S T O R I E
Articolo e fotografie di Rossana Ghigo
Nel piccolo paese di Millesimo in Liguria, provincia di Savona, vive Rose Cravea un’affascinante signora di 96 anni che ha fatto della sua vita un tempio votato alla musica e all’arte. Come una vestale conserva quella fiamma ancora viva nei suoi occhi. Millesimo, borgo fondato nel 1206 dal marchese Enrico II Del Carretto, deve il suo nome probabilmente a una possibile derivazione dal latino millensimus (millesimo), che indicherebbe una pietra miliare lungo la Via Aemilia Scauri. Un’altra teoria lo lega al dialettale mré, che significa “zone acquitrinose” vicino al fiume Bormida. Napoleone Bonaparte stabilì il suo quartier generale nel Palazzo dei Conti (oggi sede del Comune) durante la campagna del Piemonte.
A poche centinaia di passi dal Ponte Vecchio (Ponte della Gaietta) risalente al XII secolo e conservato quale uno dei pochi esempi in Italia di ponte fortificato, completo di torretta di guardia, Rose e la figlia Diana ci accolgono con calore e affetto nel loro appartamento per condividere con noi la storia incredibile della loro vita.

Rose nasce in una Los Angeles che sarebbe inimmaginabile per chiunque di noi il 6 marzo 1929. La sua casa si trova a quei tempi in periferia (ora quella zona fa parte a pieno titolo della metropoli essendo la città americana una delle aree metropolitane più grandi degli Stati Uniti, che si estende su un’ampia area di sei contee della California meridionale). Figlia di Ferdinando Cravea, originario di Murialdo paesino della Valle Bormida in provincia di Savona e di Lena Bianchi a sua volta figlia di emigranti lucchesi. Ferdinando svolge il lavoro di idraulico e si occupa prevalentemente delle tubature per le autostrade che si stanno realizzando in quegli anni. La madre purtroppo ha un ruolo marginale nella sua vita e lei passa la sua infanzia con il padre durante gli anni della Grande Depressione. Proprio nell’anno della sua nascita, il giorno 24 ottobre si verificò un grave crollo della Borsa di Wall Street ricordato come Giovedì Nero che durò per tutto il decennio successivo attivando un lungo processo di speculazione finanziaria, fallimenti bancari e un drammatico aumento della disoccupazione che raggiunse il picco di circa 13 milioni di persone negli USA. Gli effetti principali furono la sovrapproduzione industriale, la speculazione sfrenata e una povertà diffusa, portando a un crollo della produzione, del commercio e della domanda a livello globale. In questo clima non certamente fiorente Rose riesce però a trascorrere i suoi giovani anni in un contesto di campagna abbastanza sereno circondata da uno degli amori più grandi, quello che nutre per i gatti.

La figlia Diana, che è assolutamente la memoria storica di Rose, e che ci accompagna attraverso un racconto fatto di pagine felici e altre di sofferenza che si può avvertire profondamente, ci parla di circa una quarantina di gatti randagi che erano la sua compagnia preferita e che decisamente riempivano di affetto le sue giornate. A circa dodici anni, spinta dall’ interessamento di una maestra che si accorge della sua bella voce e delle sue potenzialità, inizia a studiare canto e a quattordici anni diventa ufficialmente corista professionista iniziando ad esibirsi durante le serate musicali della zona e anche da solista nei dintorni di Los Angeles.
Inizia per lei un’avventura fatta di luci e riviste patinate che la portano a lavorare con i più grandi personaggi dell’epoca e a prendere parte delle prestigiose compagnie teatrali californiane come soprano. Di una bellezza autentica degna delle dive del tempo viene notata non solo per le sue doti canore ma anche per la presenza scenica poiché sembra più grande rispetto alla sua giovane età.
Nella Bohème di Giacomo Puccini interpreta Musetta una cantante che compare nell’opera come una vecchia fiamma del pittore Marcello. Nel secondo quadro si presenta al caffè con il suo ricco amante, Alcindoro, per far ingelosire Marcello. La sua aria più famosa è il valzer “Quando men vo“. È un personaggio vivace e sfacciato, che usa la sua bellezza per manipolare Marcello.

Passa così la sua adolescenza in un mondo che pare uscito da un libro di favole vittoriane. I teatri californiani degli anni ’30 erano infatti caratterizzati da un’architettura sfarzosa che rifletteva l’esplosione dell’industria cinematografica, con un’enfasi sull’intrattenimento e la creazione di un’esperienza immersiva. Erano progettati per creare un senso di meraviglia e fuga dalla Grande Depressione, incorporando stili come l’Art Déco e l’Art Nouveau. Apparivano lussuosi, con geometrie molto elaborate e colori vibranti e vivaci. Spesso dotati di elementi di innovazione e moderni. Quelli più vecchi invece esaltavano linee sinuose con fregi e affreschi. I soffitti e le pareti erano decorati e l’illuminazione diventava romantica e magica grazie all’utilizzo di lampadari immensi e scenografici e lampade in ottone. I drappeggi utilizzati per il palco erano di seta, velluto con ricami e intarsi dorati così come le poltroncine che accoglievano il pubblico. Diventarono simboli dello stile di vita americano, e avere un posto in un teatro di lusso era considerato un segno di successo.
La Grande Depressione rimaneva fuori da quei luoghi incantati creati quasi con l’intenzione di accantonarla per un attimo. Si respirava un’atmosfera onirica che offriva evasione e intrattenimento a prezzi accessibili. I teatri californiani divennero simbolo di glamour in netto contrappunto ad un’epoca di immensa difficoltà economica. Tra quelli più iconici come non menzionare il Grauman’s Chinese Theatre e Egyptian Theatre di Hollywood. La loro architettura esotica celebrava l’egittomania, un trend popolare negli anni ’20 e ’30. Il Fox Theatre di Redwood City, esempio di teatro Art Déco, offriva un’esperienza visiva unica.
Si può solo cercare di immaginare gli stati d’animo, le palpitazioni del cuore e la grande emozione di una ragazza che si trovava alla ribalta e con ruoli sempre centrali in un mondo così importante. Per celebrare ancora uno dei personaggi da lei interpretati pensiamo ad Annina nella Traviata di Giuseppe Verdi. Annina è la domestica fedele di Violetta che nell’opera svolge un importante ruolo di progressione narrativa rivelando la situazione economica di Violetta ad Alfredo e mostrando l’intensità dei sacrifici fatti dalla cortigiana. Pur non interpretando arie da protagonista compare in alcuni cori e duetti, come nell’atto II in “Dammi tu forza, o cielo!” con Violetta, o nel brano “Annina, donde vieni?“, dove recita frasi brevi ma importanti, soprattutto durante la scena della partenza di Violetta da Parigi.

Durante l’adolescenza si esibisce costantemente all’Hollywood Bowl come corista dei più grandi ed apprezzati nomi del panorama internazionale. Il teatro aprì ufficialmente l’11 luglio 1922 dove sorgeva un teatro naturale noto in precedenza con il nome di Daisy Dell. Inizialmente venne realizzato con alcune panchine di legno improvvisate destinate al pubblico e un semplice tendone a coprire il palco. Nel 1926 un gruppo di architetti, gli Allied Architects, fu chiamato a migliorare il Bowl e dotò l’impianto di posti a sedere permanenti e di una struttura a forma di conchiglia. Nel 1940 venne costruita la famosa fontana con le Tre Muse progettata da George Stanley, lo stesso ideatore della statuetta degli Oscar. Divenne un ingresso iconico per l’anfiteatro e per Hollywood stessa. In stile Art Déco, le tre sculture vollero rappresentare la musica, il dramma e la danza. La sua capienza attuale è di circa 17500 posti a sedere.
Nella notte del 20 luglio 1946 Rose partecipa ad un evento molto importante che segnerà un ricordo indelebile nella sua memoria. Frank Sinatra, che aveva debuttato in questo teatro nel 1943, tornando nel 1945 per il film Un giorno a New York, è qui di nuovo nel 1946 per un programma dedicato a Jerome Kern, che include la partecipazione di Kathryn Grayson, Judy Garland e Lena Horne. Una serata memorabile. Sinatra non ha mai avuto bisogno di presentazioni. Prima grande celebrità nella storia della musica popolare nonché tra i più popolari artisti del Novecento, The Voice con il suo carisma si impose nel panorama musicale del periodo della Grande Depressione e i suoi successi come “My way”, “New York New York”, “Strangers in the night”, “That’s Life “sono tutt’oggi immortali, vere e proprie leggende in musica. La Garland partecipa alla serata poco dopo la nascita della figlia Liza Minelli. L’evento viene trasmesso sulle frequenze radiofoniche della MGM che presenta le star del film “Till The Clouds Roll By. Judy durante la serata canta “Why Was I Born?”. L’esibizione è una combinazione di elementi dal vivo e segmenti preregistrati dalla MGM.

Nel 1949 nasce la prima figlia di Rose, Diana. In questo periodo Rose si trasferisce in Italia tornando a vivere a Murialdo, il paesino che ha dato i natali al papà. In questo periodo si esibisce nei locali della zona con brani di musica leggera. Si trova spesso in locali famosi della Riviera e a Torino in particolare diventa voce solista nei Tabarin dove vive anche esperienze poco piacevoli. Incontra Don Marino Baretto e si unisce a lui e all’orchestra di Roque Carabajo per una tournèe italiana. Tra i principali successi di Baretto ricordiamo “La più bella del mondo”, scritta da Marino Marini, che superò le centomila copie vendute, “Angeli negri” (cover del tema Angelitos Negros di Antonio Machin, ispirato al poema del poeta venezuelano Andres Eloy Blanco, tema cantato da Pedro Infante nel 1948 nel film omonimo, ripreso poi da Fausto Leali nel 1968), “Arrivederci” (scritta da Giorgio Calabrese per il testo e da Umberto Bindi per la musica, arrivata in prima posizione per 11 settimane), “Hasta la vista señora” (il suo maggior successo, con duecentomila copie vendute, tradotta in otto lingue e usata per lungo tempo come sigla di chiusura delle serate dalla sua orchestra), “Visino de angelo”, scritta per la figlia Altagracia, di cui nel 1958 fu realizzato uno dei primi videoclip della storia musicale italiana.
Conosce Tognazzi, Henri Gabriel Salvador, Bartali e ha occasione di incontrare Coppi e la Dama Bianca in un ristorante. Anche Claudio Villa, “il Reuccio” dalla voce tenorile, caratterizzata da un’ampia estensione e un timbro caldo e vibrante con la quale ha interpretato la canzone melodica italiana eseguendola con maestria ed emozione vendendo più di 45 milioni di dischi in tutto il mondo, rimane incantato dal suo fascino e dalla sua bellezza.
A Torino ha modo di lavorare anche con Buscaglione. Fred Buscaglione è stato un artista torinese iconico degli anni ’50, noto per il suo stile swing e per la sua figura ispirata ai gangster. La sua carriera iniziò a Torino dove si esibiva in locali come il Fortino e lo Stadium, assorbendo le influenze del jazz americano del dopoguerra. Durante gli anni ’50, visse nel quartiere Vanchiglia e compose molte canzoni tra le quali “Love in Portofino”, “Che bambola”, “Eri piccola così”, “Guarda che luna”, “Buonasera”.

Nel 1953 Rose si trasferisce con la figlia di quattro anni a Bologna dove smette temporaneamente le sue esibizioni e convive con un personaggio di spicco della società emiliana per una decina d’anni frequentando gli ambienti aristocratici, partecipando come pubblico a tutte le stagioni operistiche del teatro Comunale dove intrattiene conoscenze e amicizie con cantanti e musicisti. Vive in un appartamento appartenuto ad un Cardinale ricco di opere d’arte, suppellettili antichi e preziosi. Nel 1965 si sposa con Ernesto Martorel dal quale avrà altri due figli. Nel 1968 la coppia si trasferisce a New York, purtroppo la sorte ancora una volta si accanisce e rimane vedova nel 1971. Per un periodo si sposta in Portorico da alcuni amici e qui si avvicina alla religione mormonica. Nel 1978 ritorna a Los Angeles dove rimarrà fino al 1998 partecipando attivamente alla vita della comunità religiosa che frequenta suonando il pianoforte e cantando durante le funzioni religiose.
La musica è sempre stata la colonna vertebrale della sua vita ma Rose ha avuto anche altri interessi che l’hanno molto assorbita nel corso degli anni. Appassionata di Genealogia, possiede una quantità incredibile di diari dove annota tutto delle sue giornate con particolare attenzione al meteo, ha mantenuto attiva la corrispondenza con amici in tutto il mondo arrivando a scrivere per le festività Natalizie fino a 150 lettere di auguri. Ha partecipato in veste di giurata a numerosi concorsi letterari. Dal 1998 vive a Millesimo con la figlia Diana. Fino al 2003 circa ha continuato ad esibirsi in numerose serate musicali prevalentemente in Valle Bormida accompagnata da due eccellenti chitarristi: Giovanni e Marco Mezzomo. Il loro repertorio è stato di immenso respiro poetico e culturale e ha toccato vari Paesi e periodi storici.

Merita un accenno particolare la musica antica e, nello specifico, le Pavane del 500 (danze di corte rinascimentali in metro binario, con andamento moderato. Una sorta di passeggiata cerimoniale. Una delle più note è “Belle qui tiens ma vie”di Thoinot Arbeau). “Plaisir d’amour”, una romanza composta attorno al 1785 dal musicista Jean-Paul-Égide Martini su versi del poeta romantico francese Jean-Pierre Claris de Florian e rivisitata in epoca moderna in varie forme tra le quali spicca la famosa “Can’t Help Falling in Love” portata al successo da Elvis Presley nel 1961. Altri brani illustri donati al pubblico con interpretazione magistrale sono stati “Manhã de Carnaval” in lingua portoghese scritto dal compositore brasiliano Luiz Bonfá e da Antônio Maria e, nell’interpretazione di Elizete Cardoso, è stato il tema principale della colonna sonora del film Orfeo negro diretto da Marcel Camus e tratto da una pièce teatrale di Vinícius de Moraes. Raccolte di canzoni armonizzate da Federico García Lorca spesso legate alla tradizione andalusa, come nel caso del progetto discografico del 1931 con La Argentinita. Tra le canzoni più note vi sono “Anda, jaleo”, “Nana de Sevilla”, “Los pelegrinitos” e “Los cuatro muleros”. Le sue raccolte, come il Poema del cante jondo, sono profondamente radicate nella cultura popolare e musicale spagnola. Alcuni brani della tradizione popolare napoletana come “Fenesta ca lucive” interpretata da Enrico Caruso e “I’ te vurria vasà” di Vincenzo Russo, Eduardo Di Capua e Alfredo Mazzucchi.

Oggi Rose passa le sue giornate nella tranquillità di una piccola casa accompagnata dall’amore delle due bellissime gatte Alice e Isabella e dalle cure e attenzioni della figlia Diana. Questa tenace signora conserva l’eleganza che ha contraddistinto la sua vita, il sorriso aperto e felice rivolto a chi va a farle visita e la curiosità di una bambina. Il suo intercalare americano ha un eco lontano, antico, romantico e triste allo stesso tempo. Una vita veramente intensa vissuta ogni secondo, in ogni modo possibile conoscendo la povertà, la ricchezza, ogni sfaccettatura dell’esistere. Vissuta a modo suo, con la testardaggine, la grinta e il coraggio di fare scelte importanti. Giuste o sbagliate che siano state hanno decisamente arricchito le sue tante e tante pagine.

«Ho vissuto una vita piena, ho viaggiato su tutte quante le autostrade, e di più, molto più di questo: l’ho fatto a modo mio. […] Ho affrontato tutto questo e sono rimasto a testa alta e l’ho fatto a modo mio. Ho amato, ho riso e pianto, ho fatto il mio pieno, avuto la mia parte di sconfitte. Sì, era la mia strada, my way».
Grazie alla vita e ad un amico carissimo, Marco Mezzomo, che hanno fatto sì che la mia strada si sia intersecata in un punto del cuore con quella di due creature veramente speciali come Rose e Diana.





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