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Barbiero | Manera | Sartoris – Woland (Autoproduzione, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il dilemma più complesso, nell’affrontare il problema del Male, riguarda proprio il monoteismo. Come può un unico Dio che è sommo bene ed infinito amore concedere spazio al Male? Un tema, questo, che ha interessato non solo la filosofia ma anche l’arte in molte sue diverse forme. In questo specifico contesto è la letteratura con il romanzo di Bulgakov, il “Maestro e Margherita”, a raccontare in un affascinante affresco pubblicato postumo negli anni ’60 la critica satirica al sistema comunista sovietico, persecutore, come tutti i regimi assolutisti, della libertà d’espressione. In una sorta di rovesciamento del gioco delle parti sarà proprio la Russia degli anni ’30 a rappresentare il Male mentre Woland – il diavolo – con la sua compagnia di demoni, paradossalmente costituirà il riscatto del Maestro, cioè lo scrittore perseguitato dal potere su cui s’incentra la storia di Bulgakov. In questo fascinoso disco di Massimo Barbiero, Eloisa Manera ed Emanuele Sartoris, tre musicisti di livello internazionale con alle spalle esperienze musicali composite, si cerca di rendere una storia complessa come quella dell’autore russo attraverso una sintesi operata dalla musica per mezzo dell’incredibile batteria di Barbiero, del sapiente e spesso struggente uso del violino della Manera e del pianoforte di Sartoris cui spetta il difficile compito di legare tra loro i dialoghi dei personaggi tratti dal romanzo e tradotti simbolicamente in dinamiche strumentali. 

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Gregorio Sanchez – Dall’altra parte del mondo (Garrincha Dischi, 2020)

R E C E N S I O N E


So solo scrivere canzoni tristi
Ma in generale tendo ad essere felice con la gente
(Gregorio Sanchez, Dall’altra parte del mondo, 2020)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Il 4 dicembre usciva Dall’altra parte del mondo, album d’esordio del bolognese Gregorio Sanchez. L’autore è emiliano d’origine, ma negli anni che hanno preceduto la produzione di questo lavoro d’esordio si è trasferito in Austria per poi tornare in Italia e stabilirsi a Milano; l’opera racchiude l’essenza di questi viaggi e di un vissuto che si concentra per lo più su scenari dolceamari fatti di amori non troppo riusciti.
Come si legge dall’incipit della titletrack, Sanchez “tende ad essere felice con la gente” pur scrivendo canzoni dall’animo malinconico; le liriche tendenzialmente pessimistiche sono cariche di una generale autoironia che permette all’album di emergere rispetto all’affollato mondo indie-pop italiano cui appartiene. Perché questo album è innegabilmente pop, ma non nella connotazione dispregiativa che a volte questo termine assume; è pop per le sonorità (che richiamano Bon Iver e Kings of Convenience tanto amati dal cantautore) e per la leggerezza spontanea dei testi, è pop perché non è una proposta poi così innovativa eppure risulta intrigante sia che lo si ascolti con attenzione o “in sottofondo” mentre si pensa ad altro.

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Classifica dei 50 migliori album del 2020

R E C E N S I O N E


Ci siamo. Siamo arrivati al panettone. Superate le festività natalizie, puntuale come le tasse, ecco il consueto appuntamento con la classifica di fine anno. Tradizione, per noi, vuole che il “listone” sia affidato alla competenza e alla curiosità di Simone Nicastro che ci accompagna in questo viaggio a ritroso lungo un 2020 particolarmente complicato. Isolamento, paura e incertezza hanno rischiato di metterci all’angolo. Abbiamo però una certezza: la musica è un’amica fedele che sa starci vicino anche e soprattutto nei momenti difficili. Cibo per l’anima, ristoro per cuori affamati. C’è tanta buona musica in giro, tanta da affollare ogni nostra giornata. Una classifica è necessariamente parziale e soggettiva, la musica non è una scienza esatta e le emozioni che trasmette sono individuali, però ci auguriamo che sia uno stimolo al confronto. Se ciò avviene abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Vi lasciamo perciò alle parole di Simone. Buona lettura e buona musica!

La redazione

Articolo di Simone Nicastro

Come ogni anno (da un bel po’ di anni ormai) inizia qui il mio percorso di memoria personale e valutazione totalmente soggettiva dell’anno discografico appena trascorso. Anno che, ahimè, sappiamo tutti essere stato fin troppo pieno di dolore e sacrifici. Mai come in questi 12 mesi ringrazio il cielo di essere riuscito ad alimentare, ancora una volta, il desiderio inesauribile di ascoltare e confrontarmi con l’arte musicale, di farmi trasportare da essa e, infine, di non esserne mai sazio.

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Julius Project – Cut The Tongue (JM Distribution, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Dopo 40 anni (il primo brano fu concepito il primo gennaio del 1978) è uscito Cut The Tongue, primo album prog di Julius Project, dalla mente del tastierista (e avvocato leccese) Giuseppe Chiriatti. Un’opera che Julius pubblica insieme a storici nomi del prog nazionale e mondiale, dall’arrangiatore Paolo Dolfini a Richard Sinclair, leggenda della scena inglese di Canterbury, passando per l’ex Maxophone Marco Croci. Alla voce solista e nei cori c’è Bianca Berry, la figlia di Julius (con tanto di narratore, Profeta, Boy e family friend a parlare e cantare). Un album dalla genesi travagliata ed un progetto intenso che racconta in 18 brani e quasi 60 minuti di musica senza interruzioni il percorso interiore del giovane protagonista Boy, interpretato dalla voce di Bianca Berry. Boy è un ragazzo che si sente annebbiato perché la sua vita non ha senso: dapprima si chiude in sé stesso, poi, su indicazione di un amico di famiglia, si affida ad un “profeta” che gli decanta le meraviglie della ricchezza e l’importanza dell’apparenza, fino a quando, la notte di San Silvestro, Boy non si rende conto che si tratta soltanto di false illusioni. All’alba, in una dimensione onirica, ascolta la voce di uno spirito guida che gli raccomanda di “tagliare la lingua” (Cut The Tongue) ai falsi profeti… Alla fine Boy, troverà il significato della sua esistenza, accettando la solitudine come virtù (a tratti mi ricorda l’idea del fenomenale doppio LP del 1969 Tommy degli Who, una delle prime opere rock in assoluto della storia).

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Michele Fazio Trio – Free (Abeat Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Molte volte cerchiamo nella musica carezze emotive anziché complesse costruzioni armoniche, ritmi tribali, stati d’animo stridenti o cupe catabasi di certi artisti maledetti. Andiamo in cerca semplicemente di un po’ di piacevolezza e questo è forse, per molti di noi, il primo obiettivo che ci si aspetta dall’arte. Di certo non è sbandando tra le contraddizioni che ci si cala nel cuore dell’espressione artistica. Sono le accettazioni, le riflessioni, le sensazioni e le emozioni a cui ci abbandoniamo che guidano la comparsa dello stupore e della sorpresa. L’ascolto di questo quinto lavoro di Michele Fazio ci può regalare tutte le emozioni di cui abbiamo bisogno. Il pianista pugliese vanta nel suo curriculum numerose collaborazioni con artisti che provengono dalla musica leggera (parliamo tra gli altri di Patty Pravo, Francesco Tricarico, Antonella Ruggero, Fabio Concato) e con registi cinematografici come Rubini e De Cataldo per i quali ha firmato le colonne sonore dei loro film.

Photo © Roberto Cifarelli

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Sycamore Age – Castaways (Woodworm Label/Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

I Sycamore Age ritornano con le loro onde oniriche ed incantatrici, dando alla luce Castaways, uscito questo dicembre per Woodworm Label e distribuito da Universal Publishing.
Castaways, Naufraghi. Quale titolo migliore per ritrarre la condizione che stiamo vivendo a livello globale? Se fossimo costretti a spogliarci dalle nostre impenetrabili maschere, dovremmo ammettere che l’essere umano anche quello più basico e materialista, si sente sempre un po’ naufrago… del mondo, della vita e di se stesso.
I cinque paladini di Morfeo ci guidano nel vortice di otto tracce, un percorso ipnotico che ci porta fuori dal mondo, dentro noi stessi. Il posto più imperscrutabile e denso di ossimori, ma il più autentico e l’unico in cui può compiersi la catarsi.

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Gli Scordati di Joe – Vol. 60

R E C E N S I O N I


Articolo di Giovanni Carfì

“Note di merito per album passati distrattamente in secondo piano, ma meritevoli di un loro piccolo spazio”.

Questo è ciò che scrivevo qualche anno fa in apertura a questa rubrica e oggi siamo arrivati al numero 60. In tempi di classifiche di fine anno, mi chiedo che senso possa avere segnalare nuovi ascolti, suggerire artisti in alcuni casi esordienti, o che dopo una prima esperienza discografica spariscono. Mi chiedo che senso abbia, avere la presunzione di giudicare dei lavori rispetto ad altri, in una giungla di “Artisti” che si professano tali, di ragazzi e ragazze che investono anche economicamente in progetti, o di chi finisce a collaborare con altri produttori o promotori, finendo stritolati in un sistema che li promuove come qualunque altro “prodotto”. Forse un senso c’è, ed è giusto che ce l’abbia.

La musica non dovrebbe essere un prodotto, ma espressione e trasposizione di un’opera artistica, di una comunicazione impellente, che abbia la forza e la dirompenza di lasciarti con la mascella a penzoloni, che abbia la capacità di emozionare, di stravolgere le tue orecchie ma ancora prima il tuo cuore. Oggi potremmo definirci fortunati, abbiamo tutto a portata di un click; che sia un video, una canzone, un’immagine, ma questo ha abbassato il livello qualitativo delle proposte in maniera clamorosa, e cercare qualcosa di “bello” o di artistico è ancora più difficile. Ci stiamo abituando a definire “bello”, qualcosa che in molti casi non lo è realmente. Se pensiamo anche solo alla fruizione della musica 20 anni fa, potremmo capire come ogni cosa aveva un peso specifico molto elevato; il valore di un supporto fisico, un libretto con i testi, un qualcosa di tangibile e concreto, poteva fare la differenza. Così come vedere un film in prima visione nel proprio salotto, rispetto a vederlo al cinema, (non nei multisala); si tornava a casa con la matrice del biglietto, si decideva l’orario in cui andare a vedere il film, e il più delle volte lo si faceva su scomode sedie di legno, ma oltre al film ti portavi a casa un’esperienza oltre alla visione stessa del film.

Lo so può essere un discorso senza senso, ma in un mondo che lamenta una mancanza di attenzione verso l’arte, servirebbe più senso critico e bisognerebbe riappropriarsi della curiosità e della voglia di scoprire cose nuove, senza la comodità di un algoritmo che decida per noi. Quanti di voi comprano fisicamente dei dischi, vanno al cinema e sostengono attivamente l’arte? Quando si sente dire che non ci sono più i grandi cantautori, i grandi artisti del passato, la colpa se così può esser definita, è una conseguenza della nostra disattenzione, la nostra comodità rispetto ad una ricerca e un approfondimento a cui non siamo più abituati. Ecco, prendetevi il vostro tempo, anzi riprendetevelo, e quando ascoltate qualcosa di nuovo, siate onesti, la musica è un’arte, non è un prodotto.

Io mi prenderò del tempo chiudendo questa rubrica, dove la selezione di ascolti che mi ha suscitato qualcosa, è sempre stato un lavoro non facile ma che ho fatto con piacere, combattendo sempre tra il proprio gusto e la capacità di allontanarsi da questo per poter avere la giusta imparzialità che serve in questo caso. Non possiamo però sempre guardare al passato cercando un ristoro in esso, ma bisogna fare del proprio meglio nel presente, con le condizioni e con le regole che questo implica. Forse è semplicemente una scusa per poter costruire qualcosa di nuovo, in ogni caso, ringrazio chi ha seguito questo mio contributo negli anni.

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Cristian Marin Trio – Shape (Ultra Sound Records, 2020)

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Recensione di Aldo Pedron

Cristian Marin (Tradate, 12-9-1976) è uno dei chitarristi più poliedrici e fantasiosi in circolazione. A 16 anni la decisione di intraprendere gli studi classici al Conservatorio dove si diplomerà nel 2004 in Componimento Superiore di chitarra classica 10° anno presso il Conservatorio Statale G. Nicolini di Piacenza. Ha studiato chitarra, armonia e storia della musica. Collabora stabilmente con il M° Emanuele Segre con il quale coordina una Masterclass dal 2004. Intensa è la sua attività di insegnamento: Jardin Musical di Lugano, Bellinzona, Morbio (CH) dove è docente di chitarra classica, moderna, armonia e teoria musicale e dove coordina il corso per band e musica d’insieme; al Liceo Civico Musicale R. Malipiero di Varese è titolare della cattedra di chitarra classica; al Mondo Musica di Varese è invece docente di chitarra moderna e classica, inoltre è Commissario Esterno durante gli esami di chitarra classica presso il Conservatorio G. Verdi di Como.

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Joel Ross – Who Are You? (Blue Note Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Un giovane vibrafonista di circa vent’anni che si fa accompagnare da musicisti altrettanto giovani, più o meno suoi coetanei ed ex compagni di studi, tra cui la persona più anziana – si fa per dire – è l’arpista Brandee Younger di trentasette anni. Questo è l’importante biglietto da visita di Joel Ross, un artista a tutto tondo, esperto batterista ed anche pianista ma che proprio col vibrafono è arrivato al suo secondo lavoro edito dalla benemerita Blue Note. Dopo il bell’esordio Kingmaker dello scorso anno è ora la volta di questo nuovissimo Who are you? in cui Ross si fa sostenere, tra gli altri, da Immanuel Wilkins al sax, autore da par suo di un pregevole lavoro d’esordio (Omega). Joel Ross viene da Chicago ma è nel calderone vitale di New York che comincia a suonare e a selezionare i musicisti che lo accompagneranno nei suoi due album. Non ci vuole molto a risalire alle influenze di questo artista che, per sua stessa ammissione, segnala Milt Jackson come principale ispiratore del suo approccio allo strumento.

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