R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Nella recensione del precedente album Continuing (2023) del batterista Tyshawn Sorey – vedi qui – mi assumevo consapevolmente qualche rischio scrivendo testualmente che “…questo nuovo album stimola ad alzare i termini di giudizio fin quasi alla soglia del capolavoro…”. Posso affermare, ora, di averci visto giusto, dato che leggo dal comunicato stampa allegato al nuovo album dello stesso Sorey, che Continuing è stato definito il quarto miglior disco jazz del 2023 dal Francis Davis Poll statunitense, formato da un collegio di oltre 150 critici musicali. Siamo sulla citata soglia, quindi, perciò non molto lontano dalla vetta. Poi Sorey ha vinto il premio Pulitzer 2024 per il settore musica, con un Adagio dedicato al trombettista Wadada Leo Smith. Insomma, stiamo parlando di uno tra i musicisti più importanti attualmente operanti negli USA e qualche notizia in più riguardo a questo compositore potete trovarla anche qui oppure rileggendovi ancora qualcosa d’altro riguardo alle sue collaborazioni con Vijay Iyer, vedi qui e qui, sempre che non preferiate abbeverarvi alla sempiterna fonte di Wikipedia.

Il nuovo album di Tyshawn Sorey, The Susceptible Now, è qualcosa di realmente trascendentale, ci parla di una realtà musicale non euclidea, oltre le quinte del jazz così come lo si conosce. Non che i suoni siano profondamente cambiati per loro stessi – trattasi infatti di un puro trio piano-contrabbasso-batteria – ma è mutata l’idea di base, attraverso la proposta di quattro rifacimenti di brani famosi altrui, emotivamente importanti per Sorey, mandati in sequenza senza alcuna interruzione tra loro. Una suite di oltre settanta minuti di musica rigorosa che vede, oltre al set percussivo del leader, il pianoforte del collaudato Aaron Diehl – insieme all’Autore da quattro album – e il contrabbasso di Harish Raghavan. Un’opera prosciugata da ogni nota di troppo, da ogni ingombro non necessario, privata di qualsiasi intenzione aggiuntiva che non sia consona all’economia progettuale. Un lavoro di laica liturgia e di impronta ascetica, in cui Sorey con la sua batteria non innesca alcun assolo. Non ne avrebbe infatti motivo, in quanto il suo strumento è puro fondamento ritmico, linfa trofica vitale della musica che alimenta. Non serve una concentrazione eccessiva per seguire questo album, la musica qui presente cerca semplicemente una casa da abitare e l’ascoltatore ha solo da sgomberare la mente dai propri pensieri e lasciarsi condurre in questa vibrante esperienza in un territorio ancora tutto da esplorare. Sorey non ha dimenticato la dimensione fisica, l’assetto corporeo che costituisce l’anima ritmica del jazz. Infatti le melodie sono ricostruite dalle ceneri dei brani originali a cui si sono riferite, frammenti ottenuti dalla scomposizione delle tracce autografe che s’intrecciano con il potente motore dinamico offerto sia dal batterista quanto dal mantello di note basse di Raghavan. Il cantiere messo in piedi da Sorey utilizza un metodo di rivisitazione dei brani che definirei quasi come un’operazione matematica. Vengono isolate gruppi di battute originali, estrapolati alcuni momenti melodici e rimescolati tra loro modificando tonalità di base e passi ritmici ma cercando di ottenere un mondo tale per cui tutto sia nel tutto, come in una visione olografica. Conseguenza di questa metodica è che i pezzi originali sembrano – almeno per quanto mi riguarda – quasi totalmente irriconoscibili. Evidentemente l’Autore ha raccolto sensazioni, ricordi serializzati, subitanee impressioni che ha assemblato secondo un ordine ritenuto opportuno. Credo comunque che non sia tanto utile per noi ascoltatori sforzarci di riconoscere la struttura dei brani all’origine, rintracciare gli spunti e i moventi soggettivi che hanno spinto Sorey & sodali a rivalutare questi pezzi di riferimento. Forse è più conveniente cercare il senso globale di quest’operazione, assorbirne l’emozione e perché no anche godere della sensazione di smarrimento qualora ci si trovi persi in questo labirintico prospetto di smaliziati vicoli sonori.
Il primo brano che compare nella selezione è Peresina, di McCoy Tyner, tratto dall’album Expansions del 1968. Lo stravolgimento creativo operato in questo caso e – non solo in questo – pare radicale. Dall’originale clima di hard-bop con tanto di interventi fiatistici, tutto si trasforma in un meditativo e lento intro di pianoforte in cui Diehl ripete un’identica frase musicale, esposta dapprima in solitudine, poi inserita in un contesto a mo’ di ballad, con tanto di batteria sottovoce ed un contrabbasso che lavora ai fianchi l’assetto molto melodico impostato dal piano. Progressivamente la batteria aumenta le proprie dinamiche e Diehl pare voler incrementare la velocità dei suoi fraseggi, scandendo le note e cominciando a swingarle con maggior decisione. Ma al minuto 06′ e 15” il filo logico sembra interrompersi con l’incremento dei tempi dettato dalla batteria, mentre il piano diventa più brillante con passaggi serrati. In realtà non assistiamo ad una vera e propria trasformazione in fieri perché la struttura melodico-armonica impostata nelle battute iniziali resta guardinga sul fondo, però possiamo ben apprezzare il magnifico interplay del trio. La composizione viene poi indirizzata su un canale quasi blues, utilizzando diverse frasi pianistiche reiterate.

A Chair in the Sky, musica di Charlie Mingus e testi di Joni Mitchell, comparve nel 1979 nel famoso album della stessa Mitchell, intitolato semplicemente Mingus, lavoro pubblicato dopo la morte dello stesso contrabbassista, già malato da tempo. A fronte del fiasco commerciale e della critica non sempre benevola, l’album è stato via via rivalutato con il passare del tempo e il brano scelto aveva colpito Sorey emotivamente già dalla sua adolescenza. Complice il suggestivo testo della Mitchell, Sorey sembra ispirato più dai ricordi personali che non dalla struttura del brano in questione. Diehl inizia in solitudine assoluta con note lentissime di piano, uno sgocciolamento sonoro che sembra non riconoscere alcun centro tonale fisso mentre si avverte il lavoro sui pedali meccanici nello sforzo di rendere plastico e tangibile il timbro dello strumento. Gli intervalli si dilatano in misteriose e ombrose vaghezze mentre il tutto prosegue per cinque minuti secchi d’orologio, fino a quando una sommessa batteria e qualche nota di contrabbasso entrano ad accompagnare il solitario percorso del piano. A tratti ho l’impressione di ricostruire con la memoria frammenti del brano originale ma è forse più una mia personale suggestione, complice anche la linea melodica di Mingus non facilmente orecchiabile. Tocca poi al contrabbasso d’immergersi in fraseggi insidiosamente irregolari, affrontati molto sui registri superiori – nell’originale suonava il basso elettrico Jaco Pastorius – contribuendo alla creazione dell’atmosfera totale, molto, molto notturna ed intimista. La pregiata oratoria in musica di Diehl continua dopo l’assolo di Raghavan in un prosieguo moderato, meno scuro e più luminoso. Insomma, siamo di fronte ad una ballad che nelle fasi finali, così com’è accaduto per il brano precedente, si riveste d’una verniciatura blues, abbandonando i territori riflessivi dell’inizio e mostrando caratteri quasi più esuberanti – si fa per dire…Your Good Lies è un brano originariamente di funky-soul del gruppo Vividry che proviene dal loro lavoro omonimo del 2019. Paradossalmente questo pezzo dalla semplice struttura armonica – dal cui testo proviene il titolo dell’album di Sorey Susceptible Now – è anche il più riconoscibile, nonostante la coppia di accordi su cui s’allunga il cantato, un passaggio dal Fa minore al Do minore, venga in questa circostanza abbondantemente arricchito di dissonanze. Quasi in parallelo ai refrain accattivanti della canzone soul, anche lo sviluppo scelto dal trio si stabilizza entro confini più semplici e fruibili ma il risultato complessivo è un mid-tempo che scorre senza fretta e con una certa, relativa leggerezza. Notevole il brontolio del contrabbasso che si adegua al bisbiglio delle percussioni, il pianoforte resta in un ambito armonico circostanziato, almeno fino al minuto 10′ e 30”, dopo di che tutto si modifica. L’arte del trio prende il sopravvento senza far fuoco né fiamme ma proseguendo all’interno di un clima di moderato distacco in cui avvengono mille cambiamenti sottili, s’aggiungono virgole e punti di sospensione ma il tema del racconto resta indirizzato più o meno nello stesso modo. Questo almeno fino al minuto 13′ e 38” dove la mano sinistra di Diehl avvia un ostinato su cui, dopo un breve vagare di accordi, il ritmo diventa più secco e scandito. La mano destra del pianista cerca risoluzioni classicheggianti, ormai siamo lontani anni luce dal brano preso a prestito dai Vividry mentre il trio si diletta in un’ottima, dilatata, piacevolissima onda lunga di jazz contemporaneo. Si avverte come l’improvvisazione abbia ormai preso possesso dell’animo dei tre musicisti. Eppure si resta nell’ambito tonale senza ricorrere a strane cacofonie, il tempo diventa dilatato a tal punto che ci si dimentica d’ogni diacronia, la suggestione dei momenti perde sequenzialità e senso logico. Quando sembra che il trio sia sul punto di riallacciarsi alla traccia originale, tutto conduce ad una parentesi di piano solo che si rinchiude in una dimensione autonoma e riflessiva, col solo saltuario accompagnamento di qualche corda di contrabbasso. Incredibile brano, anche nella sua lunghezza fuori quota – oltre ventisei minuti!! Bealtine è l’ultimo pezzo dell’album che proviene da Brad Mehldau Trio, brano estratto da House on Hill (2006). L’introduzione lenta e cadenzata con il contrabbasso avvinghiato alle note di pianoforte finisce poi per accelerare i tempi e in qualche modo a ricordare più da vicino l’intenzione di Mehldau. La tensione esecutiva si mantiene costante ma l’esercizio strumentale appare meno personale e tutto sommato meno distintivo rispetto ai brani precedenti. Grande prova della ritmica con l’assolo di contrabbasso che non fa rimpiangere Granadier al fianco dello stesso Mehldau.
Data la lunghezza dell’album e il collegamento senza soluzione di continuo tra un brano e l’altro, suggerirei un ascolto centellinato e magari mirato a uno-due pezzi per volta. Questo per non correre il rischio di dar per scontato il percorso di questo trio che ha colto spunti importanti realizzando una altrettanto rilevante opera di alta scuola jazzistica, dove improvvisazione e scrittura creativa hanno riletto e ridiscusso, potremmo dire, il lavoro di altri musicisti. Inoltre lo spirito che anima Sorey & C. traccia intorno a Susceptible Now un profilo autonomo, decisamente non paragonabile ad altre formazioni analoghe.
Tracklist:
01. Peresina (15:22)
02. A Chair In The Sky (22:34)
03. Your Good Lies (26:07)
04. Bealtine (15:24)
Photo © John Rogers


![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)



Rispondi