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UAU, festival d’illustrazione e cose belle – edizione 2020

A N I M A Z I O N E – G R A P H I C  N O V E L


Articolo curato da Luci

Nel fine settimana che va dal 10 al 12 luglio, presso lo Spazio Giovani Edoné di Bergamo, ritorna UAU, il festival d’illustrazione e cose belle.
L’edizione 2020 prende le mosse dalle dichiarazioni di Jacques Derrida riguardanti il cosiddetto “effetto fantasma”, ossia il rapporto che unisce il visibile con l’invisibile, la luce con l’ombra, la presenza con l’assenza.
Per sviluppare questi concetti ai partecipanti saranno offerti, dietro pagamento di una quota di iscrizione (unici eventi non gratuiti) due intriganti workshop: il primo sarà curato da Francesca Zoboli, artista poliedrica capace di mescolare tecniche pittoriche e decorative, per l’occasione partendo dalle piante. A questo scopo verranno raccolti materiali vegetali della natura circostante da utilizzare insieme a immagini tratte da erbari. Attraverso il frottage, la monotipia e lo stencil, si arriverà così a trasfigurare le immagini di partenza ottenendo visioni inedite e poetiche della natura.

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Edda e Marok – Noio; volevam suonar. (Contempo Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

E chi lo fa un disco così sincero e genuino di questi tempi? Nessuna strana aspettativa, semplicemente Edda in tutta la sua originalità e il basso del grande Marok. Non state a cercare, il “discone” dell’anno, studiato e pensato a fondo, non fa parte delle loro corde né tantomeno di chi li apprezza e segue da sempre. Sì perchè se sei cresciuto con questi due intriganti musicisti che tanto hanno cavalcato la nostra cara musica italiana un po’ sotterranea, non puoi aspettarti altro che un meraviglioso tributo tra amici, un po’ schizofrenico, tutt’altro che ordinario, massima espressione di creatività e un po’ di follia, praticamente… un capolavoro.

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Gianni Maroccolo Senatore a vita – intervista a Edda e Marok

I N T E R V I S T A


Articolo di E. Joshin Galani

Il suono di Marok e le liriche di Edda: due imprinting molto riconoscibili, due talenti singolari che si sono uniti dando vita ad un album Noio; volevam suonar. Inarrestabile il fermento musicale di Gianni Maroccolo che anche questa volta sceglie l’amore per la condivisione. La sua sensibilità e genialità musicale è arte prolifica, che si snoda in percorsi musicali condivisi anche al di fuori del “disco perpetuo” Alone il cui quarto capitolo “Mente” è uscito da pochi giorni. Altrettanto inarrestabile il flusso compositivo di Edda, che emerge senza freni in totale libertà, un’esplosione senza alcun compromesso. Sempre emozionante nella voce, in alcune liriche particolarmente toccante. Gianni Maroccolo e Stefano Edda Rampoldi, in piena quarantena, creano uno spazio artistico completamente libero, preparano un disco e decidono di regalarlo. Un disco dove si spazia dai centri sociali, ai Matia Bazar, dai mantra a Claudio Rocchi, passando per Don Backy. Di questo loro dono parla questa intervista, buona lettura

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Cristiano Godano – Mi ero perso il cuore (Ala Bianca/Warner Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Dopo una lunghissima carriera nei Marlene Kuntz, Cristiano Godano sente il bisogno di abbandonarsi ad una parentesi solista, un po’ come chiudersi in una stanza privata dove smontare pezzo per pezzo il proprio io, osservandone ogni aspetto per poi ricomporsi secondo canoni più slegati e trasparenti. Già durante il lockdown, seguendo le dirette facebook, avevo notato un cambiamento in lui, più voglia di esprimersi, di comunicare col suo pubblico con animo sincero. Probabilmente la grande ammirazione che il musicista e compositore piemontese nutre per il grande Nick Cave gli è stata di ispirazione nel suo rapporto con i fan, o forse più semplicemente ha intrapreso un percorso interiore molto sofferto che lo ha portato ad una nuova consapevolezza. Ricordavo Cristiano come un personaggio dall’apparenza “costruita”, il modo di proporsi trasmetteva la cognizione della sua straordinaria cultura e conoscenza quasi intimidendoti, contribuendo inconsapevolmente a porlo, insieme a Manuel Agnelli, tra i personaggi inscalfibili della scena detta “indipendente” italiana.

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Kahil El’Zabar ft. David Murray – Spirit Groove (Spiritmuse Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Diciamo la verità: “groove” e spiritualità sono come mele e pere, che come diceva la mia maestra delle elementari, non si possono sommare. E allora l’impresa di Kahil El’Zabar, grandissimo percussionista e uno dei più celebrati sassofonisti al mondo e David Murray, appare ancor più meritoria. Completa la formazione del favoloso Spirit Groove, pubblicato da Spiritmuse Records, Emma Dayhuff al basso acustico e Justin Dillard a synth, piano e organo. Che l’esperimento non solo sia riuscito, ma sia entusiasmante, lo si capisce subito dopo le prime, quasi sommesse, percussioni di In my House che apre l’album: quasi un carillon, accompagnato da un tamburello, e dallo stentato mugulare di Kahil, una specie di preghiera laica e “distonica”,  a cavallo tra uno spiritual e un blues, con il sax di Murray che sembra bastare a se stesso.

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Qualunque: Tutto quello che mi fa stare bene – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Se la bolla dell’It Pop prima o poi esploderà, seguendo tutto sommato il destino di tutti i generi musicali che hanno raggiunto per varie circostanze e in vari momenti lo status di trend, di sicuro Qualunque non sarà tra le vittime di questa fine. Il suo percorso si è infatti svolto sempre in maniera differente rispetto agli artisti che vengono di solito raggruppati attorno ai soliti nomi di Calcutta, Gazzelle e decine di altri. Sin dall’esordio assoluto di Più simili ad Hannibal Lecter che a Gesù Cristo, passando per il primo album Mafalda, il Meteo e tutto il resto e al successivo Ep Il primo lunedì dell’anno, il suo percorso si è articolato maggiormente all’interno di un ambito che potremmo definire di “rock alternativo”, dove le inquietudini e le domande esistenziali erano espresse attraverso schitarrate potenti e melodie cantate con struggente intensità. Il ritorno, dopo quasi tre anni riempiti di concerti, silenzi e dall’interessante parentesi di Romboil pesce, avviene con Farmaci, un Ep di cinque pezzi che uscirà in autunno e di cui sono già stati anticipati due singoli, Mozzicone e Mafalda (quest’ultimo uscito proprio in questi giorni). Se sul fronte discografico continua il sodalizio con Costello’s, la novità sta nel team di produzione, composto dai sempre ottimi Fabio Grande e Pietro Paroletti, ormai veri e propri partner artistici dell’etichetta milanese. Ma attenzione a parlare di It Pop: l’impronta generale si è sicuramente modernizzata, gli arrangiamenti sono in qualche modo divenuti più leggeri, è entrata una maggiore componente elettronica; il songwriting però è rimasto sempre quello, intenso, qui anche maggiormente autoironico, ma ben lontano dalla superficialità esibita che si denota spesso in certe produzioni di quell’area. Cambia il vestito ma non la sostanza, insomma, per cui Farmaci rappresenta l’ennesima conferma di un artista in costante crescita, il cui talento è ancora fin troppo sottovalutato. Incontro Luca Milani nello stesso bar dove ci eravamo visti per la nostra precedente intervista. Siamo in un paesino della provincia di Milano, dove da qualche tempo è ritornato a vivere. Immerso nel verde, in una zona magari non bellissima ma tranquilla e serena, ideale per quattro chiacchiere in libertà, lontani dal caos cittadino e immersi in una vita che torna a rifiorire piano piano, dopo i mesi del lockdown.

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Neil Young – Homegrown (Reprise, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Inutile dire che siamo al cospetto di uno dei più grandi cantautori viventi, oltre ad essere un chitarrista di un altro pianeta: ne so qualcosa io che, pur di vederlo, nel 2016 mi sono sparata non so quante ore in piedi sotto un sole assassino, rischiando anche di farmi sequestrare la reflex dalla security, ma questa è un’altra storia…
Tutto ciò che ha fatto è entrato più o meno nella leggenda e non poteva essere altrimenti per Homegrown, concepito tra il 1974 e il 1975, registrato in analogico come si usava allora, ma mai venuto alla luce fino a qualche giorno fa, il 19 giugno, tanto che sembrava destinato a restare una chimera.

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Jess Williamson – Sorceress (Mexican Summer, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Se Jess Williamson recitasse in una serie dedicata a desideri e sogni infranti della gioventù americana del mondo contemporaneo, conquisterebbe a furor di popolo e in pianta stabile il ruolo della fanciulla tutta cuore, sospiri e portatrice di infinite fragilità, a volte sincere, a volte spese ad arte.
L’ultimo rilancio del never ending revival che ama specchiarsi in se stesso tra sospiri e moine, vede una ragazza del profondo Texas dibattersi tra le inevitabili difficoltà nel trovare una strada personale e non ampiamente battuta nelle aree inflazionate cantautorato folk. Cosa non facile in tempi come questi ulteriormente congestionati e violentati da epidemie di cui non si vede una fine certa e da concrete paure di fallire definitivamente.

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Federica Michisanti Horn Trio – Jeux de Couleurs (Parco della Musica Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Quando ho avuto tra le mani (tra le mani si fa per dire, poiché il web ha purtroppo quasi eliminato la gioia tattile di avere tra le mani qualcosa), l’ultimo disco di Federica Michisanti (mi ostino a chiamarlo disco poiché ho una certa età), mi è tornato alla mente, quasi istantaneamente, un bellissimo libro di Wassily Kandinsky ‘Punto, linea, superficie’, libro che è stato una delle colonne portanti delle teorie dell’astrattismo. Ma il bello viene dopo, quando dalle impressioni di pura percezione visiva, si passa all’ascolto di questo incantevole lavoro della giovane contrabbassista e prodotto da Parco della musica Records, uscito qualche giorno fa. 

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