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White Lies – Five (Pias, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Al solo accenno ai White Lies, riaffiorano subito ricordi e sensazioni di una fredda stagione invernale.

Un sabato pomeriggio di 10 anni fa, vagavo tra le strade ricoperte dalla neve, tra un negozio di musica e l’altro, alla ricerca di sensazioni alternative, di qualcosa che attirasse la mia attenzione. Quasi per magia (o più semplicemente per caso), in filodiffusione iniziano ad arrivarmi le note di To lose my life. Un autentico messaggio d’amore che recita: “let’s grow old togheter, and die at the same time”. Senza nemmeno saperne il nome, decisi che quella canzone avrebbe fatto parte della mia vita.

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Edda – Fru Fru (Woodworm label, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Thomas Maspes

Edda sa come farci godere. E non solo con le dita (“Guarda come sono fatta…fammi godere con le dita”). E sa anche come sorprenderci. Lo fa benissimo con questo suo nuovo disco, un’evoluzione di quel Graziosa Utopia uscito un paio d’anni orsono. Ci sorprende e ci dona piacere con il suo gusto sempre azzardato di saper cantare con quel timbro di voce beffardo e irriverente, che nella mia mente spesso associo a quello di una persona che ti sussurra all’orecchio frasi sconce per farti arrossire o per darti quella piccola scossa di piacere che poi attraversa tutto il tuo corpo. Ma per poter ottenere questo risultato ci vuole complicità. E allora Edda veste i suoi versi intrisi di una sessualità spinta e non convenzionale, con degli abiti dai colori sgargianti, abiti pop, “sgarzolini”, per l’appunto “fru fru” (lui dice che adorava mangiare dei biscotti così leggeri che venivano propriamente chiamati così).

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Rival Sons – Feral Roots (Atlantic Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Come nelle migliori famiglie, le tradizioni e le ricette vincenti si tramandano di generazione in generazione, e nella big family del rock’n’roll ci si aggrappa alle radici più profonde per ottenere il meglio. Nel caso dei Rival Sons, si parte da lontano, da Jimmy Page e Robert Plant, passando per Rory Gallagher e Jim Morrison. Radici pesanti e di un certo spessore con cui misurarsi. Ma potete fidavi… Il nuovo album della band è una bomba ad orologeria pronta ad esplodere in qualsiasi momento e senza immaginare un conto alla rovescia.


Photo – Rick Horn

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Nada – E’ un momento difficile, tesoro (Woodworm, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’album si apre con una title track che è come una seduta di esorcismo autogestita. La musica è quanto di più scoppiettante Nada abbia concepito in questi anni. Un riff ritmico di chitarra elettrica di sapore underground, sul cui incessante levare la cantautrice toscana infila una melodia che fluisce sorniona alla maniera scanzonata tipica dell’epica dei ’60. Il tono è quello di giocare in chiave ironica e sorridente su paure, fobie e incomprensioni, come ben sottolineato anche in un divertente videoclip dove la nostra fa il controcanto alla civiltà dell’estetica ad ogni costo. La voce è prima collocata in un involucro low-fi che ricorda i dischi mono, quindi si espande fiera negli altoparlanti, note gravide di piano elettrico si imbucano a fasi alterne completando la linea armonica di un brano semplicemente perfetto. E’ l’inizio al contempo drammatico e irriverente del nuovo disco di Nada E’ un momento difficile, tesoro.  

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Mòn – Guadalupe (Urtovox, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Ci sono vari colori all’interno del nuovo album dei Mòn, basta osservarne la copertina per poterne immaginare l’effettivo contenuto sonoro. Abbiamo una predominanza di verde e azzurro, ma l’occhio cercando di delineare un’immagine finita, si ritrova a vagare da un punto all’altro scoprendo dettagli nascosti e sfumature: piccole figure umane, fiamme, orsi e piramidi, in una composizione che rispecchia molto ciò che l’ascoltatore si dovrà aspettare.

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Ian Brown – Ripples (Polydor, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Chiara Bernini

Effettivamente, la decennale e desolante assenza dalle scene di Ian Brown era passata inosservata, o quantomeno in secondo piano, grazie all’attesissima reunion nel 2017 (anticipata dalla pubblicazione di due singoli inediti) degli Stone Roses, sua band di appartenenza, nonché uno dei simboli musicali e stilistici per eccellenza di Manchester. Un silenzio, pertanto, giustificatamente andato perso nel dimenticatoio… anche se temporaneamente.

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Bring Me The Horizon – Amo (RCA, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Se potessimo riavvolgere per un momento il nastro e tornare a Sheffield nel 2004, quando Oliver Sykes decise nella sua testa che era finalmente giunto il momento di mettere insieme la sua band, nessuno avrebbe mai scommesso un solo euro (o un solo penny visto che siamo in tema di brexit) di ritrovarsi, dopo 15 anni, a questo bivio.

I cambiamenti talvolta portano nuova linfa, nuovi stimoli e nuovi orizzonti. Ma è sempre così?

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Massimo Volume – Il Nuotatore (42 Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Mi è capitato di chiedermi come mai, quando esce un disco dei Massimo Volume, tutti indistintamente si trovano d’accordo, esprimendo giudizi entusiastici, di pura meraviglia e stima. Eppure sono gli unici che non hanno mai fatto una svolta di stile, nessun cambio di orizzonte, e sono gli unici nella scena del sottosuolo italiano che non vengono criticati per questo. Mantenere la propria integrità, fedeli a se stessi e, ciononostante, non sbagliare un colpo, mai.

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Gli Scordati di Joe – Vol. 39

R E C E N S I O N I


Articolo di Giovanni Carfì

Note di merito per album passati distrattamente in secondo piano, ma meritevoli di un loro piccolo spazio. Nell’impossibilità di raccontare tutto ciò che viene prodotto, una selezione di dischi con confronti senza vincitori, né punteggi; ma con la presunzione di restituire una sensazione il più immediata possibile, attraverso un’analisi che va oltre le solite stellette.

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