R E C E N S I O N E


Recensione di Sabrina Tolve

Cosa succede quando, invece di nascondere gli anni che passano, decidi di mettere quel discorso proprio al centro della tua opera? Con Half-Told Tales, Aidan Moffat e Malcolm Middleton hanno tentato di recuperare lo sguardo degli anni ‘90, trasformando il disagio, la rabbia, il sesso, la solitudine e il quotidiano in materia musicale, osservandoli però da una distanza di quasi trent’anni. Il risultato è un disco sorprendentemente fisico. Quattordici tracce in cui l’elettronica, le chitarre, i fiati e i beat costruiscono una musica spesso più muscolare e immediata rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare dagli Arab Strap.
Half-Told Tales è un disco che parla del presente senza avere bisogno di dichiararsi contemporaneo. Dentro ci sono i social network, la politica, la propaganda, il culto dell’immagine, la paura di invecchiare, il corpo che cambia, la solitudine e l’assurdità della vita quotidiana. C’è quella particolare forma di stanchezza che arriva quando si è abbastanza adulti da aver perso molte illusioni, e abbastanza vivi da non volersi arrendere del tutto. Ed è forse questa la principale sorpresa dell’album – la quantità di movimento. Perché Half-Told Tales non è un disco statico.

Parte con un’immediatezza quasi brutale, attraversa synth, rock, sax, ballate, spoken word e arrangiamenti sempre più stratificati, per arrivare a una conclusione lenta e quasi ipnotica. I Get Noise è una dichiarazione d’intenti. Il sax e l’andamento incalzante fanno da contrappunto a una delle ossessioni più contemporanee del disco, l’impossibilità di trovare silenzio tra notifiche, messaggi, opinioni, rumore sociale. You You You è uno dei momenti più immediati dell’album sebbene sia solo la seconda traccia. Il ritmo quasi pop e l’energia elettronica entrano in collisione con un testo pieno di autocritica, sarcasmo e disillusione. In Be a Man il ritmo si abbassa e lascia spazio a una dimensione più riflessiva. Il titolo richiama direttamente l’idea di una mascolinità imposta, ma il tono stanco e quasi dimesso mette in discussione le aspettative che accompagnano l’identità maschile. La band torna a spingere con Fighting For You, una delle tracce più rock dell’album, costruito intorno all’assurdità della retorica militare. L’idea di combattere per qualcuno viene smontata dall’interno. Glamour Magick è una delle frecciate più divertenti e velenose del disco. Qui si parla di ossessione per l’eterna giovinezza, di corpo da mantenere, dell’immagine pubblica da difendere. Musicalmente il pezzo possiede una leggerezza che rende ancora più efficace la critica. Ma gli Arab Strap non sarebbero gli Arab Strap senza una canzone capace di spingere il disagio fino al limite dell’esplicito. Gape è probabilmente uno degli episodi più disturbanti dell’album, una sorta di discesa nel corpo e nelle sue zone meno nobili. Ma la volgarità non è mai fine a sé stessa – serve infatti a togliere ogni patina estetica al racconto. È una canzone fisica, sporca e volutamente difficile da ascoltare. Dopo l’eccesso arriva il raccoglimento di Under Offer, in cui Moffat sembra quasi parlare direttamente all’ascoltatore. Con Basic Physics il disco riprende velocità. Chitarre ed elettronica costruiscono un pezzo nervoso, nel quale la fisicità della musica accompagna una scrittura che continua a giocare sul rapporto tra corpo e razionalità. Sunsong è invece uno dei momenti morbidi del disco. Il pianoforte introduce una dimensione quasi balladistica e Moffat lascia emergere una malinconia meno aggressiva. Dollar Park è un altro pezzo rock in cui chitarre e sax si contendono lo spazio, creando uno dei momenti più movimentati del disco. È una traccia che sintetizza bene l’estetica di Half-Told Tales proprio perché elementi che sembrerebbero appartenere a mondi diversi vengono fatti convivere senza problemi. Segue Mr. Splitfoot – un monologo che procede per immagini e osservazioni, con la musica che resta sullo sfondo e lascia respirare le parole. Ampersand è forse il mio brano preferito dell’album, carico di malinconia, e con un andamento lento e quasi dimesso. Arriviamo al distico finale con Fragments, il cui titolo è perfetto. La canzone sembra costruirsi per frammenti, partendo da un’elettronica minimale per poi lasciare spazio a chitarre sempre più ruvide, e infine Beats Per Minute, una lunga discesa che rallenta tutto e trasforma il disco in una sorta di coda notturna.

Half-Told Tales è un album che funziona perché trova gli Arab Strap esattamente dove e come dovrebbero essere: adulti, disillusi, sarcastici, ancora arrabbiati e soprattutto ancora capaci di trasformare il disagio in musica. Il titolo suggerisce storie raccontate solo a metà, frammenti che chiedono all’ascoltatore di completare il quadro. Rispetto alla loro storia, il disco contiene certamente elementi familiari, ma non dà l’impressione di vivere di nostalgia. Anzi, è uno degli aspetti più interessanti del progetto perché gli Arab Strap sembrano usare il proprio passato come linguaggio – la loro musica continua a essere miserabile, ma non è mai davvero sconfitta. E trovo questa una vera e propria forma di resistenza, quella di voler continuare a raccontare il mondo quando il mondo sembra aver esaurito le storie, cercando ancora, dentro i frammenti, qualcosa per cui valga la pena restare.

Tracklist:
01. I Get Noise (03:23)
02. You You You (05:30)
03. Be a Man (04:42)
04. Fighting For You (03:06)
05. Glamour Magick (04:30)
06. Gape (04:33)
07. Under Offer (02:36)
08. Basic Physics (03:39)
09. Sunsong (03:06)
10. Dollar Park (04:19)
11. Mr. Splitfoot (02:40)
12. Ampersand (04:13)
13. Fragments (04:17)
14. Beats Per Minute (05:15)

Photo © Luke Bovill


Sabrina Tolve è con Off Topic dagli esordi, ha scritto di libri e teatro. Oggi si occupa di musica, prediligendo quella politica e sociale. Vive in Irlanda.  

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