R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Letters From Afar pare essere, oltre che un album di buon jazz, quasi un diario di bordo, scritto a matita e ricorretto mille volte in seguito all’esperienza del tenor-saxofonista britannico Alex Hitchcock che ha vissuto – e non so se ancora viva attualmente – negli Stati Uniti ma che resta comunque londinese nell’animo. Dopo l’interesse di Off Topic per il  lavoro del 2021 Dream Band – leggi quiAlex Hitchcock si mette quasi nei panni di un evangelista laico che non predichi alcuna dottrina, ma affidi i suoi messaggi all’atmosfera dei club newyorkesi per riconsegnarli poi, come forme riflesse, alle strade familiari di Londra. La sua musica ha il passo di chi cammina nel dubbio e cerca nella quotidianità coerenza e radici, nonché rassicuranti rinforzi psicologici. E dire che Hitchcock non avrebbe bisogno di superare alcuna personale insicurezza. Egli afferma con decisione nella biografia del suo sito – dove tra l’altro campeggia sulla home page la scritta Free Palestine – “Non voglio che le composizioni siano contenitori che la band riempie e basta: possiamo farlo esplodere, questo contenitore“.

Il sassofonista londinese, infatti, incide a New York il suo sesto album da titolare cercando raffronti e articolando un progetto che si colloca consapevolmente all’interno di un dialogo transatlantico, in cui le radici afroamericane del jazz vengono riconosciute e interpellate, ma senza cadere in gesti mimetici o deferenti. L’album si presenta in effetti come un esperimento di dislocazione creativa nato dalla permanenza del sassofonista a New York, ma pensato come un atto riflessivo sul proprio essere musicista europeo immerso in un contesto estraneo, eppure culturalmente e musicalmente imprescindibile. Le composizioni mostrano un uso calibrato delle armonie dissonanti e un’attenzione costante alla dialettica tra struttura e improvvisazione, dove le forme subiscono un continuo processo di smantellamento e ricostruzione e mentre i temi si sfilacciano, le armonie diventano anamorfosi che chiedono di essere continuamente interpretate, prima di disintegrarsi sotto la pressione collettiva. Hitchcock dichiara di voler introdurre una quota maggiore di indeterminatezza, un processo che, lungi dall’essere casuale, ridefinisce l’idea stessa di controllo autoriale, aprendo spazi di negoziazione collettiva tra i membri del quintetto. Tale dinamica genera un tessuto sonoro che alterna momenti di sospensione quasi rituale –  ascoltate Banshees, brano che evoca nel titolo le fate-streghe della tradizione irlandese, richiamando dimensioni dense di mistero – e improvvisi squarci di energia con toni sinistri, fenditure drammatiche che rendono udibile l’urgenza della città. I brani si aprono quindi come stanze piene di odori forti e avvolgenti in un equilibrio instabile tra spiritualità e caos, dove le improvvisazioni talora sembrano annunciare l’avvicinarsi di un indefinibile stato di tensione. Hitchcock costruisce e smonta la sua musica altalenando momenti di derivazione hard-bop – il giusto riconoscimento alla città ospite – con altri più lenti che sfiorano la dimensione ballad e che rivelano qualcosa in più dell’animo sfaccettato dell’Autore. C’è sempre una doppia corrente, quindi, come due livelli che scorrano paralleli. Da un lato la voce profonda di New York, ruvida e febbrile e dall’altro la risposta sottile della memoria britannica, che si mantiene – o vuole – dichiararsi differente. Il progetto può essere letto come un esercizio di mediazione culturale, ma anche come una critica implicita alle tautologie concettuali che spesso avvolgono il discorso sul jazz. Hitchcock evita sia il rischio dell’esotismo che quello dell’auto-referenzialità, collocandosi in una zona interstiziale dove l’eredità britannica non è negata ma rimessa in tensione con le pratiche afroamericane. Peccato non emerga una vena ironica che stemperi la gravitas del contesto e che peraltro non comprometterebbe la serietà del disegno complessivo. Nel mezzo, un quintetto che dialoga come fosse un unico corpo composto, oltre che dallo stesso Autore al sax tenore, da Dave Adewumi alla tromba – presente anche nell’album del 2021 – Lex Korten al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso che già conosciamo per aver suonato con il batterista Tyshawn Sorey – vedi qui e nella band di Ambrose Akinmusire, Jongkuck Kim alla batteria, già presente col pianista Aaron Parks – leggi qui.

L’album apre con Yellow Greens, un instabile mid-tempo, dove il tema viene introdotto in un sincrono, come nei migliori lavori hard-bop, sostenuto qui dal sax e dalla tromba. Il pianoforte sembra riempire gli spazi tra gli interventi dei fiati. La fase improvvisativa pare quasi inizialmente incerta sulla direzione da seguire, affidata alle escursioni pensose del sax di Hitchcock. Però, via via che sale la tensione, il pianoforte gioca un ruolo d’intermediazione più decisa tra le voci del sax e della tromba. Il quintetto si accorpa ritmicamente per concludersi con il suono della tromba velatamente sfumata. Le pagine sonore, pur eseguite impeccabilmente, risultano un po’ sparpagliate, quasi indecise nel loro avvicendarsi. Wishbone dimostra molto più coraggio con la tromba in assetto solistico da subito e una forma musicale piuttosto libera, seppur sempre sotto controllo. Dopo questa esposizione di Adewumi, un nuovo tema sincronico con sax e tromba precede l’improvvisazione a seguire. Molto importante, in questo brano, il ruolo del pianoforte che tiene sempre ancorato il sax alla dimensione ritmica. In effetti qui Hitchcock si mostra in un assolo che non lascia alcuno spazio alla consuetudine, mostrando una qualche affinità con i modi del sassofonista Immanuel Wilkins. Prima della chiusura ricompare un’ulteriore fase sincronica tra i fiati, collocata però stranamente verso il finale. Ma in tutto l’album i ruoli convenzionali così pure come la collaudata sequenza tema-assolo-tema vengono rivisitati, riposizionati nei loro elementi costitutivi, aumentando volutamente la sensazione d’instabilità che appartiene all’essenza di questo album.

Eo rallenta di molto i battiti, con un’introduzione di piano rarefatta e un sax che scrive una melodia toccante di quieta misura. L’entrata sonora della tromba viene ad articolarsi e a duettare con estrema dolcezza in un brano che sa di nostalgia e la trasmette all’ascoltatore, coinvolto in questa inaspettata dimensione d’intimità. Molto bello l’assolo di tromba che si muove dentro e fuori la tonalità con eleganza. Facevo notare in precedenza come proprio tra questi brani più lenti sembri maggiormente emergere l’anima dell’Autore, magari meno intrappolato dalla sensazione di dover dimostrare qualcosa, potendo così evidenziare una natura più complessa ed interiorizzata. Molto efficace il pianismo di Korten che include una discorsività rimpolpata da qualche classicismo, mantenendo sempre i legami tra i fiati e la base ritmica di contrabbasso e batteria. Invisible Beasts parte alla ricerca di quelle motivazioni che animano, da sempre e un po’ caoticamente, il jazz. In apertura, di nuovo il sincrono tra i due fiati a disegnare melodie complesse che vanno a consumarsi tra esuberanti accompagnamenti di batteria e dislocanti accordi di pianoforte. Botta e risposta continua tra Hitchcock e Adewumi che duettano con le ali ai piedi liberando le loro istintualità strumentali. Riprendono comunque il movimento sincronico dopo il loro dai-e-vai, arrivando meritato anche l’assolo di pianoforte. Rullate finale di batteria che sembrano far sfogare le esuberanze ritmiche di Kim, finora tenutosi disciplinatamente a freno. Bright White Light è una ballata dai toni morbidi, uno squarcio d’azzurro tra le nuvole tempestose del brano precedente. Finalmente si mette in grande evidenza anche il contrabbassista Raghawan con un melodico assolo che merita tutta la nostra attenzione e stima, talmente è bello e ben eseguito. Il pianista Korten mostra il suo lato più tenero con un assolo tutt’altro che esangue, anzi cercando di non adagiarsi eccessivamente tra gli inviti quietamente morbidi del brano. Sul finale le dinamiche strumentali s’incrementano ma tutto resta nell’orbita contenuta che rispecchia, dall’inizio, lo spirito di questa traccia. Banshees, di cui avevo fatto cenno in precedenza, aggiunge sfumature inquiete di strani presagi con i fiati che esordiscono insieme respirando corto, per poi immettersi nella vicendevole simultaneità già a lungo fin qui sperimentata. Parte il sax in un assolo che s’arrampica su scale cromatiche complesse mentre sullo sfondo la ritmica si mantiene in una tellurica forma sonica. La tromba – forse inizialmente sovra-incisa – affianca il sax con le usuali modalità di sincronia ma il brano, nella sua completezza, sembra voler evidenziare il lato abrasivo dell’esistenza e l’ansia che in qualche misura accompagna le difficoltà ambientali di chi vive lontano da casa. 41 s’appoggia su un complesso tema – non ci sono in questo album motivi portanti granché orecchiabili – che esprime un ambiguo desiderio di collocazione tra istanze melodiche ed altre di forma decisamente più hard-bop, ampiamente dimostrabili dagli assoli di pianoforte prima e di sax poi. Soprattutto Hitchcock s’avvicina quasi a Net Coleman ma comunque il quintetto regge bene tra momenti convulsi e successivi acquietamenti. Non è da meno, nelle esigenze più free, anche la tromba di Adewumi. Qualche back beat di batteria nel finale che chiude un brano costruito su questa continua alternanza tra scoppi e timbri sommessi. Il pezzo di  chiusura, Rio, è registrato live al Bimhuis di Amsterdam e in undici minuti d’intensa concentrazione vengono sciorinate gran parte delle caratteristiche espressive di questo quintetto. Tecnicamente impeccabili, coi loro momenti intensi contrapposti ad altri più rarefatti, negli assoli dei singoli – soprattutto sax e pianoforte con il contributo del connubio ritmico di contrabbasso e batteria, anche se stranamente resta in secondo piano la tromba – gli strumentisti raccolgono il meritato applauso del pubblico, evidenziando la loro personalità collettiva ed individuale. In particolar modo Hitchcock sfrutta l’opportunità di dimostrare, attraverso un lungo assolo, la sua personale e battagliera riflessione sull’essenza del jazz.

In definitiva, Letters From Afar si configura come un’opera di forte densità concettuale e di grande coerenza esecutiva, in cui la tensione tra radicamento e spaesamento diventa motore creativo. L’Autore, pur facendo riferimento essenzialmente alla propria esperienza biografica, riesce a parlare in termini universali, nel difficile equilibrio tra la ricerca di una propria collocazione e l’accettazione della condizione necessaria del nomadismo, tra l’ascolto profondo di sé e la volontà di ridefinire i confini della forma musicale. Ed è proprio  qui, tra le maglie di questa situazione instabile, che Hitchcock ci fa pervenire il testo delle sue lettere più intime.

Tracklist:
01. Yellow Greens (06:20)
02. Wishbone (04:57)
03. EO (07:38)
04. Invisible Beasts (07:37)
05. Bright White Light (05:26)
06. Banshees (05:54)
07. 41 (07:20)
08. Rio (live At Bimhuis) (11:53)

Photo © Rob Blackman

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