R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è sempre stato, in Brad Mehldau, un modo un po’ obliquo di interpretare delle semplici canzoni di autori provenienti dal mondo del pop e/o del folk. Non tanto per rivestirle caparbiamente d’una vernice jazz, quanto per tentare di aprire delle eventuali porte nascoste, cercando di scoprire cosa potrebbe palesarsi oltre all’immediatezza. Possiamo ricordare a riguardo, tra le altre, le rispettose interpretazioni di brani dei Beatles, di Nick Drake – omaggiato anche in questo lavoro – di Paul Simon, dei Radiohead. Con Ride Into the Sun, il pianista americano si fa carico della voce vulnerabile di quella figura tragica che fu Elliott Smith, per trasportarla in un paesaggio nuovo, dove la malinconia dello scomparso cantautore di Omaha viene valorizzata attraverso una personale, coraggiosa rivisitazione musicale. I piccoli temi di Smith – da intendersi non in senso limitativo ma proprio per la forma essenziale con cui venivano originariamente proposti – che hanno raccontato una prospettiva americana così distante dalla filosofia M.A.G.A. odierna, vengono qui rivestiti non solo da arrangiamenti mediati dal pianoforte ma anche da archi e fiati, quasi per arricchire il ricordo di una dolcezza dolente che resta il cuore pulsante di queste composizioni.

Brad Mehldau affronta la musica di Elliott Smith con un approccio che cerca, almeno in parte, di evitare la facile retorica commemorativa, impostando un’operazione che ha tutta l’aria di una revisione estetica disposta tra musica sinfonica, escursioni soliste di pianoforte e combinazioni ridotte con pochi strumenti al seguito. Mehldau utilizza quindi quei temi originariamente fragili e a volte esili per sottoporli sia ad un processo di dilatazione orchestrale che li rimetta in movimento, ponendoli in risonanza con il proprio universo armonico e sia ad arrangiamenti tendenti per contro ad un certo minimalismo. Il pianista porta tutto più in là, come se volesse spingere le armonie di Smith oltre il loro stesso perimetro. L’accompagnamento ritmico, quando è presente, funziona a lenta carburazione ma spesso passa in secondo piano rispetto all’insieme dei numerosi strumenti che intervengono nell’album, orchestrazione inclusa. Mehldau ci mette il suo pianoforte, reso morbido da un certo romanticismo a volte eccessivamente pronunciato. In alcuni momenti la musica sembra assumere l’identità vaga di un soundtrack a commento di un film immaginario, con quelle affermazioni decise degli strumenti che si spalancano e poi subito si ritraggono, lasciando spazio al chiaroscuro del clarinetto di Agnes Marchione o al fagotto di Adrian Morejon. L’influenza classica è sempre stata congeniale a Mehldau e del resto i suoi ultimi due album usciti l’anno scorso Apres Faurè e After Bach II, sono apparsi come una piena conferma di questo profondo attaccamento alla tradizione musicale europea. La dimensione sinfonica nei passaggi più carichi cerca di mantenere una propria coerenza interna, volendo comprensibilmente restare parte importante di un percorso progettualmente unitario. Ma è indubbio che a volte l’accompagnamento appaia piuttosto convenzionale e abbia difficoltà nel creare un terreno sul quale il pianoforte possa emergere con la dovuta chiarezza. È quindi nei momenti più spogli — si pensi ai brani di puro solismo di Mehldau o ad altri dove lo spessore orchestrale si riduce e addirittura si contrae in una vera e propria canzone — che l’ascoltatore percepisce la profondità di una conversazione musicale nutrita di pause, di pensieri rimembranti, di una linea melodica che si fa corpo sonoro senza bisogno di orpelli. Non manca qualche piccolo pasticcio di ridondanza che, sebbene sia dosato con misura, finisce però ugualmente per appesantire giocoforza il volume globale dell’album. Ma perchè Brad Mehldau ha scelto proprio di re-interpretare Smith? Non è la prima volta che il pianista americano si cimenta con una composizione di questo autore. C’è stato infatti il precedente di Sky Turning Grey dall’album Higway Rider del 2010. Qui gioca comunque anche un fattore affettivo, un’amicizia tra i due musicisti suppergiù coetanei che sembra abbiano anche avuto l’occasione di suonare insieme verso la fine degli anni ’90 in quel di Los Angeles. E poi non dimentichiamo il temperamento sotterraneamente romantico, con qualche naturale tendenza alla crepuscolarità e alla propensione per le atmosfere inclini alla malinconia propria di entrambi questi artisti. Sicuramente c’è un’affinità elettiva, dato il sentimento empatico con cui questo album pare essere stato realizzato. Per la cronaca, Elliott Smith, depresso da tempo, morì nel 2003 a soli 34 anni in circostanze violente mai chiarite, per ferite da coltello forse auto inflitte. Tra i sedici brani proposti in questo Ride Into The Sun – il titolo è tratto dal testo del terzultimo pezzo, Colorbars – dieci sono originariamente di Smith, quattro sono nuove composizioni di Mehldau chiaramente ispirate all’atmosfera generale dell’album e in più vi sono altri due rifacimenti, Thirteen dei Big Star da #1Record (1972) e Sunday, di Nick Drake da Bryter Layter (1971). Il lungo elenco completo di musicisti e cantanti che affiancano Mehldau lo riservo al termine della recensione.

Si comincia bene, anche se un pò scolasticamente col primo brano, Better Be Quiet Now, che proviene da Figure 8 (2000). Se Smith ne rivendicava la forma esclusivamente minimale con canto, una chitarra e poco altro, Mehldau ci lavora sopra con un’introduzione di solo piano, molto attenta a mantenere la chiave corretta della melodia ma facendo seguire un magnifico attacco orchestrale diretto dai diciotto elementi di Dan Coleman. Il testo scritto da Smith era una sorta di meditazione sulla solitudine dopo una classica delusione amorosa “…sono stanco di sprecare fiato, di andare avanti, di arrabbiarmi…mi sto allontanando sempre di più…”. Segue Everything Means Nothing to Me che proviene anch’esso da Figure 8. Sebbene anche la versione originale ospitasse un intervento orchestrale, il contributo strumentale della versione di Mehldau, oltre al suo pianoforte, mette in risalto il fagotto di Morejon all’interno di un’ondulante andamento melodico. A metà brano c’è una brusca deviazione di stampo circense che ricorda un ibrido tra Tom Waits e Nino Rota, per poi finire in una coda sinfonica un poco retorica, se vogliamo, ma veramente ben realizzata. Tomorrow Tomorrow proviene da XO (1998) ed è resa in questo contesto in modo molto simile all’originale, con la voce di Daniel Rossen che si occupa anche della chitarra acustica, insieme al velocissimo mandolino di Chris Thile. In sovrappiù troviamo un bell’assolo di Mehldau dal colore un po’ jazzy. Il testo quasi profetizza la malattia depressiva, “…Ho sentito un rumore statico nella testa, il suono riflesso di ogni cosa. Ho provato ad andare dove mi portava, ma non ho ottenuto nulla. Il rumore esce, e se non esce ora, so che sta per sovrastare il domani…”.

Sweet Adeline è performata in piano solo e proviene sempre da XO. La chitarra di Smith è sostituita dalle espressioni classicheggianti di Mehldau che re-interpreta col proprio suono l’originale, flebile voce di Smith, tra un canone simil-barocco e le più usuali cadenze di una pop song. Il brano in sé prevedeva anche l’inserimento di una ritmica che qui è esclusa. Sweet Adeline Fantasy è uno sviluppo del brano precedente ad opera esclusiva di Mehldau che espande il suo piano con un interessante pezzo a metà tra una fuga bachiana e l’impronta di un brano cameristico contemporaneo, non privo di strategiche dissonanze. Ma una impetuosa corrente melodica sotterranea fluisce attraverso tutta la traccia, rendendola tra le migliori dell’album. Between the Bars proviene da Either/Or (1997). Questo è l’unico brano eseguito rigorosamente in trio, con Matt Chamberlin alla batteria e Felix Moseholm al contrabbasso, ed è uno tra i più belli. Finalmente un po’ di jazz, mi verrebbe da dire. La versione di Mehldau nobilita, e di molto, l’esile struttura originale di Smith. Un bell’assolo di Moseholm riempie le battute di questo componimento, mentre il pianoforte lascia il suo marchio, qui riconoscibilissimo, nello stile inconfondibile del suo Autore. Il testo della versione originale è tutt’altro che roseo, “...Bevi con me e dimentica tutta la pressione dei giorni…bevi, tesoro, e guarda le stelle, ti bacerò di nuovo tra le sbarre...”. The White Lady Loves You More è tratta dal secondo album pubblicato da Smith nel 1995 intitolato, appunto, Elliott Smith. Un semplice passaggio di grado da un primo maggiore ad un secondo minore è la lineare chiave d’accesso al mondo emotivo di questo brano ma mentre l’originale si affida solo alla voce e alla chitarra, Mehldau inserisce opportune estensioni pianistiche ed un’orchestrazione sublime. Il percorso sinfonico raggiunge quella linea d’ombra che per certi versi accomuna questo tipo di arrangiamento con quelli che furono utilizzati da Robert Kirby per i primi due album di Nick Drake. La title track Ride Into the Sun-Part I è una composizione di Brad Mehldau il cui titolo, come in precedenza segnalato, proviene da una canzone dello stesso Smith. Diciamo che la raffinatezza di questa traccia dimostra tutta la classe e l’abilità compositiva del pianista che riesce ad impostare un brano cameristico di rara bellezza, dove pianoforte ed orchestra s’intercalano in una continua vertigine di prospettive armoniche. Segue Thirteen che è un incantevole estratto dal primo album della band di Alex Chilton, i Big Star, lavoro che ancora riluce luminoso nonostante siano passati più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione. Senza canto, rallentato ad arte con l’arpeggio quasi originale riproposto al piano, Mehldau aggiunge pochissimo e lo fa solo nel bridge, quasi a preservare il più possibile una delle più toccanti ballate mai scritte da una rock band. Everybody Cares, Everybody Understands viene da XO, ed è, nella versione originale, un mid-tempo rokkeggiante piuttosto fluido e gradevole che si fa preferire alla versione di Mehldau, un po’ troppo pasticciata ed indurita e affossata definitivamente dall’esplosione orchestrale finale. Somebody Cares, Somebody Understands è firmato dallo stesso Mehldau ma nella prima parte, esclusivamente sinfonica, si avverte una certa pesantezza ed anche, se devo essere sincero fino in fondo, una pretenziosità troppo evidente. Indugiare su sé stessi non è mai cosa molto buona, nemmeno per un musicista eccelso come Mehldau. Con Southern Belle ritorna alla ribalta il canto di Daniel Rossen in un brano proveniente dall’album Elliott Smith. Un iper-arrangiamento tastieristico evidenzia la bravura del pianista ma ancora una volta preferisco la versione più asciutta dell’originale. Satellite è invece un gioiellino tratto dallo stesso album da cui proviene il brano precedente. Qui il gioco si divide tra pianoforte e le percussioni di Chamberlin e si fa rarefatto, quasi a rispettare lo stesso impianto sintetico dell’originale di Smith. Il piano si muove tra gli aspetti melodici della linea del canto ma inserendovi risoluzioni quasi blues che regalano a questa versione un’interpretazione più jazzata e maggiormente in linea con lo spirito di Mehldau. Colorbars proviene da Figure 8 e si caratterizza non tanto per la voce di Chris Thile, quanto per il dialogo serrato ottenuto dal suo guizzante mandolino e il fraseggio stretto di pianoforte. Buona anche la ritmica, misurata ed efficace come sempre, quando è presente. Segue Sunday, un brano di Nick Drake estratto da Bryter Layter. Bisogna dire che questa versione è quasi una fotocopia dell’originale, con il flauto in evidenza di Alex Sopp e l’arrangiamento orchestrale che sembra estrapolato dal brano di Drake e qui posizionato con un copia/incolla. Bello e piacevole come lo ricordiamo ma in questo frangente non ne comprendo il senso. Conclude la traccia più lunga di tutto l’album, Ride Into The Sun- Conclusion. Si possono ascoltare i vari colori orchestrali nella prima parte ed una coda di pop-jazz che tende a chiudere restringendosi progressivamente, fino a far restare vivo solo il pianoforte.

Mehldau non prende Smith per metterlo sotto vetro, ma lo interroga a distanza tramite i suoi brani più significativi, cercando di trarre da questi nuovi spunti di bellezza per quanto possibile. Smith viene spinto all’interno di un contesto orchestrale denso, trasformando il senso dei pezzi originali in un melò elegantemente sospeso tra intimità e grandiosità. Ma non ho dubbi nell’affermare come questo album sia uno dei progetti più ispirati e rischiosi della carriera recente di Mehldau. Ispirato, perché si avverte l’amore e la sincera generosità di questa rivisitazione. Rischioso, perché un album come questo potrebbe lasciare insoddisfatti sia i jazzofili più legati allo stile canonico del pianista, sia quei cultori di Smith che non riuscissero a riconoscersi nelle pieghe più complesse di questo album. Qui la musica sembra davvero spingersi oltre il dato tangibile, entrando spesso in una dimensione enigmatica, ultraterrena, confermando l’impressione che ascoltare Smith significhi ancora oggi confrontarsi con una presenza-assenza, un dialogo con ciò che resta di non dimenticato dopo ventidue anni dalla sua morte.

Di seguito, l’elenco dei musicisti che hanno partecipato a questo lavoro:
Brad Mehldau al pianoforte
John Davis, David Grossman, Felix Moseholm ai contrabbassi
Matt Chamberlain alla batteria
Nadia Sirota, Dov Scheindlin, Mario Goto alle viole
Eric Reed al corno
Michael Haas, Caitlin Sullivan, Sophie Shao ai violoncelli
Laura Frautschi, Joanna Maurer, Derek Ratzenboeck, Elln De Pasquale, Austin Wulliman, Violin ai violini
Adrian Morejon al fagotto
Alex Sopp, Jessica Hann ai flauti
Agnes Marchione al clarinetto
Chris Thile al mandolino e alla voce
Daniel Rossen alla voce e alla chitarra acustica
Jill Dell’Abate e Dan Coleman alla direzione orchestrale

Tracklist:
01. Better Be Quiet Now (04:03)
02. Everything Means Nothing to Me (05:19)
03. Tomorrow Tomorrow (feat. Daniel Rossen) (04:02)
04. Sweet Adeline (03:21)
05. Sweet Adeline Fantasy (04:44)
06. Between the Bars (05:01)
07. The White Lady Loves You More (04:40)
08. Ride into the Sun: Part I (03:19)
09. Thirteen (04:01)
10. Everybody Cares, Everybody Understands (04:01)
11. Somebody Cares, Somebody Understands (03:48)
12. Southern Belle (feat. Daniel Rossen) (03:52)
13. Satellite (03:52)
14. Colorbars (feat. Chris Thile) (05:23)
15. Sunday (03:33)
16. Ride into the Sun: Conclusion (09:38)

Photo © Elena Olivo

Una risposta a “Brad Mehldau – Ride Into The Sun (Nonesuch Records, 2025)”

  1. […] segue un hard bop più tradizionale, a tratti sembra di ascoltare la mano di Brad Mehldau – vedi qui – nei suoi momenti migliori. Willson continua a seguire strade parallele, non convenzionali, ben […]

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