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Bush – The Kingdom (BMG, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Ad essere sinceri non sembrano passati 26 anni dal fortunato debutto di Sixteen Stone. Il tempo sembra essersi fermato davanti allo Sheperd’s Bush (storico club di Londra da cui prende il nome la band) in attesa che il gruppo salisse su quel palco. Eppure non deve essere stato facile per Gavin Rossdale tirare su una band da sempre sottoposta a continue critiche, travolti da etichette come copia poco originale dei Nirvana.

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Radical – TRASHBIN Vol. 3 (Autoprodotto, 2020)

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Articolo di Cristiano Carenzi

Il terzo capitolo della saga arriva a poco più di un anno dal precedente. La prima volta che ne ha parlato Radical fu a Dicembre scorso con una foto su Instagram, nei mesi successivi sono usciti tre pezzi e due di questi sono stati poi inseriti nel progetto (“Racks” e “Killyourego”). In tutto il disco è composto da 9 brani e dura poco più di venti minuti, decisamente il più corposo tra i tre.

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Paul Weller – On Sunset (Polydor, 2020)

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Articolo di Antonio Sebastianelli

Il tempo a volte sa essere galantuomo. Nonostante le mille rughe che solcano il viso del Mod Father e lo rendono sempre più simile a una sorta di fratello leggermente più savio dell’Iguana Iggy, la sua musica pare non aver patito un invecchiamento particolare. Merito di un’incredibile sapienza compositiva e interpretativa ma soprattutto dalla percezione esatta di quella che è l’ossatura della Pop Song perfetta: ritmo e melodia, intensità e leggerezza.

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Idris Ackamoor & The Pyramids – Shaman! (Strut Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Jazz e sciamani sono sempre andati d’amore e d’accordo e non costringetemi a fare lunghi e noiosi esempi. Del resto l’anima del jazz, nera era e nera resta, anche quando suonano dei bianchi. L’ennesima corroborazione della teoria, è in questo bellissimo disco, di Idris Ackamoor & The Pyramids, in uscita il 7 agosto, che per fugare ogni dubbio si intitola Shaman!, se vogliamo un’invocazione più che un titolo didascalico. Un disco diviso in quattro atti, una sorta di dichiarazione d’intenti su quattro grandi temi come amore e perdita, mortalità, l’aldilà, famiglia e salvezza. E già questa struttura, apparentemente non necessaria per giustificare un album di per sé di alta qualità, dimostra piuttosto bene l’importanza “rituale” della musica, in rapporto agli accadimenti della nostra vita spirituale.

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Jaga Jazzist – Pyramid (Brainfeeder, 2020)

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Articolo di Elena Di Tommaso

Pyramid è il nuovo disco dell’ottetto norvegese Jaga Jazzist in uscita il 6 agosto 2020 per la Brainfeeder di Los Angeles curata da Flying Lotus. A distanza di ben cinque anni dall’ultimo lavoro “Starfire” (Ninja June, 2015) i Jaga Jazzist immergono questo nono album nella profondità di un mare magnum in cui convergono influenze post-rock, jazz e psichedeliche.
Il jazz beat norvegese e sperimentale risente di una miriade di ispirazioni musicali e rifugge da qualunque catalogazione e da ogni forma di contenimento. L’originale ensamble che ruota attorno all’estro compositivo di Lars Horntveth (fondatore del complesso) e che convoglia in un unico centro creativo musicisti dalle radici jazz, elettroniche, acustiche, rock e ambient, ha creato un suono cosmico, in linea con la nuova etichetta. L’istrionismo di Pyramid strizza l’occhio ai predecessori che spaziano dalla band jazz degli anni ’80 Out To Lunch e il guru del sintetizzatore norvegese Ståle Storløkken, ai contemporanei Tame Impala, Todd Terje e Jon Hopkins.

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Asher Gamedze – Dialectic Soul (On The Corner, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Apparentemente è difficile scrivere di un lavoro musicale realizzato da un batterista, soprattutto perché non è molto consueto che un batterista realizzi un disco, anziché mettersi a rimorchio di pianisti, saxofonisti, trombonisti e chitarristi. In realtà scrivere di Asher Gamedze e del suo Dialectic Soul, non è affatto difficile semplicemente perché si tratta di un gran bel disco, dove la batteria non ha  un ruolo preponderante (ma si sa i batteristi soffrono di egocentrismo in misura molto minore degli altri strumentisti), poi perché alla batteria è dato il ruolo del controcanto (quello della libertà dell’anima africana) e per una volta la parte del cattivo la fa proprio il sax, strumento venerato e venerabile nel jazz, che qui riveste il ruolo simbolico delle interferenze colonialiste.

Ph. Elijah Ndoumbè

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The Pretenders – Hate For Sale (BMG, 2020)

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Articolo di Stefania D’Egidio

Correva l’anno 1978 quando si formò il gruppo anglo-statunitense The Pretenders. Chrissie Hynde, allora giornalista per la rivista musicale NME, aveva già tentato l’avventura con altri due gruppi che avevano avuto vita breve. Il successo arriva per la nuova formazione già nel ’79 con il primo album omonimo e si consolida nel ’82 con il secondo, poi la cattiva sorte si abbatte su di loro e perdono due membri per overdose; la Hynde non si dà per vinta, recupera un altro chitarrista, un bassista e va avanti per la sua strada, sfornando prima Learning to Crawl, nel ’84, poi un paio di singoli di successo, frutto della collaborazione con il gruppo reggae UB40. Nel ’86 la svolta pop con Get Close, non molto apprezzata dai fans storici, nonostante la bellissima Don’t Get me Wrong, il singolo che mi fece innamorare del gruppo quando ero appena una ragazzina che passava i pomeriggi davanti a una piccola radio Grunding, in attesa dei suoi idoli. Che ne possono sapere i Millennials di quando cercavamo disperatamente di registrare su nastro le canzoni, sperando che gli speakers non ci parlassero sopra? Altri tempi…

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Mulatu Astatke & Black Jesus Experience – To Know Without Knowing (Agogo Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

L’ethio jazz è vero jazz? Potrebbe essere, forse sì, forse no, forse ma poco importa, meglio ascoltare, come sarebbe meglio bere un bicchiere di vino prima di curarsi di cosa ci sia scritto sull’etichetta. Certo se poi si vuole fare una bella figura, bisogna ricordare che l’ethio jazz mette insieme al jazz anche groove, rock, rap, hip-hop, funk, musica tradizionale africana e magari anche dell’altro. Ma ora che lo sappiamo, sembra persino inutile saperlo, poiché è sempre l’atto dell’ascolto a decretare se la musica valga o valga poco. Qualcuno dice che si tratti delle emozioni che trasmette; sono d’accordo solo se ci si intende sul termine di “emozioni”, che non possono essere solo quelle istintuali, ma piuttosto quel complesso di input, formati da echi della memoria, evocazioni, pensieri strutturati e anche ragionamenti, se vogliamo.

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DMA’S – The Glow (Infectious Music, 2020)

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Articolo di Manuel Gala

E se potessimo trasportare un genere musicale da un continente all’altro e per un momento sognare? Poter prendere per mano il britpop e fare il giro del mondo (e un discreto salto in avanti nel tempo) per arrivare in Australia e scoprire che le origini possono rivivere pur non rimanendo entro i confini. Succede che James Cook (esploratore inglese) ci aveva visto giusto nel navigare fino a vedere le terre del continente oceanico in tutto il suo splendore e, centinaia di anni dopo, la storia si ripete a livello musicale.

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