S T O R I E


Articolo e fotografie di Rossana Ghigo

Ci sono voci che accompagnano una generazione. Voci che diventano familiari prima ancora dei volti. Quella di Francesco Pannofino è una di queste: profonda, calda, autorevole, capace di ironia e malinconia nello stesso respiro. È il suono di grandi attori internazionali, di personaggi iconici, di storie entrate nell’immaginario collettivo. Prima di essere un timbro inconfondibile tra i doppiatori dei grandi divi di Hollywood è stato un bambino nato in un piccolo borgo ligure, cresciuto tra mare e montagna, con il cuore diviso tra la Liguria e la Puglia.

Francesco Pannofino nasce il 14 novembre 1958 a Pieve di Teco, nell’entroterra della provincia di Imperia. I suoi genitori sono entrambi pugliesi: il padre originario di Cisternino, la madre di Locorotondo. Due terre del Sud portate nel Nord da un destino professionale: il padre è comandante dei Carabinieri, una figura che incarna disciplina, senso dello Stato, rigore morale. È proprio il lavoro del padre a scandire i trasferimenti della famiglia, da una città all’altra. Pieve di Teco, però, resta l’inizio di tutto. I genitori si trasferiscono qui molto giovani, la mamma ha appena 19 anni. Un paese raccolto, con i suoi portici medievali e il ritmo lento delle stagioni. È qui che Francesco muove i primi passi, ascolta le prime storie, osserva i volti delle persone. In un piccolo centro si impara ad ascoltare davvero: le inflessioni, i dialetti, le pause. Passando davanti al piccolo Teatro Salvini che la mamma definiva un deposito di legna poiché in effetti nel tempo ha rivestito numerosi ruoli, sentiva già palpitare il suo piccolo cuore. Forse, inconsapevolmente, è proprio lì che nasce il suo orecchio da attore e doppiatore.

Percorre i vicoli di pietra antica recandosi da solo all’asilo perché la famiglia è tranquilla nel lasciarlo passeggiare in questo luogo sereno. Durante i pomeriggi spesso accompagna la madre al lavoro presso una locanda del borgo dove si cucinano piatti della tradizione e si preparano i ravioli ripieni di erbe spontanee che crescono rigogliose nelle campagne circostanti. Dopo i primi anni la famiglia si trasferisce a Imperia, dove Francesco cresce e trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Imperia negli anni Sessanta e Settanta è un luogo vivo, fatto di scuola, oratorio, mare e campetti di periferia.

È un ragazzo energico, curioso, e pratica numerosi sport: il calcio, il ciclismo, la pallanuoto. Lo sport gli insegna disciplina e spirito competitivo, ma anche ironia e capacità di stare nel gruppo, qualità che diventeranno preziose nel lavoro teatrale e televisivo. Scopre che la parola può diventare spettacolo, che una voce può catturare l’attenzione. Non è ancora una scelta di vita, ma è già un segnale. Imperia gli offre l’orizzonte del mare e la misura della provincia: una dimensione che insegna concretezza. E forse proprio quella concretezza ligure, unita alla fierezza pugliese ereditata dai genitori, costruisce il suo carattere: diretto, ironico, mai compiaciuto.

Nel 1972 la famiglia si trasferisce a Roma. Francesco si iscrive alla facoltà di Matematica alla Sapienza, ma il destino lo mette davanti a un evento che segnerà profondamente la sua memoria. Il 16 marzo 1978, mentre si reca all’università per sostenere un esame, si trova nei pressi di Via Fani. È testimone oculare della strage in cui le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e uccidono gli uomini della scorta. Sente gli spari, vede la scena, resta sconvolto. È un incontro diretto con la violenza della storia, un momento che lo segna e che anni dopo rielaborerà anche artisticamente.

Roma, intanto, lo avvicina definitivamente al teatro. La matematica lascia spazio al palcoscenico. Nelle cantine di Palazzo Borromini la recitazione gli entra nelle vene. Le cantine teatrali nascono a Roma negli anni ’60-’70 come alternativa al teatro ufficiale, rappresentano un luogo di ricerca. Si tratta di locali non convenzionali (garage, stalle, scantinati) che permettono massima flessibilità scenica, spesso senza distinzione netta tra palcoscenico e platea. Inizia il suo viaggio in questo nuovo mondo fatto di compagnie, tournée, radio, piccoli ruoli. È un percorso lento, costruito con pazienza. Ricorda con profondo affetto e stima Luciano Salce che lo dirige nello spettacolo teatrale C’era una volta il mondo (1983) insieme ad Antonella Steni e Maria Pia Monicelli.

In quegli anni entra nel mondo del doppiaggio quasi per caso. Trova un ambiente rigoroso e altamente selettivo. Come molti colleghi comincia da produzioni meno prestigiose: telenovele argentine, tra le quali Topazio, serie televisive, lavori di ogni tipo. Racconta con ironia di aver doppiato anche film porno, esperienza che allora faceva parte della gavetta e che affrontò con professionalità, come ogni altro lavoro. È una palestra durissima ma formativa: imparare a sincronizzare, modulare, respirare con l’attore originale. La sua voce, però, ha qualcosa di speciale. È potente ma elastica, autorevole ma capace di leggerezza.

La svolta arriva nei primi anni Novanta quando doppia Tom Hanks in Forrest Gump. Da quel momento diventa una delle voci italiane più richieste. Da George Clooney a Denzel Washington, Antonio Banderas a Kurt Russell. Sono innumerevoli gli attori da lui doppiati, l’elenco è infinito. La sua maestria ci porta ad uno dei personaggi indimenticabili come Hagrid nella saga di Harry Potter, dando al gigante buono una profondità affettuosa e paterna che il pubblico italiano ha amato fin dal primo film. La sua voce diventa parte dell’immaginario collettivo. Il grande pubblico lo consacra anche come attore grazie alla serie cult Boris, dove interpreta l’indimenticabile René Ferretti, regista disilluso, egocentrico e irresistibilmente comico. Con René, Pannofino mostra una straordinaria capacità ironica, un senso del ritmo perfetto e una presenza scenica magnetica. La serie diventa un fenomeno generazionale. Parallelamente continua a lavorare in cinema e fiction, muovendosi con naturalezza tra commedia e dramma. Nella vita privata è legato all’attrice e doppiatrice Emanuela Rossi, con cui ha avuto un figlio, Andrea, che ha seguito le orme dei genitori nel mondo dello spettacolo. Una famiglia in cui la voce è quasi un patrimonio genetico.

Eppure, nonostante Roma, il cinema, Hollywood, il successo, c’è un luogo che resta centro emotivo: Pieve di Teco. Il legame con il paese natale è profondo, autentico, mai esibito. Quando torna, non è la star, ma il figlio di quella terra.  Gli abitanti lo accolgono con un affetto sincero, orgogliosi di lui. Proprio qui il 27 aprile 2014 ha ricevuto il titolo di cittadino onorario per il prestigio portato al suo borgo natale. Una serata per lui importantissima e impressa nel cuore perché presenti alla serata e molto fieri ed emozionati c’erano anche i suoi genitori che ora purtroppo non ci sono più.

Nel piccolo Teatro Salvini torna anche nel gennaio 2026 e coinvolge il pubblico fatto di amici e di persone a lui care in un racconto di affetto e di commozione profonda. Nel gioiello ottocentesco del borgo, guidato dalla bravura e dall’ estro del suo fantastico direttore artistico Eugenio Ripepi, Pannofino ha recitato Davanti San Guido di Giosuè Carducci, poesia che parla di ritorno, memoria, radici. Mentre pronunciava i versi dei cipressi che salutano il poeta, le parole sembravano parlare anche di lui. La commozione era evidente. Non quella dell’attore consumato, ma quella dell’uomo che si riconnette al proprio passato. L’applauso della sala non era per una celebrità, ma per uno di casa. E lui, visibilmente emozionato, ha espresso la felicità di aver trascorso quella serata con la sua gente. Una notte di condivisione, memoria e gratitudine.

Francesco ha fatto ridere e riflettere milioni di spettatori, ha attraversato generi, epoche, linguaggi. Ha doppiato, recitato, narrato. Una carriera incredibile costellata di tanti premi e riconoscimenti importanti tra i quali, per citarne solo alcuni: premio Leggio d’Oro 2004 come miglior voce maschile, Nastro d’Argento 2005 per il doppiaggio di Clive Owen in Closer, premio alla Carriera al Festival del doppiaggio Voci nell’Ombra 2018.

Se si ascolta non solo con l’udito ma soprattutto con il cuore quella voce così riconoscibile, dentro si sente ancora l’eco di un borgo ligure, il rumore dei passi sotto i portici, il vento che scende dall’Arroscia. Perché si può diventare la voce del mondo intero ma la propria voce, quella più profonda, torna sempre a casa.

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