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Louis Sclavis – Les Cadences du Monde (Disques JMS, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una storia di reciproci omaggi, questo ultimo lavoro di Louis Sclavis. L’ispirazione principale viene dallo scrittore e viaggiatore svizzero Nicolas Bouvier che nel 1953 si mosse dalla svizzera fino in Giappone con una Fiat Topolino – solo chi ha circa la mia età e quella di Sclavis può rammentarsi di quest’auto… Il suo viaggio si concretizzò in un libro, L’Usage du Monde, tradotto in italiano col titolo La Polvere del Mondo pubblicato in Italia nel 1963. A questo libro s’ispirò il fotografo Frederic Lecloux, partito nel 2004 ripercorrendo le orme di Bouviere raccogliendo delle istantanee di viaggio che pubblicò con il titolo L’Usure du Monde. A questo punto entra in scena Sclavis che dichiara di essersi ispirato alle immagini di Lecloux, viaggiando insieme a lui solo con l’immaginazione, appuntando in musica ciò che la sua mente di artista visionario gli suggeriva. E di visioni immaginifiche Sclavis se ne intende sicuro, visto che nel 1977 egli partecipò alla creazione dell’ARFI, Associazione per la Ricerca di un Folklore Immaginario – tra cui uno dei gruppi appartenenti era La Marmite Infernale di cui troverete una recensione qui. Che musica suona, Louis Sclavis? Bella domanda. Come molti tra i migliori musicisti contemporanei, diventa difficile tratteggiare un’area precisa d’azione per questo sessantottenne clarinettista francese. Con una trentina di produzioni discografiche alle spalle, composizioni di colonne sonore, cerebrali giochi di montaggio tra jazz, camerismo e transizioni folk, Sclavis presenta questo ultimo lavoro, Les Cadences du Monde, insieme a tre musicisti che accompagnano il suo clarinetto, Annabelle Luis – proveniente dall’area classica barocca – e Bruno Ducret – figlio d’arte, suo padre è il chitarrista Marc Ducret – ai violoncelli, con Keyvan Cheminary alle percussioni. I brani del disco scorrono tra pennellate cinematografiche, imprinting dl primo novecento e un jazz più che altro occasionale. Le suggestioni provenienti da musiche tradizionali ci sono, eccome, ma una focalizzazione geografica diventa impossibile nonostante le percussioni prodotte dagli strumenti tipicamente medio-orientali come il Daf e lo Zarb, che cercano di ancorare queste Cadences all’Est del mondo.

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Interpol – The Other Side of Make-Believe (Matador Recods, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Gli Interpol ritornano con la loro settima fatica, The Other Side Of Make-Believe. Il settimo sigillo però non suggella e per chi scrive è davvero un peccato. Da sempre, la band di New York si è dovuta confrontare con un disco, il proprio debutto intitolato Turn On the Bright Lights e uscito giusto vent’anni fa (2002). Da questo confronto non sempre il trio ne è uscito bene. È vero, l’album appena citato era un capolavoro perché introiettava tutti gli stilemi new wave di qualche decennio precedente e li risputava aggiornati ai primi anni duemila con l’innesto di un’urgenza verace che faceva ben sperare per il futuro. Ad essere onesti la stessa sindrome viene condivisa con band affini quali Bloc Party ed Editors, e, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, chi ne è uscito bene sono stati proprio i primi, che in questo 2022 hanno rilanciato la propria carriera attraverso il bellissimo Alpha Games.

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Elvis O.S.T. (RCA Records/Sony Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Confesso di non aver ancora visto il biopic su Elvis diretto da Baz Luhrmann, preferivo concentrarmi sulla colonna sonora, uscita lo scorso 24 giugno, libera dal condizionamento e dalle emozioni delle immagini; mi dicono di un Tom Hanks strepitoso nei panni di Tom Parker e di un Austin Butler in odore di statuetta, quindi forse meglio così.
Prendetevi un’oretta buona per ascoltare l’album, io lo sto facendo da circa un mese perché 37 tracce sono davvero tante, anche se le prime due scorrono velocissime. Il repertorio da cui attingere d’altronde è enorme, io stessa mi sarei trovata nell’imbarazzo della scelta, eccezion fatta per Sospicious Minds, che è una delle mie canzoni preferite in assoluto (sia nella versione di Elvis, che in quella anni ’80 dei Fine Young Cannibals) e che, infatti, è presente in diverse salse, sia come campionamento che come remix.

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David Murray New Brave World Trio – Seriana Promethea (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La musica, da quando è stata “inventata” copiando inizialmente i suoni della natura e cercando di dare loro un senso estetico, cioè qualcosa che stimoli in profondità le emozioni degli esseri umani, ha sempre dimostrato di cercare un equilibrio tra metodo e contenuto. Deve esserci stato uno scopo originario nel mettersi a suonare uno strumento musicale, non fosse altro che per rendere più tollerabile l’aspetto drammatico dell’esistenza. David Murray, nel corso della sua lunga e fertile carriera di sassofonista e clarinettista, dall’alto del suo centinaio di dischi prodotti come titolare e co-titolare, più una cinquantina di collaborazioni disseminate lungo il suo percorso, non ha mai evitato di mostrare chiaramente i contenuti della propria musica, fin da quando s’innamorò del free-jazz nei ’70. Ma a partire dalla prima pubblicazione discografica in poi – si era nel 1976 – si è compreso via via come Murray non fosse interessato da alcun nominalismo di genere e come invece si stesse allontanando da quei primari modelli ispirativi per assimilare ed includere tutto un insieme di altri stimoli, dal soul al blues, da influenze caraibiche al funky, andando ad incrociare il suo strumento persino con quei bei tomi dei Grateful Dead nel mondo del rock. Insomma, Murray ha da sempre adattato i contenuti che aveva nella sua mente con forme rappresentative ed esecutive differenti, suonando in duo, trio, quartetto, quintetto, big band. Il New Brave World Trio con cui si esibisce nel suo ultimo album, Seriana Promethea, si è formato nel 2020 andando a pescare due colleghi americani che operavano in Italia, cioè Hamid Drake alla batteria – ci sono già una ventina di pubblicazioni nel suo curriculum – e Brad Jones al contrabbasso, anche lui con un vero e proprio elenco chilometrico di collaborazioni più qualche uscita come titolare. D’altra parte, così afferma Murray stesso, il trio piano less è “my most free expression of myself” e quindi il naturale palcoscenico per un’esperienza musicale appagante. Insieme alla voce umorale dei suoi strumenti a fiato, troviamo quindi una batteria esuberante ma non soverchiante, una struttura percussiva che “si sente” ma non innesta alcuna saturazione sensoriale. Il contrabbasso ha sfumature quasi più rockeggianti ed appare molto deciso nella ricerca di robusti riff di sostegno. Quanto al curioso titolo dell’album, se ho ben inteso le note stampa, pare si riferisca ai nomi di una coppia di performers che si erano esibite con l’Autore nella cittadina di Arce, nella Valle del Liri.

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Battista – La Fame Nera (Costello’s Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Terzo album di Pierpaolo Battista realizzato insieme a Marco Di Nardo dei Management (del dolore post operatorio), La fame nera segue i singoli Tossico, M’innamoro e Mangiala.
Se già i singoli erano stati impattanti, il resto dell’album non è da meno: ci troviamo di fronte dieci brani di ritmi sostenuti, oscillanti tra indie, pop e punk rock – con vibrazioni nostalgiche che rimandano a CCCP e Diaframma.
I testi non sono meno. Volutamente provocatori, e allo stesso tempo avvolti da un senso di esasperazione, ogni brano è permeato di riflessioni profonde che non si fermano al personale, ma si allargano ed abbracciano la società che ci circonda.

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TOdays festival 2022 – Altro giro altra corsa (dal 26 al 28 agosto)

C O N F E R E N Z E


Articolo di Claudia Losini

Il video teaser presentato alla conferenza stampa parla chiaro: siamo pronti per un altro giro di giostra.
In un mondo che stava già vivendo una pesante crisi culturale, dove due anni di pandemia hanno quasi stroncato un settore, chi lavora per fare cultura non deve fermarsi, deve continuare a girare per creare una spinta positiva che non si limiti solo al puro intrattenimento commerciale.
Todays festival lavora da 7 anni per portare a Torino un’offerta musicale che non si limita alla moda del momento o al facile incasso, ma che ha l’obiettivo di educare il pubblico e far scoprire nuovi generi, nuove band, nuovi orizzonti. Anche quest’anno si cerca di superare i confini, con una celebrazione del presente che, affiancando nomi di livello internazionale come Primal Scream e Arab Strap a figure emergenti come Geese e Hurray for the Riff Raff, vuole dare spazio alla musica che verrà, spostare la centralità verso luoghi di confine, sperimentare opposti per generare nuovi equilibri.
E così per 3 giorni, dal 26 al 28 agosto, il palco di Spazio211 ospiterà artisti internazionali che rappresentano la diversità, la contemporaneità e il futuro.

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Woody Allen – Zero Gravity (La Nave di Teseo, 2022)

L E T T U R E


Recensione di Mario Grella

Se vi piace l’umorismo surreale, se vi piace Woody Allen, se vi fidate di ciò che scrivo io, tutto non necessariamente in questo ordine, Zero Gravity, appena uscito presso La Nave di Teseo con la brillantissima traduzione di Alberto Pezzotta, è il libro che fa per voi (e anche per me). Zero Gravity è una irresistibile raccolta di diciannove brevi racconti, apparsi su diverse pubblicazioni a cominciare dal “New Yorker” (i famosi “casuals”), del geniale regista newyorkese. Anzi per essere precisi, diciotto “casuals” e un breve racconto serio e romantico intitolato Crescere a Manhattan, vagamente autobiografico. Quello di Woody è un umorismo semplice, costruito sul paradosso, col costante sussidio della citazione colta o extra-colta, una specie di “situazionismo” dell’humor di cui Allen è indubbiamente maestro.

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Gard Nilssen Acoustic Unity – Elastic Wave (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La provenienza geografica norvegese non tragga in inganno l’ascoltatore. Occorre dimenticare le coordinate già conosciute in riferimento al discusso “suono scandinavo”, anche se immagino che le suggestioni dell’etichetta ECM, per certi versi portatrice di questa modalità espressiva sbrigativamente chiamata jazz nordico, non aiutino a fare chiarezza. Innanzitutto la formazione, che vede un trio pianoless in questa uscita Elastic Wave, centrato sul titolare Gard Nilssen alla batteria e percussioni, André Roligheten ai sassofoni ed al clarinetto e Petter Eldh al contrabbasso – quest’ultimo già nel recente lavoro di Kit Downes, di cui potrete ritrovare la recensione qui. La Gard Nilssen Acoustic Unity così composta non è una formazione esordiente, avendo già pubblicato tre album, due per la Clean Feed – Firehouse (2015) e il Live in Europe (2017) – e uno per Grappa (!!) Musikkforlag, To Whom Who Buys a Record nel 2019. Bisogna dire che più che un disco incentrato sul batterista Nilssen, Elastic Wave pare una vetrina di lusso per il fiatista Roligheten che nonostante non abbia ancora quarant’anni, più o meno come Nilssen, vanta un ruolino di marcia di collaborazioni ed uscite discografiche di tutto rispetto. L’eclettico sassofonista propone un suono che veleggia tra le parti di un James Brandon Lewis con più nordico distacco e qualcosa che fa sbandare la mia memoria tra Roland Kirk – forse sono rimasto suggestionato dal fatto che anche Roligheten alle volte suona due strumenti contemporaneamente – e il profilo di Eric Dolphy. Ma non trascurerei nemmeno, in alcuni brani, l’impronta del gigante Sonny Rollins. Di Petter Eldh conosciamo già le qualità, espresse nell’ultima uscita discografica accanto a Kit Downes. E dell’ottimo batterista, nonché personaggio chiave di questa Acoustic Unity, cosa dobbiamo dire? A suo incontestabile favore va il merito di concentrarsi sulle numerose frammentazioni ritmiche che impone ai brani del trio, focalizzandosi sull’aspetto tecnico ed espressivo e tralasciando di mettersi troppo in vetrina, sentendosi responsabile della struttura portante che regge le dinamiche del gruppo. Le composizioni dei brani sono distribuite a tutti e tre i musicisti, anche se Nilssen e Roligheten ne sono i maggiori responsabili. Allora, niente mood propriamente nordico in questo disco, ma si evidenzia l’allineamento ad un jazz orientato per lo più in chiave filo-americana. I tre autori non tentano nemmeno un lavoro di parziale cosmesi, rinunciando completamente alle malinconiche atmosfere ECM che conosciamo a riguardo, calandosi a capofitto negli schemi triadici classici sax – basso – batteria con qualche escursione nel free, peraltro mai molto insistita.

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Barreca – Eppure Adesso Suono (Muziko, 2022)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Eppure adesso suono secondo album di Barreca è disponibile in digitale da venerdì 17 giugno. Il disco è arrangiato e prodotto da Riccardo Anastasi, con testi e musica a cura di Benedetto Demaio.
Barreca traccia la tendenza e la predisposizione ad osservare, ricordare, dipingere sogni e miraggi con una consapevolezza nuova, una sorta di ritrovata pace e una calma nostalgica e malinconica.
Venti del sud si mescolano a viaggi interiori, al senso stesso del canto come conoscenza quasi iniziatica, come rituale di coraggio insistente.

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