C H I E D O _ A L L A _ P O L V E R E
Da vent’anni Vittorio organizza un festival rock con ospiti internazionali del calibro di Steve Lukather, Carl Palmer e Paul Gilbert, giusto per citarne alcuni, a Martirano Lombardo: un paesino di novecento abitanti che lombardo non lo è affatto, essendo arroccato sulle montagne del Reventino, in provincia di Catanzaro. Un’impresa che sembrava persino più improbabile del ponte sullo Stretto.
Quest’anno sul palco c’erano, tra gli altri, Carl Sentance e Rowan Robertson.
Sentance ha alle spalle una carriera abbastanza articolata da rendere complicato riassumerla: Persian Risk, Krokus, Don Airey e, da oltre dieci anni, i Nazareth. Robertson, invece, è il chitarrista che Ronnie James Dio scelse quando aveva appena diciassette anni e con il quale incise Lock Up the Wolves.
La scaletta della serata pescava soprattutto dal repertorio dei primi Rainbow e dei Black Sabbath dell’era Dio, con qualche brano tratto da Holy Diver. Insomma, materiale che non consente molte scorciatoie, soprattutto a chi deve cantarlo.
Sentance è stato notevole. Non soltanto perché arrivava dove doveva arrivare, ma perché lo faceva senza dare l’impressione di essere impegnato in una prova di sopravvivenza. Voce potente, presenza scenica e una facilità sorprendente nello stare dentro un repertorio costruito sulle corde vocali di Ronnie James Dio.
Robertson mi è sembrato più affaticato e meno convincente. Ma Sentance bastava e avanzava.

Prima del concerto mi ero portato dietro un paio di CD da farmi autografare.
Per Robertson non è che ci fosse molto da scegliere: Lock Up the Wolves.
Con Sentance mi ero potuto sbizzarrire. Avevo portato Rock the Cradle degli italianissimi Crossbones, disco che appartiene a una fase lontana della sua carriera e che mi sembrava abbastanza improbabile gli potesse capitare ancora tra le mani dopo un concerto.
Già che c’ero, avevo imbastito anche una zingarata un po’ idiota, giusto per vedere come l’avrebbero presa. Avevo realizzato due finte copertine e le avevo stampate su cartoncino.
Per Sentance ero partito dalla copertina di Headhunter dei Krokus. Avevo rifatto in versione kawaii il truce teschio metallizzato originale con le tibie incrociate, prendendo direttamente a modello My Little Pony: cranio candido, enormi occhi viola, ciglia smisurate, riflessi zuccherosi e ossicine altrettanto graziose. Il logo dei Krokus era rimasto intatto.
Per Robertson avevo preparato Holy Diver. Più o meno.
Avevo sostituito il prete incatenato che compare in copertina con Maccio Capatonda, vestito da sacerdote. Al posto del logo Dio, negli stessi caratteri gotici rossi, campeggiava: Santiddio!!
Tutto il resto era identico all’originale.

Sentance ha guardato la copertina dei Krokus. Ha avuto un momento di esitazione. La cosa curiosa è che non sembrava particolarmente turbato dal teschio di Headhunter versione My Little Pony. Sembrava piuttosto cercare nella memoria il collegamento con i Krokus.
Per qualche secondo ha avuto l’espressione di chi sta cercando qualcosa in un archivio molto grande. Poi qualcosa deve essergli tornato in mente e ha firmato.

Robertson ha guardato per qualche secondo la copertina che gli avevo messo davanti. Poi ha inforcato gli occhiali e l’ha scrutata con più attenzione. Ha guardato me, poi di nuovo l’immagine. Mi sono morso un labbro per non scoppiare a ridere.
Ha cercato di farmi notare, con una certa prudenza, che ricordava la copertina in maniera leggermente diversa. Ho fatto lo gnorri.
Può darsi che per qualche istante abbia perfino dubitato della propria memoria. Alla fine deve aver concluso che, se a me andava bene così, poteva andare benissimo anche a lui.
Ha preso il pennarello e ha firmato. Due volte.

Silverio Natali ha pubblicato bestseller sotto lo pseudonimo di Elena Ferrante, inciso le parti vocali di Innuendo al posto di Freddie Mercury e abrogato quarantamila regi decreti. Di queste tre cose, una sola è documentabile.






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