I N T E R V I S T A


Articolo di Lucia Dallabona

Il 1 dicembre è uscito Naturæ, secondo disco solista di Lezziero (Luca).
Dotato di un poliedrico talento artistico, dagli anni ’90 lo esprime come autore di testi, dedicandosi alla realizzazione di importanti sonorizzazioni per mostre ed installazioni e componendo poesie (fino ad ora pubblicate in tre libri).
In occasione dell’album di debutto avevo avuto modo di apprezzarne la vena intimista particolarmente raffinata e sensibile, per cui attendevo con molta curiosità un suo “ritorno”.
Ritorno che si è confermato carico di aspetti che meritano di essere approfonditi; con gran piacere quindi l’ho contattato per rivolgergli una serie di domande in merito a questo nuovo progetto musicale…

Comincio dal titolo Naturæ, di origine latina. Come mai hai scelto di presentare canzoni senza dubbio moderne attraverso un nome così evocativo di tradizioni antiche?  
Mi ha influenzato sicuramente l’artwork, che esprime questo concetto della ciclicità e della caducità della vita. Nascita, espansione, contrazione, dissoluzione. Non come un giudizio negativo eh, ma in maniera zen; accettare con saggezza e comprensione.
Poi i testi, che parlano alla fine di questo anche se in forme sempre diverse: il tempo che corre, fasi della vita che arrivano e passano, le persone che c’erano e non ci sono più ma anche i sentimenti che invece sono universali e sopravvivono sempre.
Tutto è circolare, tutto è naturæ appunto, nel mondo fisico ma anche nel mondo delle idee. Siamo in un flusso e credo il titolo che ho scelto sia una parola che lo rappresenta bene.
E poi, non ultimo, sono anche una riflessione mia, intima, sull’età adulta. Quello che si capisce e quello che si è perduto.  

Trovo originale e in perfetta sintonia con le tue esplorazioni musicali il progetto visivo e concettuale di cui si compone l’artwork del disco, realizzato dalla designer Loretta Baiocchi. Ci racconti qualcosa a proposito delle sue “nature vive/ nature morte”?
Svelo un segreto, Loretta è mia moglie e lavora nel mondo creativo da tanti anni. Ha sviluppato per una ricerca sua questa idea molto affascinante di fissare tra layers trasparenti delle piante dei fiori molto semplici e comuni. Un erbario affettivo che le rievocasse luoghi, stagioni, momenti. Cose che si trovano in un parco di città o in un chiosco. Fotografate subito e dopo alcuni mesi. Ecco le leggi immutabili della natura; nascita e dissoluzione: naturæ appunto. Io ovviamente gliel’ho rubata!
Prima parlavi di evocare “Tradizioni antiche”, si è così. Volevo una parola arcaica, che riandasse a quella arte della catalogazione paziente che si faceva nel medioevo; i trattati botanici, o i libri sulle piante officinali costruiti disegno per disegno. C’è molto in comune con l’arte del fare un disco, che è un lavoro dopotutto ancora artigianale, “certosino” e quindi anche “monacale” per certi versi. Pazienza, e dedizione!

Il tuo primo disco è uscito nel 2018, il secondo viene pubblicato nel 2023…
Quanto sei cresciuto dal punto di vista artistico nel frattempo?

Un po’ spero! Mi sembra di aver esplorato ancora di più e ancora più a fondo la scrittura, il songwriting. Dopotutto è una esplorazione che non finisce mai e che pratico ormai da tantissimi anni. E poi mi sembra di avere fatto un altro (piccolo!) passo avanti anche nei testi. Ho lavorato molto per fare emergere cose dalla parte più profonda di me, senza mediazioni intellettuali, cercando di correggere pochissimo quello che usciva, perché diciamo che mi fido più del mio inconscio che del mio conscio! Lui sa cosa voglio e cosa devo dire.

Dal punto di vista personale, è questo il lasso di tempo di cui hai avuto bisogno per cercare dentro la tua storia “il senso e la memoria”, concetti ai quali ti riferisci proprio nella canzone che apre l’album, “Andare via”?
È un tempo che non può mai fermarsi e non finisce mai in realtà. C’è una frase molto bella di uno scrittore che ho letto tempo fa “a un certo punto della tua vita ti giri e alle tue spalle vedi un continente: quel continente è la memoria”. Ecco crescendo quel continente diventa enorme e allora inizi a ragionare sul senso di quello che ti è successo, e su come tutto si ridefinisce continuamente, giorno per giorno. Memoria, presente e senso, lavorano continuamente e ogni momento i ricordi, gli avvenienti hanno significati diversi, continuamente riesaminati e reinterpretati alla luce di chi stai diventando. Ogni volta che cambiamo, tutto il nostro passato cambia. L’adultità forse è questo. Nulla è immutabile, tutto si ridefinisce sempre. E poi per contraddirmi allegramente cito Faulkner “il passato non muore mai, non è neppure passato”!  

Sempre nello stesso singolo offri due possibili alternative di fronte al dolore: allontanarsene per dimenticarlo, oppure trasformarlo in un’altra, diversa sensazione. Quale reazione senti più tua?
Come musicista sicuramente la seconda. Tutto il proprio disagio e dolore è oggetto di scrittura per chi fa un lavoro creativo. Non quando accade, ma dopo, come materiale che ritorna a galla da luoghi più profondi e guida quello che vuoi dire. Io credo moltissimo nell’assunto che gli artisti abbiano una cosa importante da dire e ripetano ossessivamente sempre e solo quella, in ogni loro opera. Scrivono un solo libro fatto di molti libri, o un solo disco fatto di molte canzoni. Penso a un esempio cinematografico: Sorrentino racconta sempre una ossessione: la perdita dell’innocenza, della purezza adolescenziale. Ogni autore ha un suo tema che scava senza fine.

Basso, batteria, chitarre e qualche effetto elettronico, concorrono alla creazione di un disco molto suonato, “semplice” ma inteso nel senso più nobile del termine. Tutto resta classico e allo stesso tempo contemporaneo, molto orecchiabile ma senza sconfinare nel banale. Come sei arrivato a questo eccellente risultato e alla scelta di introdurre anche l’armonica, ma solo nel singolo “Settembre”?
Be’ intanto grazie! Diventare “classico” è una aspirazione a cui è giusto tendere alla mia età! È un risultato in cui c’è anche molto di chi mi ha aiutato; Cesare Malfatti che mi ha affiancato nella produzione aiutandomi con la sua esperienza e che si è anche inventato bassista per me! E poi suo figlio Emanuele, alla batteria e in supporto al mix e mastering che è stato davvero una rivelazione! Io devo dirti che ho suonato, registrato con molta leggerezza e d’istinto, senza riflessioni, quindi è un risultato tutto di pancia se così posso dire. Ho comprato una bellissima chitarra semisolida arancione e per la prima volta ho suonato e registrato delle elettriche in un mio disco. Ho scritto riff e giri che poi Cesare ha trovato interessanti ed ha tenuto. Per me un grande risultato.

Suono l’armonica a bocca fin dal liceo! Era uno strumento semplice che ho sempre amato, ti permette di interagire con chi suona con molta libertà. Mi sembrava potesse essere il ”colore” giusto e l’ho usata.  

Mi ha colpita l’uso duttile che fai della voce: recitante, cantata-parlata, dai toni più melodici o coadiuvata dai cori, si cuce addosso il testo di ogni canzone diventando espressione vibrante di tutte le sfumature del tuo mondo interiore… Scrivere poesie, quindi prestare un’attenzione innata a ciò che “smuovono” le parole, ti ha agevolato in questo senso?
Grazie davvero. La voce mi sembra la cosa in cui sono cresciuto di più in questi anni tra il primo e il secondo disco. Forse perché ho cantato moltissimo scrivendo. Mi piace molto introdurre ogni tanto il parlato, dà una bella variazione al ritmo del brano ed è la cosa più vicina al rap che posso permettermi di fare!
Le parole, i testi per me sono molto importanti e spesso decidono la pubblicazione o no di un brano. Anzi io credo di essere abbastanza semplice nella scrittura musicale e (mi sembra) più complesso nei testi. 
Poi essendo un po’ vecchia scuola, mi ostino anche a cercare le rime o quantomeno le assonanze tra le parole. Io penso che aiutino e ti obblighino ad aguzzare l’ingegno per dire quello che vuoi dire dentro limiti autoimposti. Significa darsi un metodo (ma non giudico eh! Ognuno può scrivere come preferisce, viva la libertà creativa).
Però la poesia pura è proprio un altro mondo, con altre regole anche emotive se vuoi. Quello che mi aiuta da sempre è la lettura. Arricchire il proprio vocabolario, la propria sintassi poetica. Una artista che in questo stimo molto è Carmen Consoli, che non ha mai paura di usare parole difficili, che sfida chi la ascolta alla comprensione, alla riflessione.

E questa notte chiama tutti, a disobbedire”, così affermi nel brano ‘Ci Siamo Detti No‘. Fin dal primo ascolto l’ho trovata una potente immagine “specchio dei tempi” senza apparente sbocco, che stiamo vivendo; percepisco un richiamo forte al risveglio delle nostre coscienze, al recupero del senso di responsabilità individuale… Ho compreso bene? 
Sai è una frase che davvero è uscita dall’inconscio mentre cantavo, stupendo anche me! Quindi forse è come dici, il mio inconscio mi vuole più intransigente, meno accomodante! Però alla fine è sempre un dialogo con me stesso, più che una riflessione sul mondo. Non mi sento in grado di dire agli altri cosa fare. Forse il senso è disobbedire alle mie paure. Confesso che non credo molto nella canzone “politica”, anzi mi contraddico (di nuovo), credo che qualunque espressione artistica sia “politica” in sé, perché sfida lo stato delle cose. E credo valga per tutto, dal brano più leggero al più profondo.

‘La Cerimonia Degli Sguardi’ mi sembra un titolo che celebra la sacralità del parlarsi con gli occhi. In un presente sempre più virtuale e “artificiale” tu quanto riesci a preservarla questa capacità?
Si è vero. La canzone nasce proprio di slancio col primo verso, “nella cerimonia degli sguardi/quante cose da capire/ quante cose da imparare” e penso significhi che ancora prima di iniziare a parlare ad un’altra persona, c’è un linguaggio degli occhi che è già partito e che registra, giudica, ragiona in millisecondo su una quantità enorme di segnali, di elementi. Però devo dirti che su questo dialogo ricco, pre-parola io sono ottimista, lo vedo accendersi anche in una chiamata video, in una chat, insomma l’occhio buca qualunque filtro e parla, anche se lo ostacoli con la distanza, le superfici, i bit!

Nei brani ‘Nell’86‘ e  ‘Settembre e l’Eternità‘ condividi esperienze riferite ad un lasso di tempo definito; che valore hanno, queste specifiche date, all’interno del tuo vissuto?
Sì hai ragione, sono tappe della mia giovinezza, che come dice anche Alda Merini è il “dono più bello”, la cosa più preziosa. Si vive d’accordo, e si cercano dei buoni frutti in ogni stagione dell’esistenza, ma la giovinezza è meravigliosa; è freschezza, energia, candore, assenza di calcolo e ipocrisie, attesa di futuro, amori travolgenti. ‘Settembre e l’Eternità‘ in particolare è proprio una immagine della mia adolescenza; a settembre finivano le vacanze, iniziava la scuola e oltre quel confine mentale c’era appunto un’eternità che aspettava: era il futuro.

Mi ha colpita l’analisi della fiducia che fai nel singolo ‘Filastrocca’; prima ti dimostri pronto a cadere nel vuoto, addirittura a morire per poterti fidare, però, nell’epilogo, arrivi alla conclusione che occorre essere dentro le cose per concedere fiducia. Questo tipo di evoluzione comporta un salto notevole di consapevolezza correlata, temo, ad un costo alto in termini di mantenimento delle relazioni personali. Mi confermi che è così?
Sì certo. Pensavo a questa immagine di molti bizzarri corsi di “consapevolezza” (non me ne convince nessuno); ti lasci cadere di schiena e una persona dietro di te deve prenderti. Un esercizio di fiducia. Con chi farei una cosa simile? Quante persone? Davvero pochissime… una? Eppure creare relazioni, cercare gli altri è davvero questo, un salto pieno di rischi, buttarsi nel vuoto degli scambi emotivi. Oggi riesco ad avere più slanci di affetto, correre più rischi dicendo a certe persone “tengo a te” e devo dire che le risposte belle sono più delle brutte. In tanti vogliono “potersi fidare”. 

Improvvisa cade la sera con la sua tranquilla voglia di distruggere e disperdere ogni cosa”, dici… Mi chiedo come sia possibile disintegrare tutto con un senso di quiete…O forse intendi che proprio una resa pacifica ai peggiori eventi avversi ed imprevisti della vita permette di restare vivi?
Sai il crepuscolo, la fine della giornata è un momento in cui tiri le fila di quello che hai fatto, in quelle ore così simboliche. Il sole si è alzato e sta per tramontare, ecco è passato un altro giorno di vita, la luce è bellissima, sospesa, i francesi la chiamano l’heure bleue, Salinger racconta questa sensazione (molto meglio di me!) in uno dei suoi racconti. È un momento magico ma anche terribile. Cosa ho fatto oggi? Che senso ho saputo dare a questo nuovo giro della terra? Ho fatto ciò che amo? Ecco, è un momento quieto, la natura è in splendore, ma può essere letale per chi pensa troppo. Forse intendevo questo.   

Un paesaggio intero dentro noi” canti in ‘Scuotilo’ e credo anche io che esista… Vuoi provare a descriverci com’è il tuo?
Pensavo, se si potesse visualizzare come un luogo fisico tutta la vita che abbiamo vissuto, le esperienze, le persone, i momenti come sarebbe? E mi è venuta l’immagine di un paesaggio, che per tutti sarebbe smisurato, oltreché unico. Nel mio so che ci sono alcune cose, avvenimenti che sono i più importanti che lo caratterizzano, picchi altissimi. Quando osservi la pianura da una collina, dall’alto, solo pochi elementi emergono, si stagliano all’orizzonte. Sono le case più grandi, i monumenti, le chiese. Mi immagino questo, alcune cose che ci hanno definito si vedono da grande distanza. E ognuno di noi ha questo paesaggio interiore, unico per lui. Io so quali sono le cose che nel mio si vedono da lontanissimo e quelle che restano sotto la linea della foschia, perse. Se scrivo canzoni è proprio per continuare a “vedere” quei luoghi importanti del mio paesaggio interiore.   

Non è successo niente”, dichiari nella omonima canzone che chiude il disco, uno splendido invito a recuperare la bellezza condivisa in passato, poiché l’incanto che aveva generato ancora, nel presente, appartiene in pieno ai protagonisti della storia. Si tratta solo di un sognante desiderio, oppure è qualcosa che hai potuto sperimentare da vicino?
È bella questa lettura che fai, più gioiosa, non ci avevo pensato e magari è proprio così! In realtà nasce da un momento meno felice della mia vita. Diciamo che se hai fiducia, una fiducia anche irrazionale, nel fatto che un legame, una connessione, un sentimento possono resistere a tutto, a ostacoli emotivi e fisici, alla scomparsa, allora davvero per quanto complicate possano essere le cose, be’ se ci teniamo per mano “non è successo niente”.   

“Per concludere… Hai in programma di realizzare un video e quale pezzo ti ispira di più in questo senso? Soprattutto, avremo la possibilità di poterti ascoltare dal vivo?
Eh si sono indietro con il video! Eppure è anche un po’ il mio lavoro nella vita (anzi forse proprio per questo!). Però ho già un’idea e lo girerò presto! Sarà quello di “Andare via” che resta per me il brano simbolo di questo lavoro, quello che ha dato il tono di voce al disco. Farò sicuramente a gennaio un live di presentazione del disco e sono molto felice perché avrò sul palco Cesare ed Emanuele! Praticamente i ”Malfatti” ad accompagnarmi!   

Una risposta a “Lezziero: Naturæ. Nascita, espansione, contrazione e dissoluzione, da accettare con saggezza e comprensione.”

  1. […] realizzata in occasione della pubblicazione del suo secondo album Naturæ, che potete leggere qui, Lezziero (Luca) mi aveva anticipato l’intenzione di realizzare un video del singolo Andare Via. […]

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