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Fresh Pepper – Fresh Pepper (Telephone Explosion Records, 2022)

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Recensione di Simone Catena

La band di Toronto Fresh Pepper, si presenta sulle scene con un percorso bizzarro ed emotivo, che incastra una qualità giocosa con diverse sfumature, lasciando vibrazioni notevoli e un sound ricco di inventiva, in stile jazz. Nell’album omonimo di debutto, il formidabile duo Andre Ethier e Joseph Shabason, amici di vecchia data, mette in mostra un racconto grottesco, che prende spunto dalle loro esperienze culinarie, esplorando un divertente processo creativo. Negli otto brani, l’immagine mentale e introspettiva, porta a un viaggio bizzarro fatto di umorismo e grande tecnica sonora. Il disco viene prodotto e distribuito dall’etichetta canadese Telephone Explosion Records.

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Enrico Pieranunzi – Something Tomorrow (Storyville Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Ogni volta che esce un nuovo disco di Enrico Pieranunzi non si tratta più di capire se sia un buon lavoro o meno ma piuttosto di prendere atto del costante livello di eccellenza del pianista romano. A dire il vero, nella sua lunga carriera concertistica e discografica, Pieranunzi si è sempre espresso a livelli altissimi e personalmente ritengo il suo disco dal vivo, il Live at Village Vanguard del 2013, una delle espressioni massime della sua arte. Quella musica tesa, fremente, stracolma di energia realizzata con Marc Johnson e Paul Motian, dovrebbe essere presa ad esempio di come si possa suonare al top pur nella essenziale nudità della formazione a trio, senza rimpiangere i numerosi esempi lasciati da Bill Evans e Keith Jarrett, per parlare solo dei più famosi e rappresentativi. Se la musica è equilibrio tra emozione (l’ispirazione compositiva) e ragione (la geometria strutturale)  Pieranunzi dimostra anche in quest’ultima uscita Something Tomorrow di possedere l’arte della conciliazione tra i due fattori. In questo disco, realizzato in studio e quindi al di fuori del clima torrido di un’esibizione live, non si ascoltano funambolismi particolari e del resto non ce ne sarebbe bisogno. Bastano i pochi accordi iniziali di Those Days per renderci conto del mulinare d’idee perfettamente sotto controllo, frutto della collaborazione con la batteria di André Ceccarelli – una vecchia conoscenza con cui Pieranunzi ha suonato dal 1996 in sei precedenti lavori –  e del contrabbasso di Thomas Fonnesbæk, che aveva già affiancato il pianista  in un disco del 2018, Blue Waltz e in New Visions del 2019. I brani di Something Tomorrow sono quasi tutti di Pieranunzi, ad eccezione della traccia 6 ad opera di Fonnasbaek e dell’ultimo This is new la cui musica fu composta da Kurt Weil con parole di Ira Gershwin, fratello di George, in pezzo pubblicato nel 1941 e facente parte originariamente del musical Lady in the Dark.

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Il Muro del Canto – Maestrale (Fiorirari, 2022)

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Articolo di Sabrina Tolve

Dopo un’attesa di quattro anni – comprensivi d’una pandemia che ha letteralmente divorato due di essi – è uscito, il 16 giugno 2022, il quinto album in studio de Il Muro del Canto, Maestrale, che definisce un progetto accennato da ben tre singoli: Controvento, Cometa e il più recente La luce della luna.
Le dodici storie presentate dal nuovo album riflettono nuovamente ed innegabilmente, lo spirito, le abitudini, la dottrina e le ambizioni della gente, religiosa per assuefazione e spirituale per necessità, da sempre in lotta con sé stessa e con la natura che la circonda. I dodici brani narrano delle contraddizioni, della comunanza di sentimenti, tra voglia di libertà, critica politica e sociale, satira amara e beffarda, lirica appassionata, sbeffeggio e ardore.

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The Dream Syndicate – Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions (Fire Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

I Dream Syndicate sono un caso più unico che raro di coerenza. In un’epoca di revival e reunion, loro rappresentano l’eccezione alla regola e per questo occorre spendere qualche parola. La band di Steve Wynn fu in passato fiera rappresentante del Paisley Underground, un sottogenere losangelino nato all’inizio degli Anni ’80 che accomunava un discreto numero di band. I tratti distintivi erano la psichedelia sixities e il recupero della strumentazione base rock. In un’epoca di post new wave con sound farciti di synth e tastiere, questi gruppi riuscirono a produrre dei piccoli gioiellini musicali oltre a un culto tenuto in vita da un sottobosco di estimatori che amavano chitarre, assoli imbastarditi col blues e Lou Reed. In quegli anni i Dream Syndicate fecero uscire una manciata di Ep e quattro dischi interessanti, dei quali, almeno due capolavori (il primo The Days Of Wine And Roses del 1982 e il secondo, Medicine Show del 1984), poi lo scioglimento e un parziale oblio. Nel 2017 ecco riaprirsi una nuova fase. Steve Wynn rimette in piedi la band e non lo fa per girare il mondo e portar lustro alla gloria dei tempi che furono. Il gruppo è di nuovo in attività, modifica il proprio suono senza però tradire la psichedelia e così facendo consente a noi ascoltatori di ritrovarci oggi tra le mani il quarto disco del nuovo corso del Sindacato del sogno.

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Tommaso Moretti – Inside Out (Bace Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando mi sono trovato ad ascoltare i file in anteprima di Tommaso Moretti mi sono interrogato più o meno come fece Don Abbondio riguardo a Carneade. Poi, scorrendo le note stampa accluse a questo Inside Ou, mi è balzata agli occhi la chiave dell’enigma. Un nome, quello dei Tribraco. Una formazione italiana fondamentalmente rock ma decisamente sporta verso l’avanguardia, uno tra i miei gruppi preferiti nell’ambito di quello che oggi si definisce genericamente “avant”, appellativo che precede altri attributi variabili come rock, jazz, punk, usati singolarmente o fantasiosamente mescolati tra loro. Per farla breve, Moretti è stato – o è ancora? – l’eccellente batterista di questa band romana. Lo stesso Moretti si è trasferito, non so quanto definitivamente, a Chicago nel 2013. L’ultimo suo album esce quindi per un’etichetta indipendente statunitense, la Bace Records. Il profilo di questo lavoro appare piuttosto lontano dal suono dei Tribraco e si presenta assumendo dei connotati più marcatamente jazz, con musicisti americani – uno solo brasiliano – producendo una musica assai interessante, arricchita da numerose influenze diversificate che provengono dal mondo latino americano e anche dall’Italia. Moretti non dismette, semmai controlla maggiormente le sue naturali esuberanze percussive, prestando attenzione al delicato lavoro d’insieme che la costruzione di questo album ha reso necessaria. Vitalità, inventiva, frequenti cambi direzionali: il risultato ottenuto conserva comunque una propria omogeneità di stile ed una marcata ricercatezza delle sfumature. Non è un suono di pancia, per intenderci, quello che complessivamente si ottiene. Ma bensì una miscela sonora dovuta alla mescolanza di diverse istanze culturali, germogliate nella mente di Moretti e definitivamente fiorite con il contributo della sua band. Un settimanale quotato come il Chicago Reader sottolinea con una certa enfasi un “joyful spirit and a taste of Italy”. In effetti qualcosa d’italiano affiora qua e là nel discorsivo fluire di questo album, forse alludendo a tratti alla colonna sonora di qualche “italian movie” rimasto nella memoria degli americani. O forse, più verosimilmente, per via del rifacimento di Era de Maggio, la storica canzone napoletana di fine ‘800, resa in modo così ammiccante da ricordare le musiche di Nino Rota. L’iconico brano napoletano viene affrontato senza timore reverenziale dalla voce di Moretti – probabilmente anche con una certa provocatoria incoscienza – ma rendendolo comunque spoglio di quell’aspetto formale che ci saremmo aspettati di ascoltare.

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Tigran Hamasyan – StandArt (Nonesuch Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Misurarsi con gli standard, per un jazzista, è qualcosa di più che un puro divertimento fine a sé stesso. Non dare per scontata una qualsiasi melodia significa riviverla, riassaporarla e spesso riarmonizzarla, a volte rendendola quasi irriconoscibile ad un orecchio non ben allenato. Una strada preordinata, certo, ma non segnata da alcun limite di transito né di velocità. Occuparsi di uno standard può voler dire anche recuperare il senso storico di una musica, come il jazz, che ha inglobato diverse istanze culturali, dall’emarginazione nera all’accademia della borghesia bianca, dal blues alla canzone sentimentale e infine al rock. Ultimamente poi – come dimostra il penultimo album dello stesso Hamasyan, The Call Within – l’area di assemblaggio si è allargata sempre più, includendo stimoli che vengono da tradizioni popolari europee che non hanno niente da spartire con l’originale cultura afro-americana. Ancora più soddisfazione possono dare brani non considerati propriamente degli standard a tutti gli effetti che magari non compaiono nemmeno nei Real Books. Reperti di un’archeologia emozionale, quindi, passati in secondo piano con le mode e riammessi poi sotto i riflettori tra le dita di un musicista che sa ridare loro una nuova vita. Non sorprende quindi che un pianista affermato e famoso come Tigran Hamasyan, dopo aver testato varie possibilità nella sua musica, dalle lunghe passeggiate modali di A Fable del 2011 fino ai mescolamenti sonori più fantasiosi di The Call Within del 2020, decida ora, dopo più di dieci anni di “vagabondaggio” musicale e undici dischi usciti a suo nome – senza contare tre EP editati dal 2011 al 2018 – di dedicarsi agli standard con il suo ultimo album dall’intrigante titolo StandArt. Hamasyan sottopone queste musiche non tanto ad un processo di mascheramento quanto, a volte, ad un vero e proprio “sabotaggio” delle strutture portanti, spesso modificando gli intervalli tra un accordo e l’altro, alterandone l’andamento ritmico e ripensando il brano, com’è lecito che sia, secondo il proprio istinto e sensibilità. Il risultato ottenuto è una stratificazione di piani emotivi diversi, dalle extrasistolie nervose, quasi ossessive di I Did’nt Know What Time It Was alle sognanti, fiabesche atmosfere di All the Things You Are, transitando così da eccentriche parti strumentali – Laura – ai tempi declinanti di arcana tristezza come in I Should Care. Il fatto è che Hamasyan, immigrato “benestante” dall’Armenia, ha probabilmente preso atto dello jato sociale che negli Stati Uniti – non è una critica ma una constatazione – resta ben tracciabile tra le varie classi d’appartenenza, bianchi, neri, latini, asiatici ecc…

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Adele Fabiani – Il Vecchio e Il Mare EP (Frekete! Records, 2022)

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Recensione di Simone Catena

Adele Fabiani è una compositrice e sassofonista abruzzese che esplora lo studio tecnico e neoclassico del sassofono, immergendo le sonorità dentro la musica classica e il jazz contemporaneo. La sua notevole qualità si racchiude in questo primo Ep, che nasce con tre brani ben strutturati. Il titolo Il Vecchio e Il Mare prende spunto da uno dei romanzi di Ernest Hemingway. Quest’ultimo è stato una grande fonte d’ispirazione poetica e letteraria di Adele, che coltiva una passione profonda e sperimentale verso tematiche personali. All’interno di questo viaggio, l’artista abbraccia un collettivo di musicisti di spessore, che danno un’impronta importante all’album.
Il disco è stato prodotto e distribuito dall’etichetta indipendente Frekete! Records, con base a Vasto.

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Nduduzo Makhathini – In The Spirit Of Ntu (Blue Note Africa, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Un’interpretazione anticonvenzionale del jazz passa per l’inquieta wanderlust che coglie ogni appassionato viaggiatore – anche solo con l’immaginazione –  attraverso tutte quelle regioni del mondo in cui si fa musica utilizzando linguaggi inusuali. Da parecchi anni il Sudafrica offre lo stimolo alle sue variegate voci, dai tematismi caldi di denuncia civile – Miriam Makeba – alla poesia intimista di artisti seminali – Abdullah Ibrahim – alle nuove leve emergenti – Malcom Jiyane – e questi sono solo alcuni dei primi nomi che vengono in mente. Spulciando le note stampa di accompagnamento del pianista Nduduzo Makhathini scopro accanto ai prevedibili titoli professionali – musicista, compositore, improvvisatore –  anche un curioso attributo, quello di “guaritore”. A meno che il termine inglese “ healer ” non abbia altri significati che purtroppo non conosco, devo dire che questo sostantivo mi ha sorpreso. Che la musica, dai tempi di Orfeo, abbia possibilità lenitive è un fatto ormai assodato e la musicoterapia ne è un esempio eclatante. Il termine “guaritore”, però, di fronte all’homo saecularis contemporaneo, potrebbe assumere delle caratteristiche un po’ ambigue. Non ho però alcun dubbio, almeno dopo aver ascoltato questo disco, che il potere terapeutico di Makhathini sia effettivamente una realtà, tale è la magia che si sprigiona dai questo album In The Spirit of Ntu. Il concetto di Ntu è legato a quello dell’Essere e soprattutto ad un’idea più estesa di “Unità dell’Essere”, in cui ogni individuo è in stretta comunione con la Natura e quindi compartecipato alla realtà cosmica in un unico, sotterraneo legame. Una strana, negromantica attrattiva, come un effluvio di vapori stordenti, si libera dal jazz di Makhathini che è un insieme di mistica contemporaneità, religiose tradizioni ancestrali, insinuanti cantilene ed appaganti esperienze emotive. Una musica di primissima scelta, originale nella sua arcana bellezza, eseguita da musicisti- sciamani che arrivano diretti al sodo, cioè allo scopo di raggiungere il nostro mondo psichico laddove si celi l’origine dell’esistenza stessa, il chaos primigenio delle più antiche cosmogonie. Questo In the Spirit of Ntu  è un lavoro da maneggiare con attenzione che non ha solo il fine di comunicare forti stati emotivi ma bensì quello più nobile di trasmettere conoscenza, quel sapere di noi stessi che costituisce il processo d’individuazione, faticosissimo ma necessario percorso per avvicinarci al senso della nostra vita. Con un pianismo per certi versi più vicino all’approccio di McCoy Tyner ma che non s’allontana dalla religiosa attenzione di Ibrahim per l’anima africana, Makhathini imbastisce un discorso musicale organico, potente ed esperienziale, con l’apporto di una serie di validi musicisti. Troviamo allora Linda Sikhakhane al sassofono, Robin Fassie Kock alla tromba, Dylan Tabisher al vibrafono, Stephen De Souza al basso, Gontse Makchene alle percussioni, Dane Parigi alla batteria, Anna Widauer e Omagugu alle voci e un prezioso ospite come il sassofonista contralto americano Jaleel Shaw.

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Liam Gallagher – C’mon You Know (Warner Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Sono passati decisamente i tempi del tamburello e di quando Liam Gallagher, voce carismatica, infiammava le platee dei più grandi festival europei e non, alla guida degli Oasis. È vero, in quel caso le guide erano due, suo fratello Noel, il vero comandante in capo che si occupava della sala macchine e lui, simbolo innato di spregiudicatezza che dirigeva il veliero verso nuovi orizzonti e oasi di piacere sempre più ampie di pubblico adorante. Oggi abbiamo davanti una forma nuova, un musicista in crescita costante con la voglia di sperimentare e imparare sia a livello di strumentazione che a livello di cura dei suoni in studio. C’mon You Know, occorre dirlo subito, si presenta come disco più maturo rispetto ai precedenti As You Were del 2017 e Why Me? Why Not. del 2019, e la prima avvisaglia è proprio l’introduzione di More Power, primo pezzo di questa nuova raccolta di canzoni. Voci angeliche ci accolgono con effetto straniante, per un testo maturo nel quale Liam canta “Mother, I’ll admit that I was angry for too long/ Mamma, ammetto di essere stato arrabbiato per troppo tempo” dove è impossibile non rilevare una nota autobiografica.

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