R E C E N S I O N E


Recensione di Alessandro Tacconi

Ci sono queste stanze sonore a cui si accede per uno stretto cunicolo. Il passaggio angusto della copertina. Luogo in cui la lingua si desertifica, prosciugata. Transito cementizio in cui si procede armati di curiosità e di una polverosa inquietudine. Non è un posto tanto sicuro, questo. Il suo autore non vuole metterci a nostro agio. Non cerca blandizie. Rooms di Matteo Sedda, prodotto da Isulafactory, ci addentra in paesaggi sonori cinematici dalle tinte almost cyber, ambient & dark. Di jazz solo un vago sapore, un olezzo che si sbriciola nel condotto attraverso cui ci stiamo muovendo. Il sound design, perché Matteo Sedda fa anche questo di lavoro, crea luoghi cangianti che si organizzano per contrapposizioni.

Nell’album lui è il demiurgo one man band che imbraccia tromba, elettronics e sampler. Sette brani che ci sospingono per 53 minuti in anfratti giammai rassicuranti.

All’orizzonte solfeggia
Un mazzo di raggi
È il sole, è la scura luna
È tutto quello che ancora porta
Pacchi di domande
Un po’ per gioco, un po’ per
Dispetto
(J.T. Alexander, Improvvisava così)

Nel brano Bioma, ad esempio, al suono morbido leggermente dilatato della tromba fa seguire il “duro” muro di sonorizzazioni industrial. Si tratta forse di una lezione impartita dagli esagrammatici, poetici, tutto-e-il-contrario-di-tutto I-Ching tanto cari a Philip K. Dick?
Sia il molle con il duro, sia l’acqua con la pietra…
Si cercano riferimenti, approdi di luoghi compiuti in cui siamo stati in visita, ma sempre per brevi periodi. Forse.  
Rooms è un ascolto composito. Differenti gli umori a cui si affida il suo autore quando passa da un pezzo all’altro.

Ascolto non concessivo
Audace sperimentalismo
Dronico
Scisso tra materia e immaterialità
Sufflaggio sintetico
(J. T. Alexander, About rooms)

Rituals, ad esempio, transita vocalismi ancestrali verso highways costituite da bit, byte e beepbeep. Il salmodiare monodico viene ripreso, sintetizzato e cadenzato ritmicamente, descervellato da orpelli misticheggianti. Ci avevano provato William Gibson e Bruce Sterling e buttarci dentro un po’ di élan vital nel cyberspazio, ma l’esperimento mandò in crash il sistema. Threads of matter è un’altra stanzuccia in cui il suono della tromba, quasi al naturale, poggia su di un tappeto liquidamente sostentativo. Intanto la tastiera contrappunta spigolosamente il viaggio dello strumento fino alle ultime rallentate pulsazioni.

Sette stanze dunque, quelle dell’album, che ci regalano momenti di apparente quiete, mai veramente rasserenante.
Forse come l’animo del suo autore?
Forse come questi tempi oscuri e biechi?
Forse.      

Tracklist:
01. Outside Field
02. Bioma
03. Rituals
04. Threads of Matter
05. Event Horizon 
06. Ephemeral 
07. From Behind

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