R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Tutte le mattine, in primavera e nei mesi estivi, esattamente alle 04 e 20 precise, gli uccelli che abitano i rigogliosi tigli del viale sotto casa cominciano a cantare, intrecciando i loro suoni in un crescendo che si prolunga fino al mattino inoltrato. Nel dormiveglia, alle volte, provo a interpretare quei suoni secondo criteri di assonanza, cercando improbabili e curiose somiglianze con dialoghi di voci umane che spesso assumono tonalità interrogative oppure a volte persino perentorie. Certamente, come afferma il pianista Martin Tingvall, “…gli uccelli sono i musicisti della Natura...” Molti artisti famosi hanno tentato di riprodurre i loro fraseggi articolati e ricordo di aver letto a questo proposito dichiarazioni esplicite di sassofonisti come Charlie Parker e Steve Lacy. Per quanto invece mi riguarda ho ancora sul gozzo l’acquisto di un triplo Cd di Messiaen – Catalogue d’Oiseaux – che il compositore, da buon ornitologo, realizzò negli anni ’50 traducendo per pianoforte i canti dei volatili… Abbiamo appena citato, poco sopra, lo svedese Martin Tingvall e infatti il musicista capita ad hoc in occasione proprio dell’uscita del nuovo album del Tingvall Trio, intitolato Birds. Sono appunto gli uccelli tra i testimoni più validi della condizione attuale dell’ambiente terrestre, con i loro canti soffocati dal rumore di fondo delle città e le stagionali migrazioni alterate dai cambiamenti climatici. Del resto i MTT sono sempre stati sensibili alla Natura, come del resto testimonia l’estetica ricercata delle copertine dei loro dischi. Tra l’altro questo gruppo è un esempio più unico che raro di assoluta longevità. Quali altre formazioni vi vengono in mente che siano insieme da vent’anni senza cambiamenti di sorta, abbandoni stabili e/o irreparabili litigi? Nonostante ciascuno dei tre conduca professionalmente anche una vita propria, l’MTT continua imperterrito non solo a vivere in armonia e amicizia, qualità, quest’ultima, esplicitamente dichiarata in una vecchia intervista a Musica Jazz del 2018, ma anche a sfornare nuova musica quasi sempre migliore della precedente.

I tre elementi del gruppo, classica struttura triadica pianoforte-contrabbasso-batteria, formano una sorta di cerchio magico, però sufficientemente permeabile ad autori esterni, siano essi quelli già collaudati e dichiarati come Mozart, Bach, Chopin per l’influenza classica o Keith Jarrett, Bobo Stenson e gli E.S.T per il jazz – anche se Tingvall confessa di aver ascoltato per la prima volta la musica di Svensson solo dopo la sua morte. Ma a differenza della band del compianto pianista suo conterraneo, i MTT escludono strumentazioni elettroniche, preferendo concentrarsi sui suoni più naturali dei loro strumenti. Proprio la questione del futuro della musica e della potenziale creatività dei musicisti sembra coinvolgere emotivamente e non poco il trio. In una recente intervista rilasciata a Matthias Jordan del 04/07/23 per la rivista tedesca Kultunews, il batterista del gruppo, Jurgen Spiegel, ha profetizzato un inquietante prospettiva per i compositori, immaginandoli sempre più coinvolti nella digitalizzazione e alle prese con le creazioni facilitate dall’intelligenza artificiale. Ma rimanendo comunque ancorati al momento attuale e focalizzando l’attenzione più da vicino sugli MMT, c’è da dire che l’intesa ventennale che li sostiene sta offrendo i suoi frutti maturi soprattutto in questo ultimo album, facilitando al massimo i rapporti di interplay che corrono tra gli elementi del gruppo. Del resto, dopo nove pubblicazioni in studio e due live, le loro rotte di percorrenza scorrono ormai a favore di vento. Altre notizie sui MTT potete trovarle qui nella recensione del precedente lavoro Dance del 2020. Ricordo comunque gli elementi del gruppo che, oltre a Martin Tingvall al pianoforte, vede Omar Rodriguez Calvo al contrabbasso e il già citato Jurgen Spiegel alla batteria.
Woodpecker comincia con un dialogo quasi sommesso tra piano e contrabbasso e un lieve accompagnamento di batteria che provvede alla scansione ritmica. Il tema, semplice e cantabile, suonato spesso all’unisono tra Tingvall e Calvo, si sviluppa sulla base di una sequenza di tre accordi – SibM, DoM e Rem – che fondamentalmente tende a ripetersi creando una seducente base armonica. L’improvvisazione al piano è brillante ed è accompagnata dal canticchiare del pianista. Quando la parte libera cessa, tutto torna a chiudersi nel tema e a spegnersi progressivamente. Anche nel caso di Africa il tema appare semplice e gioioso come una melodia d’origine tradizionale. In realtà tutto è più complesso di come sembra, con la batteria che frammenta il tempo di 6/8 creando l’illusione di una poliritmia. Dopo una quarantina di secondi si entra in un clima europeo con il piano che pare deviare brevemente verso un percorso più classico. Questa digressione non scompare mai del tutto, nonostante la ripresa del tema iniziale, ma tende a intromettersi in momentanee cadenze che affondano e riaffiorano nello svolgersi del brano. Dopo la fase d’improvvisazione di Tingvall è anche il momento di un secco assolo di Calvo che non ne vuol sapere di usare note lunghe e colleziona una serie di strappi melodici e angolature che dimostrano tutta la tecnica notevole di questo musicista al contrabbasso. Il brano è molto piacevole e vive di una condivisibile solarità, che rimanda ad una gioia di vivere forse più fantasticata che non reale. S.O.S simula il codice Morse tra il contrabbasso suonato nella parte più acuta della tastiera e il ticchettio delle bacchette di Spiegel. Il piano lavora su un accenno melodico molto malinconico, volendo far riflettere sulla perdita di orientamento degli uccelli durante le loro migrazioni, smarrimento dovuto esclusivamente alla polluzione industriale umana. Come già avveniva nel brano precedente, Tingvall inserisce dei momenti di tradizione classica questa volta sotto forma di valzer che in qualche modo ricordano le evoluzioni dei volatili nell’aria. Subito dopo l’improvvisazione acquista i caratteri formali del jazz, recuperando persino alcune dissonanze in più che restano generalmente poco utilizzate da questo trio. Si conclude con l’immagine di una formazione d’uccelli in volo che scompare progressivamente alla vista ma sempre con l’angosciante sos che li accompagna. The Day After è un momento melodico raffinato di costruzione molto classica che il piano sviluppa tra l’archetto di contrabbasso e uno sbocciar di piatti e colpi di tamburo. Estremamente malinconico, direi addirittura fondamentalmente triste, forse anche troppo a causa del lancinante utilizzo dell’arco che ne fa Calvo.

Air Guitar sembra voler imitare inizialmente, utilizzando alcune corde stoppate del piano, il frequente appoggio pentatonico delle chitarre blues. Poi Tingvall inserisce questi desideri chitarristici nel conteso più ampio del suo pianismo, elaborando il suo lessico costruito tra inserti di progressioni armoniche classiche, sincopi jazzistiche e stralci melodici che rimandano ad una memoria più popolare. Questo suo ondeggiare continuamente tra l’imprinting della tradizione colta europea e momenti più moderni legati al jazz è ormai il tatuaggio riconoscibile di Tingvall, il segno indelebile del suo essere musicista. Da rimarcare l’assetto ritmico che gli aderisce addosso come una seconda pelle. Birds è il brano più affascinante dell’album, un bellissimo momento morriconiano introdotto dall’arco di Calvo che si trasforma progressivamente prima in un assetto melodico dalla forte impronta classica, scivolando poi via via verso l’accelerazione dei tempi – attraversando persino qualche accenno new-age – per finire in uno swing quasi bebop in assoluta conferma della qualità tecnica del pianista svedese. Conclusione che si chiude circolarmente tornando al punto d’origine. Birds of Paradise sembra un’aria sospesa tra le danze ungheresi di Brahms e le rivisitazioni di Loussier, con quelle melodie affondate liberamente nello swing. Un caso evidente di transgenderismo musicale ma, scherzi a parte, uno tra i brani più scorrevoli dell’intero album. Decisamente più bachiana la contrappuntistica The Return al cui clima, manifestamente classico e settecentesco, partecipa in prima persona il dolente intervento del contrabbasso suonato con archetto. A dir la verità Tingvall cerca di spostare il baricentro della composizione verso lidi più moderni provando ad iniettare un ricostituente jazzato, aiutato anche dal brushing della batteria ma in questo caso l’archetipo classico gli prende decisamente la mano. Nuthatch è il nome inglese del nostro picchio muratore. Il brano è uno swing moderato arricchito dalla solita progressione ascendente di accordi di rimando classico. Qui però c’è da annotare un bell’assolo melodico del contrabbassista che usa anche questa volta l’arco, per lo meno nel frangente solista. Terminata questa parentesi, Tingvall non si fa troppo pregare e innesca a sua volta una fantasia marcatamente jazzata che poi fa rientrare nell’abituale atmosfera ibrida tra modernità e classicismo, clima a cui ci ha decisamente abituato nel corso delle sue pubblicazioni discografiche. L’Hummingbird, il colibrì, lo si immagina quasi svolazzare con il frequentissimo movimento delle piccole ali, suggerito sia dalle percussioni ravvicinate delle bacchette di Spiegel sui piatti che dalle note ribattute del piano. Tingvall segue spesso uno schema armonico basato su una sequenza di tre accordi base con due triadi maggiori ed una minore, mescolandoli per realizzare un bel bilanciamento melodico e anche velatamente malinconico su cui improvvisare offrendo un tono di levità e lirismo di grande efficacia alla composizione. Nighttime è un’ovattata riflessione notturna, il fluttuante incantesimo provocato da una manciate di note a grappolo pescate nella parte più alta della tastiera del piano, con contrabbasso e batteria che interpretano il tutto come una ballad. Calvo, sopra il ticchettare della batteria, prende un assolo carico di sentimento prima che il piano di Tingvall voli letteralmente attraverso il silenzio facendolo paradossalmente risuonare come un bicchiere di cristallo. A Call for Peace potrebbe essere la continuazione ideale del brano precedente ma il pianoforte prende la via secondaria di una new-age poco originale. Ed è un peccato, perché anche se il brano è ben suonato e l’idea di chiudere l’album con lo strumento in solitaria sembra una buona scelta, l’assolo si muove tra trilli un po’ stucchevoli – forse perché li ho sempre detestati sin dal barocco – e armonie con troppo dolcificante aggiunto.
Una ennesima buona prova, di Martin Tingvall e del suo trio, a dimostrazione di quanto questo gruppo sia cresciuto nel tempo. Si riconoscono degli schemi che tendono a ripetersi, come la scelta delle sequenze degli accordi – di cui abbiamo già parlato – la mescolanza tra classicismo e armonia jazz sempre ben interpretata e non ultimo l’intenso coinvolgimento emotivo che accompagna la relazione strumentale tra i musicisti. Certo, il MTT non indugia sulla seconda navigazione, quella più faticosa fatta coi remi e quindi non solo a favore di vento. Ma a dispetto del suggerimento platonico, questo è lo stile ben conformato della band.
Tracklist:
01. Woodpecker (4:28)
02. Africa (4:33)
03. SOS (4:39)
04. The Day After (4:35)
05. Air Guitar (5:24)
06. Birds (4:49)
07. Birds of Paradise (2:48)
08. The Return (4:21)
09. Nuthatch (5:29)
10. Humming Bird (5:15)
11. Nighttime (4:37)
12. A Call for Peace (3:20)





![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)
Rispondi