R E C E N S I O N E


Recensione di Gaetano Lauritano

Oggi fa uno strano effetto ritrovarmi su questo vagone, sembra di rivedermi studente universitario mentre la metro collinare, la Linea 1, mi porta giù a Napoli. Sono passati 30 anni in un solo colpo e, in un solo colpo, ritorno ragazzo, com’erano ragazzi Francesco Di Bella, Armando Cotugno, Renato Minale e Giuseppe Fontanella, in arte i 24 Grana, quando muovevano i primi passi a metà anni ’90.

Adesso siamo tutti cresciuti, ma la voglia di musica non si è mai sopita. Rivederli alla presentazione di Bidonville, il nuovo disco che arriva dopo 15 anni dal precedente, è una grande emozione, in primis perché siamo, ancora, tutti vivi e poi perché questi quattro ragazzi hanno ancora tanto da raccontare. Anticipato dal singolo Stadera, uno squarcio sulla vita della periferia Est di Napoli (via Stadera appunto), da dove parte il racconto di storie, di personaggi, di persone che vivono ai margini di una città sempre troppo crudele e incompresa dai suoi stessi abitanti, una città che tanto si chiude nello scuro dei vicoli stretti, tra motorini rubati, spaccio e panni stesi ad asciugare da chissà quanto tempo.

Bidonville è un concept, come Francesco dichiara, sulla condizione umana, sociale, politica ed ecologica nella quale versa Napoli, ma anche qualsiasi città del mondo, come Gaza che ci chiama ancora (chi conosce il gruppo dalle origini sa che sono sempre stati attenti alla questione palestinese). È un disco maturo dove convergono le influenze musicali di quattro ragazzi che, dal garage di Via Pietravalle, hanno calcato i palchi in giro per il mondo portando avanti le loro radici senza mai cedere alle lusinghe del mainstream.

Si parte con Nino, un bel riff di chitarra che lascia il giusto spazio alla voce di Francesco, una bella riflessione sul rapporto con la vita, sull’affrontare le avversità con coraggio e un poco di fortuna; Stadera è una bellissima ballata piena di malinconia e consapevolezza sulle vite di poveri cristi, “Anime Salve” direbbe De André: «L’aria ‘e via Stadera / È ‘a cchiù fredda d”a città / Passace ‘a matina / Siente quant’è fine /Fino a quando pò durà». Il fraseggio di chitarra di Giuseppe crea un ritmo che ti fa alzare lo sguardo e cercare un po’ di sole oltre quei vicoli umidi dove la rassegnazione si è attaccata alle pareti dei palazzi senza intonaco, mostrando la dura realtà di una vita fatta di stenti e sconfitte.

Con Bidonville esplode il sound del gruppo, quello che li ha fatti diventare un gruppo alternativo nel vero senso della parola; esplode l’elettronica, la batteria e le parole di Francesco si fanno vere, profetiche: «‘Mmiezz ‘a via, mentre se scava dint’ ‘a munnezza, ce sta l’oro ca nisciuno vò cercà». Ci si affanna con gli occhi chiusi a cercare l’inutile, il superfluo, mentre nessuno si accorge che quello che serve è a portata di mano: «Staje cercanno chella che nun se vede».

L’impegno per Gaza, da sempre, oggi più di ieri, un arpeggio teso, ipnotico e una linea di basso martellante; due minuti e trentanove secondi per lacerare la carne e il cuore, sempre per chi un cuore ce l’ha. «Gaza nun ce sta cchiù, ma ’o popolo canta ancora, Gaza nun ce sta cchiù, stanno sotta a ‘e macerie…’O tiempo è passato e s’è purtato tutto chello ca se puteva purtà».

La voce di Di Bella si fa arrabbiata, “’ngazzate nire” direbbe il buon James Senese, e allora, come ogni napoletano che si rispetti, alla fine si rivolge a San Gennaro perché, in un modo o nell’altro, a qualche santo ci dobbiamo affidare quando le cose vanno storte; che si creda o meno, vale sempre la regola che «Sotto a San Gennaro simme tutte quante eguale e se ne va sta musica, Sotto a San Gennaro pe’ viche ‘e sti quartiere se ne va sta musica».

Undici brani, undici perle di cui si sentiva il bisogno, per ricordarci che, anche se le cose non vanno sempre come vorremmo, la resilienza è il bene più prezioso che abbiamo per andare avanti; perché quella busta della spazzatura sulla copertina del disco, che ricorda il ciuccio napoletano, è rotta e vuota, perché «se scava dint’ ‘a munnezza, ce sta l’oro ca nisciuno vò cercà». Avevamo bisogno del loro ritorno, dei 24 Grana, della loro poetica e della loro voce che raccontano, senza urlare, senza sbordare, che basta poco, veramente poco per ridiventare umani.

Tracklist:

  1. Nino 
  2. Stadera 
  3. Bidonville 
  4. Nisciuno parla cchiù 
  5. Jo songo comme so’ 
  6. Gaza ce chiamma ancora 
  7. Dimme comme fai 
  8. Buono a se fa piglià 
  9. Sotto San Gennaro 
  10. Overdose 
  11. L’ora ‘e turnà a faticà

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