R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Trio, l’album d’esordio del trentaduenne pianista tedesco Paul Janoschka, arriva all’attenzione del pubblico già consapevole del proprio peso specifico. Non perché questo musicista – quasi di seconda generazione rispetto al conterraneo Michael Wollny – voglia ostentare una maturità che non gli compete, ma perché possiede quella rara naturalezza di chi ha già attraversato parecchi territori prima di decidere dove mettere radici. Forse il jazz, oggi, ha bisogno proprio di musicisti così, capaci di abitare la tradizione senza inginocchiarsi davanti ad essa e abili nell’attraversare l’elettronica, la scrittura contemporanea e l’improvvisazione senza preoccuparsi di creare un programma estetico ben definito. Janoschka proviene dal pianoforte classico e dai primi insegnamenti paterni, dall’hip hop che negli anni Novanta ha formato una generazione di ascoltatori e produttori, e soprattutto da una curiosità musicale che sembra non conoscere gerarchie. Il passaggio dalla Germania a New York, dagli studi di Mannheim al City College, l’incontro con personalità come Fred Hersch – leggi qui – e Kevin Hays, non producono nel suo linguaggio una semplice somma di esperienze ma diventano piuttosto strati sovrapposti, sedimentazioni che affiorano quando meno te lo aspetti. In questo senso Trio è anche un album sulla formazione, ma non nel significato scolastico del termine.

È la cronaca indiretta di un uomo che ha imparato ad ascoltare prima ancora di mettersi a suonare. Le composizioni sono nate in luoghi differenti, davanti a strumenti diversi e in vari momenti della sua esistenza di pianista. Una piccola tastiera durante la solitudine della pandemia, il pianoforte della casa paterna, gli strumenti degli appartamenti attraversati nel tempo. Ne deriva una sorta di geografia affettiva nella quale gli indirizzi diventano coordinate interiori. 101 West 85th Street, soprattutto, conserva qualcosa di quella sospensione temporale in cui il mondo sembrava essersi fermato ai tempi del Covid e l’individuo era costretto a fare i conti con la propria stanza, il silenzio e la memoria personale. È qui che la musica di Janoschka comincia ad accumulare simbolismi e doppi fondi. Dietro la superficie mobile del trio si intravedono una bellezza arcana, una lucida malinconia e, sorprendentemente, una pace interiore che non ha nulla di consolatorio. Il pianista ama il gesto ampio, la frase che sembra allargarsi nello spazio, ma non cerca l’enfasi come scorciatoia emotiva. La sua è una scrittura che conosce il romanticismo senza lasciarsene sedurre completamente, capace di trasformare una progressione armonica in una domanda e un accordo sospeso in una possibilità. Al centro del suo pantheon non c’è dunque il virtuosismo, bensì l’ascolto. E questo diventa evidente soprattutto grazie ai due compagni di viaggio. Simón Willson, che con il suo contrabbasso caldo, elastico e straordinariamente comunicativo, non si limita a sostenere l’architettura armonica ma sembra percorrerla lateralmente, illuminandola di una luce insolita. Jonas Esser, invece, possiede un istinto quasi narrativo per il movimento, impeccabile nelle scelte di arretrare o di insinuare un accento trasformando una pausa in tensione. Si avverte, ed è palpabile, la confidenza e l’intesa tra gli elementi del gruppo che non può che portare ad un ottimo interplay. Per quello che riguarda specificatamente Janoschka, sotto la forma del suo pianismo convivono inquietudine, curiosità e una certa sana irrequietezza generazionale. Non c’è bisogno di tormentare il pianoforte per dimostrare qualcosa di nuovo, bastano pochi accordi, una torsione ritmica, una frase lasciata sospesa. Trio è qualcosa di più di un buon disco di jazz contemporaneo. C’è dentro un piccolo samsara personale con luoghi che ritornano, strumenti che cambiano, amicizie che si trasformano in linguaggio, esperienze che vengono reincarnate in suono. Janoschka sembra dunque appartenere a quella categoria di musicisti per i quali il passato non costituisce un peso, ma una riserva energetica. Così anche la dimensione timbrica dell’album acquista un significato particolare. Ci sono momenti nei quali compaiono immagini sonore apparentemente incompatibili, dure e delicate insieme, che descrivono bene un pianismo capace di unire materia e trasparenza. La lezione basilare del be-bop emerge ad esempio in My Friend Jojo e quella classico-contemporanea la ritroviamo in altre parti ancora ma, comunque sia, Janoschka non cerca la bellezza levigata. Preferisce una superficie anche scabra sulla quale rimangano visibili le tracce del viaggio. La cosa più sorprendente è che Trio non ha bisogno di dichiararsi esplicitamente come una novità. La sua contemporaneità sta nel modo in cui i musicisti pensano e reagiscono, non nell’uso di qualche elemento tecnologico o nell’esibizione manifesta delle influenze. La scrittura è intelligente senza essere intellettualistica, tutto ha una propria misura ed equilibrio, laddove anche il groove non è invasivo e l’improvvisazione si tiene lontana dall’essere autoreferenziale.

Edits mette subito le carte in tavola. È una composizione il cui tema allegretto è costruito con attenzione artigianale, ma una volta affidato all’improvvisazione dei tre musicisti perde qualsiasi rigidità progettuale. Il materiale scritto non diventa una gabbia, è il punto da cui partire per modificare continuamente il rapporto fra tempo, fraseggio e spazio. La musica viaggia in libertà e dimostra come Janoschka sia un vero fuoriclasse nel gestire le numerose dissonanze ed alcune frasi reiterate. Una specie di camaleontismo formale attraversa il brano, infarcito nelle fasi iniziali di contrappunti bachiani in abiti contemporanei, per poi sollevarsi in aria come un aquilone sorretto dalle correnti ritmiche prodotte dai sodali del pianista, soprattutto coi loro punteggianti assoli. Un biglietto da visita autorevole, quindi, che si manifesta con sicura fermezza. In Some Wasabi, che dura meno d’un minuto, la macchina del trio cambia temperatura. Qui emerge una componente più rarefatta, mobile, quasi spettrale, dove il ritmo, soprattutto attraverso il contrabbasso di Wilsson, sembra fare continuamente capolino da dietro l’armonia. Another One è forse il brano più vicino alla tradizione del pianismo jazz soprattutto europeo, sciorinato senza tempi molto stretti ma con un fraseggio pianistico di grande qualità e impostato abbondantemente in termini melodici. Anche in questo contesto, Janoschka fa uso di ripetizioni ma la musica resta brillante, luminosa, con soluzioni molto personali e convincenti. La ritmica s’intrufola tra gli accordi pianistici con una certa accortezza, spezzandone la continuità. Sono piacevolmente colpito dall’interplay di questa formazione, dal modo in cui il contrabbasso traccia i suoi solismi e la batteria porta la giusta densità alle spalle del pianoforte. Il vero cuore emotivo del disco rimane però il già citato 101 West 85th Street. La composizione sembra custodire qualcosa che non riesce ad essere interamente spiegato. Le frasi procedono come note delicate appuntate sull’acqua, destinate a deformarsi appena vengono raggiunte dal movimento successivo. Affiorano flebili voci dal profondo dell’anima, quasi trasportate in superficie dalla timbrica del contrabbasso. Qui il pianoforte sembra interrogare il tempo, e il trio risponde con una discrezione quasi cameristica. A metà percorso la riesumazione dei ricordi dal profondo sembra animarsi di meditazioni malinconiche ma che restano a distanza di sicurezza da un vero e propri spleen.

2 30 pare indirizzarsi verso un soliloquio pianistico ma poco dopo, siccome niente in questo lavoro è dato come scontato, l’iniziale improvvisazione sale di tono e si trasforma in un abbozzo danzante per poi continuare a mutare aprendosi a nuove densità. Il fraseggio segue un hard bop più tradizionale, a tratti sembra di ascoltare la mano di Brad Mehldau – vedi qui – nei suoi momenti migliori. Willson continua a seguire strade parallele, non convenzionali, ben aiutato dal drumming metamorfico di Esser. Alla fine di tutto, però, resta purtroppo una certa sensazione di discontinuità. Poi arriva Jonas & Sofia, altro pezzo forte nella sequenza dei brani. Il paesaggio cambia nuovamente e si fa più melodicamente nordico, seguendo spontaneamente la precipua rotta stilistica di gruppi come Martin Tingvall Trio – leggi qui e qui. Il carattere più brillante e dinamico del brano, tra l’altro con un tema da ricordare, mostra quanto Janoschka sappia evitare il rischio della monocromia. Il suo jazz può diventare fisico senza essere muscolare, sofisticato senza perdere il piacere del movimento. C’è un continuum percussivo che attraversa l’intero album, una corrente sotterranea che lega le parti apparentemente più liriche a quelle più ritmiche. Al di sotto della superficie di CMD si aprono misteriose derive. Non sono deviazioni arbitrarie, ma brevi smottamenti dell’identità musicale, momenti nei quali la composizione dimentica per un attimo il proprio percorso per lasciarsi attrarre da qualcosa di più indefinibile e profondo. Il richiamo ambiguo per l’abisso muove una sensazione che rimanda a Kierkegaard e alla sua definizione dell’angoscia. Frammenti del ‘900 francese, dispersioni debussyane che volano magnetizzate oltre l’orizzonte degli eventi di Sagittarius A*. Un brano visionario, un autentico anfratto mentale dove s’intravede tutto il mare di possibilità di questo pianista. Il clima si alleggerisce con My Friend Jojo che ci riporta nelle vicinanze della tradizione bop ma lo fa con leggerezza ed un po’ di misurata allegria, dove il fraseggio pianistico non arriva ad essere nevrotico né troppo incalzante. In questo caso emerge l’energia di Esser alla batteria, sempre fantasioso e aderente all’atmosfera cangiante dei brani. Outro si manifesta con una chiarezza quasi disarmante. Breve, circolare, costruito secondo una logica che appartiene più al mondo del beatmaking che alla tradizione del piano trio. Lo strumento dell’Autore diventa una tastiera elettrica, il brano rinuncia persino alla tentazione dell’assolo. È come se Janoschka tornasse per qualche minuto al ragazzo che produceva musica prima ancora di sapere che sarebbe diventato un pianista jazz. Una sorta di attenuante giovanile, ma anche una dichiarazione di continuità in cui il passato non viene corretto ma riveduto e riadattato allo spirito del tempo.

La memoria dell’hip-hop, il pianoforte classico, il jazz ascoltato e studiato, New York, la Germania, la pandemia e le amicizie musicali: tutto entra nel presente di Janoschka e viene trasmutato in musica con estrema chiarezza e padronanza. Ne consegue una sensazione difficile da definire riguardo all’ascolto, qualcosa che assomiglia alla beatitudine di aver trovato un luogo musicale nel quale sostare a lungo, tra curiosità e bellezza. Ciò non vuole essere una conclusione pacificata, perché l’album conserva molte tensioni e interrogativi. È piuttosto un’esperienza appagante nella quale il jazz può ancora essere un luogo di appartenenza senza costringersi in un ambiente chiuso, potendo custodire contemporaneamente memoria e futuro. L’impressione netta è che questo primo capitolo sia l’inizio di un’avvincente traiettoria, dove la voce quieta ed altre volte aspra del pianista tedesco possa continuare a cercare, attraverso il ritmo e il silenzio, quella difficile zona della musica in cui intelligenza ed anima finalmente riescono a fondersi. Tra i migliori album jazz del 2026.

Tracklist:
01. Edits
02. Some Wasabi
03. Another One
04. 101 West 85th Street
05. 2 30
06. Jonas & Sofia
07. CMD
08. My Friend Jojo
09. Outro

Photo 1 © Daniel Wetzel, 2 © Nikolai Olshankii

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