A R T E – M O S T R E


Articolo ed immagini di Mario Grella

C’è un’opera di Peter Handke, già Nobel per le letteratura, di rara bellezza: si tratta del poderoso volume del 1994, dal titolo “Il mio anno nella baia di nessuno”, a metà tra autobiografia e meditazione filosofica che narra del periodo vissuto dallo scrittore austriaco nella banlieu parigina. Sono pagine fitte fitte di pensieri, meditazioni, incontri, visioni, meditazioni che spesso hanno origine da un paesaggio tanto banale, fatto di svincoli, tangenziali, miseri alberi, distributori di benzina, fermate di autobus, industrie, capannoni, concessionarie di auto, tanto pregno di possibili meditazioni. Un paesaggio di periferia diverso da città a città, eppure così uguale ovunque. Naturalmente anche Milano ha la sua “baia di nessuno” che circonda la città. Tuttavia questi  paesaggi così “pieni di vuoto” a volte nascondono tesori che hanno il magnetico potere di saper rianimare e redimere un intero tessuto urbano, che sembrava essere irrimediabilmente lacerato o perduto.

A Pero, da qualche tempo esiste, tra le centinaia di capannoni ex-industriali tutti uguali, il Deposito Christian Stein, dove sono appunto depositate opere di proprietà della omonima Galleria Stein di Corso Monforte che, per festeggiare i sessant’anni di attività, ha deciso di aprire le proprie porte al pubblico fino al prossimo 6 giugno. Come per tutti i tesori però, occorre avere una mappa per trovarli e non si tratta solo del semplice indirizzo che banalmente può essere inserito nel navigatore della propria auto: no, bisogna proprio guardarsi intorno per godere poi appieno di ciò che il deposito contiene, il confronto è fra il non-luogo, un pieno pieno di niente, con il Deposito che è un vuoto pieno di tutto. Questo tutto porta le firme di grandi artisti, grandi nomi dell’Arte povera, dell’Arte concettuale o della Land Art. Insomma un piccolo paradiso o forse un’isola felice in un mare di nulla: la cariatide di ceramica di Fausto Melotti accoglie il visitatore (o il naufrago) nel primo capannone, in quella che ha in tutto e per tutto l’aspetto di una ex officina. Una scultura inconsueta per Melotti, in origine collocata nel salone d’onore del transatlantico Conte Grande che navigava negli anni Sessanta verso il Sud America. Poco distante Nu descendent un escalier n.2 di Luciano Fabro, con chiara allusione a Duchamp, dove però (anche qui) non si concretizza nessun vero nudo, ma solo una sua evocativa presenza su tre gradini. Via via le opere si presentano sempre più nel loro splendore, accresciuto dal semplice nitore delle pareti bianche e della resina lucida del pavimento.

Cosa può esserci al centro della seconda sala se non un igloo sottovetro di Mario Merz coi suoi colori cupi, simbolo della condizione umana? Attorno all’igloo dieci opere su carta della serie Donnina di Alighieri Boetti del 1990. Tra le opere che più colpiscono per impatto v’è certamente Esodo (1997) di Paolo Canevari: una folla di figure antropomorfe ritagliate dalla gomma di camere ad aria ed applicate sulla grande parete che ben possono rappresentare, già in quegli anni, il dramma dei popoli migranti, ossia l’essere soli e perduti non solo negli enormi spazi geografici, ma anche dell’indifferenza altrui. Ni le soleil, ni la mort… è il titolo dell’opera di Giulio Paolini, altro mostro sacro del concettualismo: la citazione da Rochefoucauld andrebbe completata con le parole “nessuna delle due cose può essere guardata fissamente”. E infatti Paolini propone le sagome di quattro valletti che sostengono un telaio contenente lo schema visivo di una camera, vista in prospettiva, e quattro faretti che accecano lo spettatore: un tipico processo mentale molto amato dall’arte concettuale. Al centro delle sale non potevano mancare poi le materiche composizioni di Richard Long fatte di pietre e rocce. In una sala successiva il visitatore è messo al cospetto dell’imponente giuria di Michelangelo Pistoletto del 2005, uno dei “quadri riflettenti” più famoso dell’artista piemontese dove si inverte paradossalmente la dialettica artista/spettatore e dove è quest’ultimo a sentirsi giudicato.

Il rame ossidato è la materia (un po’ kieferiana) con cui Elisabetta Di Maggio crea la sua “Annunciazione #2”, opera del 2025, due ali di libellula, in cui le impalcature “scheletriche” richiamano la struttura delle vetrate delle cattedrali. Molto particolare Literary  Model di Peter Wütrich (2001/2019) un massiccio edificio di libri, che sono l’oggetto principe del suo fare artistico, un oggetto intrinsecamente misterioso che può contenere intere vite o addirittura interi mondi, costituito da una materia così fragile, ma quasi eterna come la carta. Una saletta a parte è dedicata a due opere di Mario Merz; si tratta di Senza titolo (1979), il coccodrillo che rilascia dei piccoli numeri al neon, quelli la famosa serie numerica  di Fibonacci e Tutto scorre, Heraclito (1985), (ricordando l’autore  del celeberrimo Panta rei) una serie di mattonelle in argilla con un neon e con la consueta serie di Fibonacci che attraversano in diagonale la sala, dall’abbagliante pavimento in resina rossa. Anche qui si ritorna all’ossessione dello scorrere del tempo e della sua accelerazione. Qualche parola anche per il raffinatissimo L’uovo di Luciano Fabro del 1978, la cui forma rimanda anche alla forma dell’utero materno culla della vita, in un dentro/fuori che tende quasi a confondersi come in una scultura di Anish Kapoor. Molte altre le opere esposte, tra le quali due imponenti di Mimmo Paladino, l’ironico palo del telefono di Stefano Arienti e, nella parte esterna del capannone si va dall’imponente struttura di Marco Bagnoli, alla minimale fontana di Remo Salvadori.

Credo di poter dire che entrare qui, venendo da un ambiente esterno se non proprio ostile, quantomeno confuso e sufficientemente privo di senso (anche se necessariamente utile), dà la stessa sensazione di salvezza che penso provi il naufrago approdando su un isola. Benché Christian Stein sia sempre stata una di galleria di primo piano per l’arte contemporanea, tra l’entrare nella sede di corso Monforte o in quella di via Lazzaretto ed entrare in questo deposito fa più o meno la stessa differenza che entrare a Londra da “Thaddaeus Ropac” nella raffinatezza di Mayfair o entrare nella “Newport Street Gallery” di Damien Hirst a Vauxhall. Anzi, con un sapore di cose vere che magari l’elegante ex factory londinese non ha più…

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