalla musica per archi del ‘900. In effetti questo è il momento più formalmente compiuto dell’album. Il ricorso a un quartetto d’archi restituisce una dimensione più nitida, con passaggi che evocano la scuola nordica, in particolare certe inflessioni che rimandano a Grieg. Il brano non è un epilogo ma in qualche modo una consacrazione delle capacità compositive di Piro. Gli stessi archi oscillano tra una sorta di solennità e momenti di pizzicati improvvisi, come se l’autore volesse ricordare che anche la Natura più maestosa lascia trapelare piccole incrinature e discontinuità. È un finale serio, concreto, venato di malinconia che non chiede empatia ma solo contemplazione e silenzio.
Tromsø Suite è il tentativo, raro e onesto, di riportare a casa un’esperienza senza tradirla. Funziona come testimonianza, costituendo un ponte tra un luogo e la poetica espressiva di un musicista che ci invita a considerare la musica non come un prodotto da consumare, ma come un atto di completamento e di rivelazione. Le composizioni si fanno veicolo di un’esperienza intima e radicata nel profondo dell’Autore. Questa musica riflette il paradosso stesso della realtà che Piro ha vissuto, un paesaggio dove la luce e il buio coesistono in una danza instabile, dove la polarità tra il giorno e la notte non è mai netta, ma sfumata e sospesa. In questa dilazione, la musica di Piro diventa il linguaggio che più ci appartiene. Non una fuga verso l’astratto, ma una riconciliazione con quella realtà attorno a noi che non possiamo mai affermare davvero di conoscere interamente.
Tracklist:
01. Time Remembered (06:48)
02. Crepuscolo/Incertezza (10:10)
03. A Mari (dedicado a uma menina de Floripa, que viajou para Kautokeino) (4:52)
04. Tromsø Quartet (07:15)





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