R E C E N S I O N E


Articolo di Monica Gullini

“Chiunque abbia un paio di orecchie rimarrà sbalordito dalla sua capacità di affrontare la musica, che sia un leader o un membro del gruppo”. Così parlava Citizen Jazz nel 2023 a proposito di We don’t Imagine anymore, disco d’esordio della musicista norvegese Veslemøy Narvesen. Classe 1997, a sei anni inizia a suonare il violino, passa al piano e alla chitarra per poi approdare alla batteria, dalla quale non si separerà più. Narvesen compone, suona, produce e arrangia, collabora con gruppi e artisti importanti del pop e del jazz quali Mall Girl, Moddi, Kongle Trio, Trondheim Jazz Orchestra, Kit Downes, Nils Petter Molvær, Arve Henriksen, Ingebrigt Håker Flaten, Anja Lauvdal e Mette Rasmussen. A tre anni dal debutto l’artista scandinava pubblica Letting All Light Through, un album di dodici tracce che trae ispirazione da Bon Iver, Radiohead, Ethan Gruska e Thomas Dybdahl.

Narvesen paga pegno anche alla sua formazione classica: si percepisce già da Prelude, una lunga sonata di piano intervallata da sprazzi sognanti. Il ritmo si velocizza in Mad Lovers, come un treno che corre all’impazzata verso un dirupo: “How could we look away, put ourselves on display and never stop the train, destination insane“, recita la strofa centrale. Il rimando è a My Brightest Diamond e a Something of an End, le cui corde ipnotiche ricordano il tappeto sonoro di Mad Lovers, qui però l’amore rinvigorisce e riparte, non si infrange. L’indulgente Forgive and forget, incorniciata da una chitarra solenne, è epica al pari delle migliori composizioni di Enya: il concedersi grazia è pari al dare e ricevere, cosa ormai rara in questo mondo. Veslemøy ora accarezza le note, poggiando sulle tonalità basse, ora si spinge in alto con una naturalezza disarmante; sullo sfondo, una melodia simile a un delicato madrigale. La flautata Adore è potente come la premura verso gli altri: l’amore descritto nella traccia è puro come l’acqua, i fiati ricordano da vicino quelli di We added It Up di Shara Nova, il brano è un fiume tranquillo che scorre verso il mare toccando una vetta altissima, il verso you’re everywhere, lirico e disperato come quello di Michael Stipe in You’re in the Air. Il pianoforte trascina via con sé delicatezza e grazia e le rende a tratti riflessive e pensose: “sei tu colui che è destinato a me?”, chiede l’artista norvegese con i piedi piantati sulla sabbia, pronta a svanire tra le onde.

Thread, introdotta da un lieve pigiare sui tasti e da un sussurro, è una elegia al cuore. La protagonista lo definisce freddo, come in preda a una immensa solitudine: ricorda i tempi in cui era bambina e vede innanzi a sé un futuro solitario. Il finale è una preghiera accorata: “perché io, passato che non perdona? Ho paura di ciò che è duraturo, un giorno verrà svelato ciò che si cela dietro la maschera“. È tutto labile, come il filo che dà il titolo alla canzone e di quello bisogna aver cura, affinché non si spezzi e con esso la nostra stessa vita. Hold me Closer scorre veloce tra rintocchi e vocalizzi, mentre sullo sfondo un treno sembra affrettare il passo; Rules manterrebbe un andamento simile, se non fosse il piano a ribaltare tutto. Qui si materializza la fuga, la seconda possibilità, il sogno di estrapolare l’amore e usarlo per aprire tutte le porte, ma è un sentimento chiuso a doppia mandata. La canzone contiene elementi elettronici e controtempi che si susseguono, mentre la chitarra si allontana solitaria e nostalgica. Il finale offre suggestioni radiohediane e ricorda le atmosfere di All Things Will Unwind, disco di Shara Nova.

Brevissima Interlude, coi suoi tocchi stranianti e pieni di mistero, ma non c’è tempo di abituarsi alla meraviglia, il tempo scorre e la batteria confluisce nell’intro di Treat us Kinder. La suggestione è ancora una volta mutuata dagli anni 90, da PJ Harvey e da Yorke e soci: la chitarra è rude e distorta, l’incedere sul rullante racconta una storia per niente facile. I vocalizzi si fanno largo dopo la metà divenendo un sussurro e nel finale tutto sfuma, lasciando il piano unico protagonista sulla scena. La scaramuccia amorosa è un ricordo lontano in Past of Our Lives, traccia infestata dai ricordi. A fare da cornice a un amore finito è il cielo, testimone di sentimenti non incarnati: Veslemøy lo afferma sin da subito – “non ti ho amato come avresti meritato” – trascinando il pianoforte sulla soglia di una consapevolezza che chiede perdono. La voce si schiarisce, gli strumenti accompagnano con delicatezza e si dissolvono, fino a riprendere vita nella title track, Letting All Light Through. Un meraviglioso tappeto sonoro si fonde col flauto, ecco tornare il cielo, ora di velluto, leggero come le dita che salgono e scendono sui tasti, dita che non hanno saputo stringere forte il sentimento più puro. La luce, grande protagonista dell’album, svanisce nella notte come le parole ascoltate, complici uno scroscio di pioggia, il piano che dipinge un’elegante malinconia e la confessione più grande, “ti amo e non c’è motivo di negarlo”.

E questo è Letting All Light Through: un disco disarmante, che scardina certezze e instilla dubbi, un lavoro pieno di vita, esperienze vissute, amori non rivelati, strade divise e occasioni perse. Tristezza, rimpianto e paura di fronteggiarsi sono i temi principali ma allo stesso tempo i bei ricordi ristabiliscono un’armonia compositiva emozionante. Veslemøy mette sul piatto della bilancia sogni ed errori e lo fa con estrema naturalezza, consapevole che la luce, un domani, ristabilirà l’equilibrio. Un vecchio saggio diceva che c’è una crepa in ogni cosa e da lì entra il chiarore; un’antica arte giapponese incolla gli oggetti rotti rivestendoli di meravigliose striature dorate. Resta solo da rimanere immobili e farsi attraversare, complice un album prezioso come pochi.

Tracklist:
01. Prelude (02:22)
02. Mad Lovers (04:25)
03. Forgive and Forget (03:49)
04. Adore (04:55)
05. Thread (02:34)
06. Hold Me Closer (01:57)
07. Rules (05:50)
08. Interlude (01:12)
09. Treat Us Kinder (04:51)
10. Past of Our Lives (04:05)
11. Letting All Light Through (02:12)
12. Epilogue (02:07)

Veslemøy Narvesen: batteria, percussioni
Nicolas Leirtrø: contrabbasso, chitarra baritona
Ingrid Margitte Narvesen: voce
Bethany Forseth Reichberg: voce
Sondre Moshagen: sintetizzatore
Ketija Ringa Karahona: flauto
Oda Holt Günther: violino

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