R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono passate diverse lune dall’inizio di tutto. Da quel loro debutto intitolato Yonder sono trascorsi dieci anni, un periodo durante il quale i Little North – leggi qui, qui, e ancora qui – hanno costruito un’identità sempre più riconoscibile, affinando un linguaggio personale – certo con qualche curiosità verso territori inesplorati – senza però smarrire una linea espressiva piuttosto condivisa con altri rappresentanti del jazz nordico. Crossing Currents rappresenta invece un sorprendente turning point anziché un semplice punto di approdo di questo percorso, un lavoro che documenta non solo la maturità di un ensemble ormai consapevole dei propri mezzi ma ancora desideroso di mettersi in discussione. L’incontro con una città dinamica come New York, infatti, non è certamente un evento casuale. Registrato al Bunker Studio di Brooklyn, una sorta di tempio dedicato al jazz contemporaneo – qui hanno registrato la sassofonista Lakecia Benjamin e il nostro Emiliano D’Auria, ad esempio – l’album racconta il confronto tra due culture improvvisative che trovano un terreno comune senza che nessuna prevalga sull’altra.

Il trio danese apre coraggiosamente il proprio universo sonoro all’ingresso del vibrafonista Joel Ross – più volte citato e recensito in Off Topic – e del sassofonista svedese Hannes Bennich, trasformando quello che avrebbe potuto essere un semplice progetto con ospiti in un organismo collettivo perfettamente funzionante. La forza di Crossing Currents risiede proprio nella natura magmatica della sua musica, in continuo movimento, dove ogni idea sembra generare quella successiva attraverso collisioni creative che non producono fratture, ma nuove possibilità espressive. I cinque musicisti evitano l’autolesionismo che spesso accompagna certe improvvisazioni contemporanee, rinunciando a inutili dimostrazioni di virtuosismo fine a sé stesso e lasciando che sia il dialogo a guidare ogni sviluppo. Anche quando l’intensità cresce, in effetti, raramente assistiamo a stravaganti acrobazie soliste, prevalendo piuttosto una concezione corale nella quale ogni intervento trova significato soltanto all’interno del quadro complessivo L’album si sviluppa promuovendo un approccio a fuoco lento. Le composizioni sembrano nascere da nude ossa musicali che, progressivamente, si rivestono di colori, dinamiche e dettagli. Il pianoforte di Benjamin Nørholm Jacobsen costruisce solide architetture armoniche sulle quali Joel Ross disegna linee luminose e cangianti ampliando ulteriormente la tavolozza timbrica, mentre Hannes Bennich aggiunge profondità narrativa con un fraseggio elegante e penetrante inserendo interventi dal timbro incisivo ma sempre misurato. La sezione ritmica di Martin Rasmussen al contrabbasso e Lesse Jacobsen alla batteria accompagna con discrezione e fantasia, sostenendo fondali vivaci capaci di modificare costantemente la prospettiva dell’ascoltatore. Tutti gli interpreti dimostrano di essere abili strumentisti, ma soprattutto eccellenti ascoltatori gli uni rispetto agli altri, qualità che permette alla musica di svilupparsi con sorprendente naturalezza. L’umore sonoro contemporaneo che attraversa l’intero disco non rinuncia però al fascino della melodia. Le pagine più raccolte regalano momenti di sognante malinconia, come ad esempio nell’ultima traccia dell’album, Heart Plant, che riporta idealmente lo sguardo verso il Nord Europa. Non è un ritorno nostalgico, bensì la dimostrazione che tutte le esperienze accumulate durante questo viaggio hanno arricchito una voce che resta sempre personale senza rinunciare alla sua identità storica. È qui che emerge con maggiore evidenza quell’indurita vitalità maturata negli anni, una solidità artistica che ora si misura attraverso il confronto continuo con nuove idee e nuovi interlocutori. In generale lungo il percorso dei brani si notano sospensioni quasi contemplative che convivono con episodi di maggiore densità ritmica, come risulta ben documentato in Say. È una musica astratta solo in apparenza, perché sotto la superficie conserva una forte componente emotiva capace di coinvolgere anche chi non frequenta abitualmente il jazz contemporaneo. Il risultato finale è una vera cornucopia di suggestioni sonore, dove convivono carattere nordico, pulsazione urbana e libertà improvvisativa. Persino gli elementi apparentemente avventizi finiscono per trovare una collocazione organica all’interno del racconto musicale, confermando quanto sia elevato il livello di coesione raggiunto dalla formazione.

Il primo passo nella selezione dei brani avviene con Friends e non credo quasi alle mie orecchie. Una musica umida di atmosfera newyorkese invade i padiglioni auricolari, introdotta da un sommesso dialogo tra tamburi e contrabbasso. Poi si presenta il contralto di Bennich, prima quasi sottovoce, poi sempre più artigliando l’economia del pezzo, guidato da una melodica frase pianistica che tende a ripetersi sempre uguale, una sorta di filo d’Arianna che mantiene collegata la band alla proprio memoria nordica. Ma il clima contemporaneo è sottolineato dal giardino di meraviglie sonore di Ross al vibrafono. Le ritmiche sono dense ma non invadenti, con un assolo di Rasmussen al suo contrabbasso.

Into Insanity pone una certa enfasi sulla melodia a progressione discendente tracciata dal pianoforte attorno a cui si allacciano vibrafono e lo stesso contrabbasso. Il sax dimostra una voce ammaliante, melodica, che scuote delicatamente l’assetto di un brano fondamentalmente scarno e dal profilo vagamente dolente. Hold On è inizialmente preda di Ross e Jacobsen che costruiscono una vera e propria gabbia ritmica attorno a quella che sembra essere tra le scritture più libere e ben disposte all’improvvisazione dell’intero album. Siamo lontani, qui, dalle coste danesi e dai mari freddi – almeno lo erano un tempo – del nord e ci troviamo più vicini, e di parecchio, al cuore dell’urgente clima newyorkese. Sax e vibrafono conducono la dimensione tangibile della musica che ora s’ispessisce verso un politropismo d’indirizzi contemporanei. Grande effetto d’insieme con dinamiche esplosive. I Hope We Meet Here Again s’acuisce di punte drammatiche dopo l’inizio in solitudine del sax che tende a deviare verso il free, almeno nella prima parte del brano. Nella seconda, la traccia riassorbe le tendenze centrifughe, seguendo maggiormente il passo grave del pianoforte. Ross nasce come un evidente tributo di ringraziamento al vibrafonista del quintetto, pur essendo introdotto da un interessante duetto condotto dal contrabbasso e dalla batteria. Il terreno ritmico e tematico portato da sax e pianoforte sembrano preparare le coordinate per un assolo del vibrafonista ma in realtà più che una parte in solitaria assistiamo ad un intenso, dinamico scambio d’idee e di partecipazione tra tutti gli elementi del gruppo. Il legame covalente dei musicisti pare qui raggiungere lo zenith. Say dimostra che Little North, a New York, ribolle d’ispirazione jazz come forse mai lungo il suo percorso artistico. La struttura ritmica del brano assomiglia a quella di un reggae addomesticato, con dei sedicesimi sincopati punteggiati dal pianoforte, dove sax e vibrafono procedono all’unisono tracciando il profilo del tema. Il movimento è dinoccolato, gli strumenti si passano il testimone con disciplina e bisogna segnalare il gran lavoro sulle pelli di Lasse Jacobsen alla batteria, vero asse portante di tutto lo sviluppo. When We Break è il primo dei due pezzi finali che cerca, evidentemente, di rendere maggiormente udibile la sintesi tra impronta originale dei Little North – chiamiamola nordica, per meglio intenderci –  e la nuova impressione statunitense. È sempre il pianoforte di Jacobsen (Benjamin) ad articolare una base melodico-armonica che ci riporta almeno parzialmente nei territori culturali che s’affacciano tra il Baltico e i Mare del Nord. Ma del resto sono ancora i due guastatori Ross e Bennich che seguono inizialmente per un po’ le direttive del pianista, per poi lentamente dissociarsi senza fratture, con calma avvolgente. Sax e vibrafono s’immergono nel clima classico dei Little North ma ne divergono poi in crescendo, trascinando con loro anche la ritmica in un’ebbrezza tutta newyorkese. Si finisce rallentando dinamiche e tensioni per tornare all’atmosfera più classica impostata nelle fasi iniziali del brano. Heart Plant recupera le radici originali del trio ma senza preclusioni, così che sax e vibrafono possano aggiungere in calce la propria firma prima di consegnare l’album al finale.

Le correnti evocate dal titolo non appartengono soltanto alla geografia musicale, ma descrivono un’idea stessa di creazione artistica, quella secondo cui ogni identità continua a definirsi attraverso l’incontro con l’altro. Crossing Currents documenta proprio questo processo, senza enfasi e senza proclami, affidandosi esclusivamente alla qualità dell’ascolto reciproco. Anche se nel panorama odierno del jazz la contaminazione è ormai diventata una prassi più che un’eccezione, Crossing Currents evita accuratamente di trasformarla in una formula estetica. La pluralità dei linguaggi non viene esibita come un valore in sé, ma assimilata fino a diventare una naturale modalità espressiva. È questa maturità a distinguere il lavoro dei Little North, la consapevolezza cioè che l’evoluzione non coincida con una rottura drammatica bensì con la capacità di ridefinire continuamente il proprio equilibrio senza disperdere l’originalità della propria voce.

Tracklist:
01. Friend (5:42)
02. Into Insanity (3:40)
03. Hold On (6:27)
04. I Hope We Meet Here Again (3:17)
05. Ross (6:43)
06. Say (4:35)
07. When We Break (7:03)
08. Heart Plant (4:01)

Photo 1 © Søren Lynggaard, 2 © ACT

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