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Lo strano caso della signora di Klimt. Una storia di emersione dall’inconscio

T E A T R O


Articolo di Barbara Guidotti

Presentato presso il Salotto Illuminato di Salsomaggiore Terme il 29 Ottobre 2022, Lo strano caso della Signora di Klimt è uno spettacolo che – pur nella complessità e nella ricchezza del contenuto, in cui si intrecciano differenti piani concettuali e cronologici – conserva tuttavia una profonda coerenza interna, grazie all’utilizzo di una chiave di lettura unitaria che rappresenta il filo conduttore di tutta la narrazione.
Immergendosi nelle foto d’epoca, negli epistolari e nei documenti d’archivio, Simone Santi, coadiuvato da Elisabetta Ferri e sotto la regia di Paolo D’Anna, ricostruisce accuratamente tanto la vita e l’opera di Klimt quanto lo scenario storico che ne fu il contesto, svelando i legami fra le diverse espressioni artistiche e culturali che segnarono il momento di transizione fra Ottocento e Novecento.
Lo fa ispirandosi alla storia del Ritratto di signora (ricostruita da Ermanno Mariani nel testo “Il mistero del doppio ritratto”, ndr) esposto nella galleria d’arte del mecenate piacentino Giuseppe Ricci Oddi fino al 1997, anno in cui fu misteriosamente trafugato per essere poi ritrovato, in circostanze altrettanto misteriose, nel 2019.  

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Sun Ra Arkestra – Living Sky (Omni Sound, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando mi capita, non molto spesso per la verità, di riascoltare qualche vecchio album della Sun Ra Arkestra, non essendo un fan di stretta osservanza mi succede di commuovermi o, in alternativa, di provare una certa irritazione. La commozione ci sta, perchè la Arkestra e la sua guida aliena Sun Ra – almeno fin quando egli fu in vita – potevano suonare musica talmente bella che solo un vegetale – ma forse nemmeno lui – avrebbe potuto restare indifferente a certe ispirate orchestrazioni. Però anche una moderata arrabbiatura è lecita, soprattutto quando un certo livore anarcoide prendeva il sopravvento sull’ironia e sulla disincantata bellezza delle loro performance, obbligando l’ascoltatore ad estenuanti quanto infinite sopportazioni di ance urlanti e cacofonie percussive. Eppure, la Sun Ra Arkestra ha scritto pagine indelebili di musica assolutamente da salvare dall’ingeneroso oblio del Tempo e dal futile scalpiccio delle mode. Del resto, una band che resta sulla scena ininterrottamente dagli anni ’50 ad oggi, con tutti i rimescolamenti che ha subito, tra cui il cambio di leadership, qualche buona qualità deve pur possederla. Delle caratteristiche di Sun Ra e del suo bizzarro aplomb già ne parlammo a riguardo del disco di Tyler Mitchell e Marshall Allen – trovate la recensione qui – due alfieri della Arkestra, in modo particolare il secondo che ancora oggi, alla verde età di 98 anni, dopo la dipartita di Sun Ra, tiene in piedi la baracca guidando con il giusto piglio la numerosa band. Il sax tremolante di Allen, vuoi per contingenze legate all’età o per scelta espressiva che sia, oggi assomiglia sempre più ad Albert Ayler, soprattutto quello di Summertime – dategli un ascolto, a questa versione, perchè la reinterpretazione di questo standard gershwiniano dello sfortunato saxofonista di Cleveland è quanto di più bello e devastante possa capitarvi di ascoltare. La musica che scorre nell’ultimo lavoro della Sun Ra Arkestra, Living Sky, possiede la vertiginosa incertezza del mistero, l’aspetto nascosto del lato invisibile della Luna, con una miriade di suoni – l’Arkestra consiste di venti elementi – che entrano ed escono da ogni dove ma conservando una dimensione piuttosto immune alle tendenze contemporanee del jazz. Questo perchè l’Arkestra è essa stessa la contemporaneità e da sempre ne ha rappresentato il margine più sperimentale ma anche, in un certo senso, l’aspetto più tardo-romantico e nostalgico. Non ci sono rappers, niente ritmi incalzanti, poca elettronica, nessun sentimentalismo pop bensì il puro linguaggio dell’improvvisazione e dell’estemporaneità non fine a sé stessa ma legata alla scrittura, all’arrangiamento, insomma a tutte quelle qualità che oggi possono ad alcuni sembrare obsolete ma che consistono nel quotidiano di chi, come quelli dell’Arkestra, si sono sempre nutriti di pane e jazz. L’organismo mutevole di questa banda ha da sempre comunque uno scopo, cioè quello di elevare gli spiriti oltre il visibile attraverso una moderna tribalità collettiva, alla ricerca di una libertà espressiva che non rinuncia alla tradizione ma sceglie di muoversi liberamente in un ambito creativo, in un continuum che origina da Fletcher Henderson e che va errando lontano, persino entrando nell’orbita di John Zorn e chissà, forse arrivando fino a Saturno, là dove Sun Ra ci sta ancora aspettando.

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Mary Halvorson – Amaryllis & Belladonna (Nonesuch Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

C’informa tanto sulla post-fusion che sull’avant-jazz – qualsiasi cosa possano comprendere o “significare” ora come ora le due già sfuggenti definizioni – la benvenuta collezione di nuovi materiali espressi in due album più complementari che gemellari, a firma della sempre variamente investita Mary Halvorson.
Casomai di quest’ultima si fosse rilevato una non parca (leggi: esuberante) rappresentazione discografica e concertistica, insomma mediatica, diremmo di non trovare né oziosa né pleonastica l’ennesima iniziativa, che colpisce per il vivace grado di fruibilità e la non trascurabile, in parte rinnovata progettualità.

Certo non poteva passare inosservato un quindicennio di poliedrica espressione della chitarrista formatasi (anche) alla corte di Anthony Braxton, e variamente investita in collaborazioni e/o contitolarità ormai fuori computo, tra cui i confratelli Marc Ribot, Bill Frisell o Joe Morris, la coppia Rainey-Laubrock, soliste quali Jessica Pavone, Susan Alcorn o Sylvie Courvoisier, più recentemente alla testa del convincente e composito ensemble Code Girl, e dalla quale riscontriamo ora un nuovo apporto creativo, fissato in première sul palcoscenico del Roulette Intermedium di Brooklyn e arruolante sodali che rappresentano “alcuni dei musicisti preferiti del pianeta” nell’opinione di Halvorson, che prosegue nelle note introduttive:“Ho iniziato a scrivere la musica nel 2020, quando il mondo ha rallentato e la maggior parte delle attività si è interrotta, e tutto ciò che avevo era la mia chitarra, una matita, della carta e un computer: il piacere di immaginare come potesse suonare la musica mi ha mantenuta sana di mente durante quel periodo e mi ha motivata per andare avanti.
Più o meno nello stesso periodo, ascoltavo molta musica per quartetto d’archi. Avevo alcuni libri di orchestrazione in giro per il mio appartamento e tutto il tempo per prendere lezioni di composizione. Scrivere per quartetto d’archi è sempre stato un mio sogno, ma anche qualcosa di intimidatorio e in qualche modo fuori portata: ma con un programma chiaro e interminabili giornate davanti a me, mi è sembrato il momento giusto per provarci.”


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Ataraxic Void – EP #One (Autoproduzione, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Il quartetto lombardo degli Ataraxic Void, di recente formazione, propone la sua prima prova EP #One, debutto in forma digitale che presenta un’interessante connubio di generi che hanno caratterizzato gli anni ’90. È musica di ottima fattura che non tende a riproporre in toto i tempi che furono, ma attraverso movimenti dilatati e a qualche passaggio in chiave prog, creano sicuramente aspettativa per una prima prova sulla lunga distanza.

Sad Spring ci accoglie con un elegante arpeggio e una voce limpida che riprende nel cantato gli Alice in Chains, quelli veri, nel loro ultimo periodo nel quale Jerry Cantrell assunse sempre più l’onere e l’onore delle parti vocali. E questo, non è certo un difetto, dacché concede al pezzo una certa influenza seventies che mi fa pensare ad un ascolto ben attento dei Genesis, fino a quando il pezzo si elettrizza e la sezione ritmica entra con una certa prepotenza per donare alla canzone una svolta inaspettata. Se proprio si vuole trovare un difetto, in un’esecuzione quasi perfetta, è il ‘yeeah’, che suona come un cliché. La canzone si conclude con un rientro acustico che dona al brano una certa circolarità. La ‘primavera triste’ del titolo è un riferimento al 2020 e alla pandemia che, volente o nolente, ci ha condizionato tutti.  

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Duval Timothy – Meeting With a Judas Tree (Carrying Colour, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Cosa potrà mai riservarci l’incontro con un Albero di Giuda? Un titolo tanto accattivante quanto misterioso. Vi assicuro che la tela sonora di questo lavoro è ricca di sorprendenti filati, come il percorso artistico multicromatico del suo autore.

Duval Kojo Bankole Timothy, o più semplicemente Duval Timothy, classe 1989, è un artista multidisciplinare originario di Freetown (Sierra Leone) perennemente in movimento fra la patria natia e Londra. È principalmente conosciuto come pianista e compositore, ma la sua attività artistica si espande anche alla concept art includendo pittura, fotografia, scultura, design e video. Il suo percorso vanta esposizioni a livello internazionale: Tate Modern (Londra), Museo Luigi Varoli (Cotignola, Ravenna), Still House Gallery (New York), galleria Polistar (Istanbul). Il colore, inteso anche come metafora di polivalenti sfumature espressive, è il filo conduttore della sua espressione artistica che si estende anche alla cucina e ai tessuti, sempre guidato dal principio dell’ecosostenibilità. Duval è anche fondatore della Carrying Colour, etichetta discografica e di abbigliamento. Nello specifico il Carrying Colour Studio, sito a Freetown, è una casa e studio di registrazione ed è utilizzato anche da una piccola comunità di artisti internazionali e locali per incidere e sperimentare varie forme artistiche. Per chiudere il vasto cerchio, il nostro ex studente d’arte è altresì coautore del libro di ricette africane The Groundnut Cookbook di cui ha curato persino le illustrazioni ed è anche proprietario di un ristorante pop-up.

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Dezron Douglas – Atalaya (International Anthem / !K7 Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Tra momenti di indurita vitalità e altri di sognante rilassatezza, il contrabbassista Dezron Douglas sfiora lo stigma dell’eccellenza con questo album registrato in quartetto, Atalaya. Nonostante i suoi lavori da titolare siano pochi – se ne contano tre da Live at Smalls del 2012, passando per un’uscita in quartetto nel 2018 con Soul Jazz fino ad arrivare a Force Majeure in coppia con l’arpista Brandee Younger nel 2020 – Douglas ha un cospicuo curriculum di collaborazioni con Louis Hayes, Makaya McCraven, Pharoah Sanders, George Cables, Cyrus Chestnut, Enrico Rava e molti altri. È indubbio, però, anche ad un ascolto superficiale, come in quest’ultimo album l’orecchio ben temperato del nostro contrabbassista sia piuttosto allineato con lo stile di Coltrane – John, non Ravi con cui Douglas ha comunque suonato. Sono sicuramente buone credenziali ma alcune intrusioni free, peraltro non numerose, sembrano leggermente fuori tempo massimo. Veniali minus progettuali, comunque, che nulla tolgono al valore complessivo di Atalaya, album ricco di pathos e di un sentimento contemporaneo da non leggere come una rivolta edipica verso i padri ma anzi una sorta di continuità stilistica e filologica rispetto al jazz degli anni ’50-’60 di cui, questo lavoro, sembra degno erede. Ad aiutare Douglas in questa impresa costruttiva ci sono Emilio Modeste al sax, George Burton al piano e al Rhodes, Joe Dyson jr. alla batteria e un intervento vocale e percussivo di Melvis Santa. Il suono complessivo ha un impatto realistico, sembra quasi catturato live in studio da quanto risulta immediato e spumeggiante. La configurazione dei brani è molto plastica, duttile, estremamente scorrevole e al di là di qualche istante più rumoristico si consegna spesso ad un impianto melodico circonfuso da sottili malinconie.

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Francesco Guccini – Canzoni da Intorto (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Provasi

In una romantica e storica bocciofila di Turro, zona nella periferia nord di Milano, ho assistito ad uno dei momenti più formativi ed intriganti della mia vita: una conferenza stampa di Francesco Guccini. Classe 1940, dischi e successi a non finire, fan di ogni generazione, tanta poesia, ironia e umanità sono la carta d’identità di questo gigante della musica italiana, che il 18 novembre ha pubblicato il suo ultimo lavoro, inaspettato e attesissimo allo stesso tempo, Canzoni da Intorto, di cui ci racconta le origini e le caratteristiche.
Non si può parlare del disco senza prima valutare cosa sia stato e cosa sia diventato Guccini nell’ultimo periodo. L’ultimo lavoro discografico risaliva al 2012, anno in cui ha salutato i palchi e la musica (fino ad oggi), dopo una carriera di oltre cinquant’anni in cui ha saputo viziare cuori e orecchie degli ascoltatori con testi indimenticabili, a tratti irriverenti e un tantino coloriti, in grado di raccontare in egual misura la dimensione interiore sia dell’autore che dell’Italia, osservata tramite lenti da “filo-anarchico”, come lui stesso ci ha tenuto a precisare in sala stampa. E ora, a distanza di pochi metri e separati solo da un palchetto su una pista di bocce, come si mostra Francesco Guccini?
Vediamo un uomo innegabilmente stanco e anziano, che ha bisogno di aiuto a muoversi e che si sente in parte lontano da questo mondo moderno (in sala stampa passa il microfono all’accompagnatore a seguito di una domanda poiché non sa cosa sia lo streaming), ma tuttavia ancora in grado di incantare con risposte sempre adeguate, quasi mai retoriche e ben motivate, a dimostrazione che il cuore e la mente invecchiano a velocità sensibilmente diverse rispetto al corpo. In poche parole, è ancora maledettamente bravo a raccontare, raccontarsi, essere magnetico, essere un cantautore, anche se di musica e brani non ne scrive più.

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Canova Trio – Agata (Filibusta Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Lucio Vecchio

Canova è un piccolo borgo medioevale, immerso nella natura della Val d’Ossola. Un villaggio di case in pietra e legno, abitato da diversi artisti. Ed è anche il luogo in cui, sei anni fa, questo trio è nato grazie all’incontro spontaneo di tre amici: Elisa Marangon, voce e pianoforte – Roberta Brighi, basso elettrico e voce – Massimiliano Salina, batteria.
Nel tempo, i percorsi ed i gusti personali, così come la voglia di sperimentare e rischiare, hanno permesso al gruppo di lavorare su brani originali ed arrangiamenti del tutto personali, caratterizzati da ricerca ritmica e liricità, ispirandosi alla musica jazz nordeuropea (come Kenny Wheeler, Ewan Svensson e Norma Winstone), così come al jazz americano, al neo soul e all’R&B moderno (come Robert Glasper e Gretchen Parlato).
Nell’estate del 2021 hanno registrato il loro primo album insieme Agata, con un ospite speciale, il trombettista Fulvio Sigurtà.
Attraverso colori e geometrie sorprendenti e sempre differenti la pietra Agata si fa spazio nel mondo e racconta, senza parole, di un miracolo della natura. Dalla combinazione di diversi fattori naturali nascono delle vere e proprie opere d’arte, dall’identità forte, che a tratti ricordano tecniche pittoriche appartenenti ad epoche lontane tra di loro.
Una modalità espressiva molto vicina al mondo della musica, che fa pensare al colore di questo disco.
In Agata, edito da Filibusta Records, trovano posto 11 tracce. Oltre alle composizioni originali di Elisa Marangon, di cui una scritta con Roberta Brighi, ed una di Massimiliano Salina, sono presenti reinterpretazioni di brani di Antonio Carlos Jobim, WayneShorter, Bill Evans, Enrico Pieranunzi, Dave Castle/Ewan Svensson.

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Daniel Lanois – Player, Piano (Modern Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Forse sarebbe meglio chiarire subito un aspetto fondamentale, beninteso senza alcuna vis polemica. Daniel Lanois, musicista canadese, produttore, compositore e abile demiurgo sonoro non è un pianista vero e proprio, per sua stessa ammissione. Ha realizzato questo disco Player, Piano lavorando sui suoni di due pianoforti, uno Steinway modello “O”, una sorta di mezza coda più grande dei normali pianoforti dello stesso tipo e uno Heintzman verticale. I due pianoforti, ciascuno con timbriche completamente differenti, sono stati “preparati”, o meglio modificati nella sonorità, sia utilizzando una microfonazione posizionata in modo strategico per lenire le frequenze più brillanti, sia utilizzando feltrini accessori da aggiungere a quelli già in dotazione ai martelletti, con l’obiettivo di ottenere una prestazione più morbida all’ascolto ma anche un particolare viraggio, almeno nelle intenzioni, verso un’atmosfera un po’ vintage. Poi Lanois ha fatto due scelte che un pianista non farebbe mai, cioè quella di registrare le parti delle due mani separate tra loro e di operare tagli e cuciture tra i suoni, in sede di missaggio, in modo da ottenere – sono parole sue tratte da un’intervista di Brad Wheeler presente sul sito The Globe and Mail del settembre dell’anno in corso – “accordi che non potrei sentirmi incline a suonare in una performance naturale”. Un commento elegantemente sincero per far intendere che il pianoforte gli è servito come sorgente d’ispirazione poetico-sonora, più che come strumento fine a sé stesso. Del resto Lanois vanta una grande esperienza sia come autore – ha pubblicato una dozzina di album prima di quest’ultima uscita, senza contare i numerosi EP, singoli e compartecipazioni varie – sia come attento e raffinato produttore – ricordiamo a proposito gli album editati con U2, Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, ecc… Questo continuo lavoro, autoriale, coautoriale e di produzione, gli ha fatto acquisire una sorta di equilibrata sapienza musicale a posteriori, tale per cui l’Autore si trova ad operare con le note senza commettere errori di rilievo, come lui stesso racconta. “Non voglio che il riverbero del mio Do# vada a sbattere con quello di un Do naturale”, e quest’affermazione dimostra il desiderio di mantenere sotto controllo tutto ciò che potrebbe apparire oltranzismo armonico espressivo o peggio, segnale di superficiale incompetenza.
Questo Player, Piano regala l’impressione di essere un po’ l’apocatastasi di Lanois, un ritorno a casa quasi per tirare le fila delle numerose esperienze musicali attraversate in tutta la sua carriera. A 71 anni d’età è lecito guardarsi dentro con una naturale accondiscendenza, soprattutto valutando a volo d’uccello, senza narcisismi, tutti gli obiettivi raggiunti e le sperimentazioni in vari campi che Lanois stesso si è prefissato in quarant’anni circa di attività artistica. E questo disco, infatti, racconta molto dell’intimità del suo autore, rimandando alle pregresse esperienze con Brian Eno ma anche ad almeno un paio di incisioni da titolare come Belladonna (2006) e Goodbye to Language (2016) con lo spirito delle quali mi sembra di cogliere le maggiori affinità. Viene suggerita una diversa modalità di avvicinamento verso sé stessi, un modo di abbandonarsi alle proprie visioni interiori, come si trattasse di intraprendere un viaggio sentimentale che profuma di ricordi personali e che tuttavia, grazie all’intrinseco potere della musica, finisce per essere condivisibile da chiunque si disponga all’ascolto.

 

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