R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Un nuovo disco di James Brandon Lewis non è un evento raro. Dal 2020 il sassofonista sta costruendo un corpus che cresce con un ritmo febbrile, attraversando trio, quartetti, quintetti e progetti paralleli, lasciando ogni volta la sensazione di un pensiero musicale in piena espansione. Con Deface the Currency (Impulse! Records), quella traiettoria trova un punto di combustione particolarmente nitido: perché qui l’energia non è soltanto espressiva, ma strutturale, quasi etica.
Accanto a Lewis, i Messthetics – Anthony Pirog alla chitarra, Joe Lally al basso, Brendan Canty alla batteria – portano con sé una storia che non si può eludere. Lally e Canty sono stati la spina dorsale dei Fugazi, una delle formazioni post-punk più radicali e coerenti della scena indipendente americana. Quel retaggio non pesa come un monumento, vibra come una memoria attiva attraverso la tensione dinamica, la disciplina del groove e il rifiuto dell’enfasi gratuita.

Il titolo, preso da una provocazione attribuita a Diogene, suona come un programma: sfigurare la moneta, alterare il valore corrente delle cose, rimettere in discussione la circolazione dei significati. La musica si incarica di tradurre questo gesto in suono.
La traccia iniziale, Deface the Currency, entra in scena con un attrito immediato: il tenore di Lewis si avvolge alla chitarra di Pirog in un intreccio nervoso, quasi una schermaglia. Non c’è esposizione tematica tradizionale, c’è un vamp teso che si dilata e si incrina, fino a lasciare spazio a una serie di affondi improvvisativi che ricordano come il free jazz sia nato anche come linguaggio di rottura civile. Canty e Lally costruiscono un campo magnetico. La loro pulsazione, scarna e muscolare, tiene insieme il caos e gli impedisce di dissolversi. Al centro del disco, Rules of the Game introduce un’altra temperatura. Il basso si fa elastico, quasi funk; la batteria apre varchi più ariosi; sax e chitarra disegnano linee all’unisono che sembrano sorridere prima di lanciarsi in piroette improvvise. È uno dei momenti in cui si avverte con più chiarezza la natura comunitaria del progetto: il conflitto diventa gioco, la frizione si converte in danza. Il jazz, qui, è un laboratorio di convivenza. 30 Years of Knowing rallenta il passo senza perdere intensità. Pirog scolpisce un fraseggio lirico, dal timbro sorprendentemente rotondo, mentre Lewis modula il suono fino a farlo vibrare come una memoria che riemerge. La sezione ritmica incornicia il tutto con un’ostinazione discreta, quasi un respiro profondo. È un brano che suggerisce consapevolezza più che nostalgia: la storia non come rimpianto, ma come memoria viva, da attraversare ancora. Poi tornano le ombre. Universal Security oscilla su un tempo quasi ternario, un valzer deformato che progressivamente si addensa. Il crescendo non esplode subito, si accumula un po’ alla volta. Quando arriva la frattura, chitarra e sax sembrano fendenti lanciati contro un muro di suono. In filigrana si avverte l’eredità di un certo rock sperimentale americano, ma filtrata da un pensiero improvvisativo che rifiuta la posa eroica. Il finale con Serpent Tongue (Slight Return), un cenno implicito a Jimi Hendrix, riporta il gruppo al punto d’origine del loro dialogo. Il brano, già presente nel repertorio dei Messthetics prima dell’incontro con Lewis, viene qui riscritto come una cavalcata febbrile, quasi una sinfonia di attriti. Sax e chitarra si inseguono, si sfidano, si sovrappongono; sotto, Lally e Canty mantengono una pressione costante che impedisce ogni compiacimento virtuosistico. È una chiusura che non concede tregua, e proprio per questo appare necessaria.
Dopo centocinquanta concerti in un anno, l’alchimia è diventata linguaggio. Il funk è più profondo, il rumore più tagliente, la componente melodica più consapevole dei propri margini di rischio. In questo equilibrio instabile, si avverte qualcosa che supera la semplice contaminazione di generi. Non è jazz-punk, né post-hardcore con sax ospite. È una forma ibrida che assume il conflitto come metodo e la cooperazione come orizzonte.
Deface the Currency lavora sul tempo, storico e musicale, con un’urgenza che non indulge alla retorica. Ogni brano sembra interrogare il presente: quali paure abbiamo normalizzato? Quali regole abbiamo accettato senza discuterle? La risposta non arriva sotto forma di slogan, ma di vibrazione collettiva. Lewis continua a scolpire un’opera che lo colloca accanto alle voci più rilevanti del suo strumento. I Messthetics, dal canto loro, dimostrano che l’etica del punk può sopravvivere al proprio mito se trova nuove strutture in cui incarnarsi. Insieme, producono una musica che non chiede permesso e non cerca consolazione. Sfigurare la moneta, dunque. Alterare il corso abituale dello scambio. In questi trenta minuti scarsi, il valore cambia davvero: l’energia diventa pensiero, la rabbia si fa forma, il suono si trasforma in gesto condiviso.
Tracklist:
01. Deface The Currency (5:13)
02. Gestations (5:07)
03. 30 Years Of Knowing (3:46)
04. Rules Of The Game (4:09)
05. Universal Security (4:27)
06. Clutch (6:24)
07. Serpent Tongue (Slight Return) (7:14)
Photo © Pat Graham






Rispondi