A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Fino al prossimo primo febbraio è possibile visitare, al 10 Corso Como, una piccola ma molto originale mostra costituita dai gioielli, dalle scultura e dalle composizioni di Bernhard Schobinger, il cui titolo è esso stesso un piccolo gioiello: Democracy of materials. Bernhard Schobinger, attivo dalla seconda metà degli anni Sessanta si forma sulle arti applicate, ma è fortemente influenzato dai nascenti movimenti dell’Arte Povera e dell’Arte Concreta, così come dalla cultura anarco-punk, che in quei decenni hanno lasciato tracce profonde (e ancora oggi hanno vasta eco) e che si sono sviluppate principalmente a Londra e a Berlino, città con le quali, Schobinger ha avuto una certa frequentazione. Nelle sue opere, e nella gioiellistica in particolare, ha naturalmente un certo peso il dadaismo e la cultura dell’objet trouvé fiorita dal movimento surrealista.

Schobinger operava un po’ come Kurt Schwitters, creatore del Merzbau, attraverso lunghissime passeggiate ricognitive alla ricerca dell’oggetto casuale, se non proprio del rifiuto urbano. Naturalmente la schiera dei ricercatori di rifiuti è vasta e l’arte contemporanea non ha mai fatto mistero del fatto che gli oggetti esclusi e rifiutati o di cui ci si è liberati, in questa società caratterizzata dal ciclo continuo creazione-consumo-rifiuto, sono un patrimonio prezioso per l’arte, dove ai manufatti viene molto spesso ridata una nuova e più significativa vita. Ecco allora che una miriade di piccoli articoli quali puntine da disegno, maniglie, forbici, tappi di bottiglia, chiodi, ami da pesca, ma anche sassi, pezzi di vetro ecc. possono diventare gioielli, magari sposandosi con pietre rare e preziose e persino con il più nobile dei metalli, l’oro. Ma chi pensasse a Bernhard Schobinger come ad un creatore di bizzarrie, sbaglierebbe poiché il suo sguardo poetico sulle cose, sembra esulare dal risultato finale che può avere un fine commerciale. Il suo è uno sguardo d’amore sull’oggetto abbandonato e sulla potente sensualità di cui, quell’atto di abbandono ha caricato l’oggetto stesso.

Dice Schobinger: «Penso che tra cinquecento o mille anni, quando li vedranno sotto vetro in un museo, i miei lavori saranno percepiti come opere d’arte, ma io li vedo come opere d’arte anche adesso.» A far parte integrante dei gioielli, c’è anche un packaging coerente e raffinato con collane, bracciali, anelli, insomma gli oggetti tutti, amorosamente conservati in scatole di recupero: vecchi contenitori rettangolari per carta fotografica Ilford, magari foderati di capelli, oppure contenitori circolari in metallo per pellicole cinematografiche, ma anche vecchie scatole per prodotti cosmetici o scatole per posate rivestite in raso. Una dedizione al rispetto per ciò che le persone hanno ritenuto superfluo, che va oltre la ricerca della creazione originale e che si avvicina molto ad un etica del riutilizzo e del non-consumo. Rispettare gli oggetti, in un’epoca in cui non si rispettano più nemmeno gli animali, l’ambiente e l’umanità, non è un semplice atto estetico, ma un atto profondamente etico. Visitate la mostra per scoprire quanto oggi siamo diventati distratti, indifferenti e, in fondo, barbari.

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