R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Martin Tingvall, Jürgen Spiegel e Omar Rodrigo Calvo – rispettivamente da Svezia, Germania e Cuba – tornano con il decimo album dopo circa vent’anni dalla nascita del loro duraturo sodalizio, un progetto che ha sempre preferito l’eterea profondità al rumore, la lirica alla retorica. Questa è una musica a cui aggrapparsi – rubo il termine a Ralf Dombrowsky di Jazz Thing – nei momenti in cui siamo mossi da una nostalgia aspecifica, di quelle che s’impossessano senza pudore dei nostri sentimenti. Questo perché il Tingvall Trio appartiene con grazia ostinata a quella poetica silenziosa, merce piuttosto rara, che si costruisce su melodie leggibili ed eufoniche, interplay meticoloso e un tipico gusto nordico per la sobrietà. Questa volta, però, qualcosa è cambiato. Non nella forma – sempre a misura di linee melodiche disarmanti, calibrate su relazioni tonali consuete, spesso traboccanti di classicismi – bensì nel messaggio. Pax, il titolo del loro ultimo album, possiamo interpretarlo come un gesto politico, gentile ma netto, che si inserisce nel nostro tempo inquieto come un fiore tra le fessure dell’asfalto. “In un mondo pieno di disordini e crescente polarizzazione sociale, vogliamo mandare un messaggio di pace”, dice semplicemente, forse ingenuamente, MartinTingvall. E Pax si rivela per quello che è, non un rifugio e nemmeno un gesto solo simbolico. Un’offerta consapevole che è più di una dichiarazione d’intenti, presentandosi come un prisma attraverso cui leggere l’intero lavoro.

La pace è prima di tutto coltivata amorevolmente tra le note di quest’opera, rasserenanti nel profondo, immerse in uno studio armonico che ha portato il gruppo da una visione quasi romantica del rapporto Uomo-Natura ad una comunicazione più emotiva di forte carica empatica tra Uomo e Uomo. ll jazz da camera delle origini si è fatto più concreto, più fattivo e presente che non nel passato. Pax arriva dunque come un balsamo costituito da dodici brani firmati da Tingvall, dodici meditazioni sul tempo, sulla distanza e sull’amore. La musica si fa seria, contemplativa, ma mantiene una tensione strutturale che evita la stanchezza dell’ascolto, concedendosi un respiro più lungo ed interiore. I brani navigano di preferenza tra le acque delle tonalità minori, spesso supportati dall’aiuto del contrabbasso che non si limita ad accompagnare semplicemente adeguandosi ma rispondendo metaforicamente alle domande del pianoforte, incalzandolo come un auteur cachè che ne suggerisca il continuo stato di dolce tensione. La batteria non fiorisce ma incide, con un supporto ritmico quasi matematico come se stesse misurando il peso di ogni frase. Dalle prime battute dell’album si percepisce l’intenzione di un trio che sa esattamente colpire al cuore più che alla mente. E ci riesce con chirurgica precisione. I pezzi non esplodono, ma si insinuano come raggi roentgen che svelano ombre nascoste, ad esempio in Shadows, dove un’inaspettata atmosfera iberica – forse legata ai frequenti concerti del T.T in Spagna – irrompe nel nord Europa sprizzando cromatismi mediterranei per ogni dove. Oppure come in Witches, quando la batteria di Spiegel serpeggia tra le quinte e il contrabbasso suonato ad arco evoca l’oscurità sabbatica, lasciando che una forma d’inquietudine maturi a fuoco lento. Il risultato è una scrittura che predilige la chiarezza e la melodia, non teme il coinvolgimento emotivo – che diventa drammatico nei due brani di chiusura – e anzi lo modella sempre con aristocratica eleganza. Un panorama sonoro orecchiabile, attraversato spesso da incrementi dinamici e per contro da momenti che sfiorano l’abbandono, senza però cadere nel sentimentalismo gratuito. Pax non è musica da consumare ma paradossalmente, grazie alla propria innata fruibilità, seduce anche gli ascoltatori occasionali di jazz, senza per altro compromettersi in perdita di coerenza. Questo album resta comunque cocciutamente minoritario, nonostante la sua apparente accessibilità, per il fatto che il trio si muove in un complesso universo di suoni levigati con grazia che potrebbero infastidire chi cerca nel jazz soprattutto pulsioni ritmiche e patterns non addomesticabili. Una critica benevola che eventualmente si può muovere è che l’esecuzione dei brani, così come vengono presentati, sembra andare a scapito della libertà di improvvisazione – l’anima indiscussa del jazz – e sicuramente la scrittura, almeno in questi brani registrati in studio, è parte preponderante. Prima di analizzare le singole tracce, ricordo che Off Topic ha già recensito Tingvall Trio qui e qui e che Martin Tingvall è al pianoforte, Calvo è al contrabbasso e Spiegel si siede dietro ai piatti e ai tamburi.

Si comincia con Open Gate con un’introduzione affidata alla batteria, affiancata prima dal pianoforte e poi dal contrabbasso di Calvo che imposta lui stesso la melodia tematica. Qui si sottolinea una pratica ormai acquisita dal Tingvall Trio, cioè un’impostazione melodica cantabile affiancata da una buona invenzione ritmica, senza eccessi di ricerca armonica, svolgendo il tutto prevalentemente su triadi quasi pure di accordi. La polpa narrativa si assembla su una musica tutto sommato semplice e il risultato è così gradevole da non richiedere alcuna sovrastruttura aggiuntiva in fase di esecuzione. Si chiude con un sincrono tra piano e contrabbasso, segno tangibile dell’importanza della scrittura. A New Hope scorre sulla tastiera di Tingvall con una briosa e puntuale punteggiatura ritmica. L’influenza della musica classica è palpabile, il movimento melodico procede senza intoppi. Il lirismo, sebbene in questo brano non sia poi così manifesto, è sempre latente come uno spirito invitto nascosto tra le idee più recondite dei musicisti. Affiora tra le righe qualche intuizione spagnoleggiante che emerge più evidentemente nel successivo brano, Shadows. Tingvall simula sui tasti del piano le pause improvvise delle corde di una chitarra, lavorando su passaggi armonici di un semitono. Gli accordi oscillano prevalentemente tra la tonalità di Do e Re bemolle, contribuendo ad un’evocativa atmosfera andalusa, tra percussioni che ricordano le nacchere e sentimenti di nostalgica intensità. Il suono taurino del contrabbasso si alterna melodicamente al pianoforte in un brano che, in fin dei conti, è qualcosa di più di un buon esercizio di grafologia derivativa. A Promise si racconta col sapore agrodolce di una ballad, introdotta da una melodia dalla forte impronta neoclassica. Notevole il rimbalzo discorsivo tra il contrabbasso, la batteria lavorata soprattutto sui patti e lo scambio melodico con Tingvall. Life Will Go On cammina sul filo di una coppia di accordi distanti un tono, il cui suono reiterato racchiude la reale bellezza di questo brano, scandito dalla corsa del rullante di Spiegel e punteggiato dalle note profonde del contrabbasso. Un jazz quasi estatico, un po’ vicino alla new-age, che riempie un malinconico scrapbook di frammenti emotivi focalizzato sul ricordo. Si avverte comunque la determinazione a superare i momenti meno belli dell’esistenza, resa evidente dalle variazioni dinamiche del pianoforte e dalla marea ritmica. Ystad Folksong sembra riprendere un brano di origine popolare svedese e qui il rimando al padre putativo del jazz nordico, Jan Johansson, mi sembra palese, soprattutto riguardo a quello storico, meraviglioso album del 1964 intitolato Jazz Pa Svenska – si recupera facilmente in streaming, tra l’altro… Il brano oscilla a ritmo di valzer, il che alimenta la radice presumibilmente tradizionale di questo pezzo. Tingvall arrangia mirabilmente il tutto guidando il suo pianoforte riflessivo in un clima confidenziale, persino con qualche sfumatura blues. Witches oscura un poco l’atmosfera insistendo su alcune note ostinate di piano attraverso cui passano le vibrazioni inquietanti dell’arco sul contrabbasso ma in realtà la tensione che si viene a creare, quasi prog, si tramuta in un’euforia pseudo-orgiastica con un incremento fortemente dinamico di tutto l’apparato strumentale che mi ha ricordato gli E.S.T. Il carattere vorticoso della composizione è pur sempre orecchiabile e ripete le sue forme a susseguirsi in un timing impeccabile e scandito con decisione. In sottofondo le voci dei musicisti che paiono divertirsi oltremodo ad immaginare questo rituale sabbatico. Sami People è dedicata alla popolazione lappone finno-scandinava che abita anche il nord della Svezia. In questo caso melodie popolari si mescolano con gli arrangiamenti moderni del trio, immersi in un clima in cui traspare un sentimento amorevole di rispetto. Sembra quasi di seguire con lo sguardo una processione di queste persone che cammina lentamente nella neve, coi colori dei loro abiti tradizionali. Cruisin’ riprende le fila di un melodico jazz acustico che si allunga sopra un accompagnamento ostinato di contrabbasso, ripreso poi parzialmente dal pianoforte in forma modale. L’umorale vitalità del trio cadenza il proprio passo sull’accompagnamento quasi costantemente fisso della batteria, però in questo brano Tingvall cerca, in parte, un approdo verso qualche forma contenuta di solismo. Finale in crescendo dinamico che poi, lentamente, s’acquieta prima della chiusura. Arriva la title track Pax, fortemente melodica e quasi sviluppata in forma di preghiera con lo struggimento di un contrabbasso archettato e riverberato – bisogna fare attenzione alle sfumature di questa incisione perfetta, manco a dirlo effettuata da Stefano Amerio – e poi pizzicato con vigore. L’ottimo lavoro di Calvo pare sacralizzarsi in un accompagnamento che va a sfociare in un breve assolo, innescando domande e risposte a cui partecipa anche il pianoforte. The End è quasi un brano autocorrosivo, una sorta di testamento emotivo con il lamentoso contrabbasso che sfrega le sue corde contro l’arco. Il tono diventa fortemente partecipato e stracarico di un formalismo verista un po’ troppo melodrammatico. Un brano purtroppo non in linea con il contesto che appesantisce un lavoro fin qui perfetto. Fortunatamente l’album non si chiude qui ma con Goodbye, calato in una solenne malinconia di sapori invernali. Questi ultimi due brani si discostano dal panorama generale dell’album, sfocando in un bianco e nero sovraesposto, gravato da una tristezza inaspettata.
Quest’ultimo lavoro di Tingvall Trio è una testimonianza delicata e fortissima allo stesso tempo dello stato attuale del loro jazz. Sempre più melodico, indirizzato al costante recupero di armonie totalmente consonanti e che si rifanno alla tradizione classica. Ma lungo l’album si respira – tranne che negli ultimi due pezzi – un’aria di frizzante primavera, un’apertura d’animo come non l’avvertivo da tempo. E se qualche volta tutto questo si tramuta in una calligrafia del dolore significa che alle spalle di questa musica c’è un logos necessario che il Tingvall Trio riesce a trasformare nell’estetica di un delicato, personale itinerario sentimentale.
Tracklist:
01. Open Gate (5:29)
02. A New Hope (4:40)
03. Shadows (4:15)
04. A Promise (4:44)
05. Life Will Go On (6:19)
06. Ystad Folksong (3:07)
07. Witches (4:22)
08. Sami People (4:04)
09. Cruisin’ (4:41)
10. Pax (4:00)
11. The End (7:10)
12. Goodbye (4:40)
Photo © Steven Haberland


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