A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

John Lovett e Alessandro Codagnone sono due artisti e performer che avrebbero meritato più attenzione di quanto l’Italietta distratta e provinciale ne abbia loro dedicata.  I due, legati anche sentimentalmente, si sono incontrati nel 1995 e la loro unione artistica e sentimentale è poi durata fino al 2019, anno della prematura scomparsa di Alessandro Codagnone. Difficili da collocare in uno specifico movimento poiché hanno sempre fatto parte di quel mondo a cavallo tra l’Undergorund, la moda, le produzioni musicali alternative (garage-rock, punk e post-punk) e il cinema d’avanguardia, con un occhio di riguardo per un grandissimo regista del Nuovo Cinema Tedesco ovvero Rainer Werner Fassbinder (in particolare le teorie del cosiddetto Antiteatro del regista tedesco), ma anche per il Teatro della crudeltà di Antonin Artaud, sempre però fortemente attratti dalla sottocultura sadomasochista legata anche al mondo Queer.

Il Pac di Milano espone molte delle loro opere più significative in una mostra (aperta fino al prossimo 14 settembre) ed intitolata I Only Want You to Love Me, mutuando appunto il titolo da un film del 1976 proprio di Fassbinder, che sarebbe un vero peccato avere perso, soprattutto per chi ama e ha amato quegli anni che possono all’apparenza sembrare privi di grandi produzioni artistiche ma, se scandagliati a fondo, sembrano essere stati fertili quanto altri decenni della fine del secolo scorso.

Ad accogliere il visitatore è l’installazione Love Vigilantes del 2007 (che fu esposta al MoMa di Nyc) e che si compone di specchi e superfici oscurate di varie dimensioni che formano una sorta di skyline newyorkese. Sulle parti oscurate si leggono frasi smozzicate, tratte da poesie di Hakim Bay, filosofo, poeta (e anche un po’ santone), parole evocative di sentimenti forti, amori proibiti ed inconfessabili; infatti il nucleo centrale della loro produzione può essere individuato proprio nella dialettica che circonda questo mondo delle forme di amore non convenzionale e legate anche al mondo sado-maso. Naturalmente non si tratta di mero voyeurismo da baraccone, ma piuttosto dello studio e della riflessione sulle dialettiche che si generano e rigenerano in questo tipo di rapporti, anche alla luce delle società oppressive (allora come oggi) che tendono a mettere tra virgolette tutto ciò che non rientra nella norma.

Questo è per esempio molto evidente in To Breathe in Always Even Though It Kills, una realizzazione del 2006, dove due megafoni neri e lucidi sono uniti proprio dalla parte dell’uscita del suono, rendendo così vano il tentativo di urlare la propria rabbia in contesti performativi e di protesta urbana. Nell’installazione Truth Is Borb of the Times, not Authority, costituita da tre grandi cilindri metallici di filo spinato immersi nel buio e colpiti da un fascio di luce, con la presenza di una corposa colonna sonora e parole di Brecht da Vita di Galileo, è facile vedere l’apoteosi del controllo, dell’inquisizione di una società esclusiva che colpevolizza la libertà di pensiero (e comportamentale). In mostra anche installazioni che fanno riferimento agli ambiti dello svago e allo stesso tempo ai luoghi di socializzazione della fine degli anni Settanta, in particolare le leggendarie discoteche newyorkesi, spesso rifugio e porto sicuro per omosessuali altrove guardati con sospetto. L’opera Death Disko: Last Dance è proprio un riferimento diretto al simbolico rogo di dischi “dance” operato al Comiskeey Park di Chicago, dinnanzi ad una folla reazionaria e plaudente.

L’installazione In Darkness There Is No Sun/Light Only Brings the Fear, consiste in una scritta al neon lampeggiante (tratta dal brano Wait for the Blackout della band post-punk The Damned), situata in una sala completamente buia, dove gli artisti provano, e con un certo successo, ad invertire il paradigma spostando la riflessione e concependo la luce come condizione della norma e del controllo e l’ombra come zona dove il corpo e il desiderio possono sottrarsi agli sguardi normativi e alle logiche del controllo. I Only Want You to Love Me, è una scritta gialla al neon ed è (anche) il titolo di un film del 1976, sempre di Rainer Werner Fassbinder, una richiesta di amore assoluto che non accetta compromessi. Fassbinder è stata una figura di riferimento del duo Lovett/Codagnone, e l’opera altro non è che la riproduzione al neon e con gli stessi caratteri tipografici dell’affiche del film. Il neon, usato per la comunicazione commerciale, è solitamente legato ad una immagine notturna e si armonizza perfettamente con tutto il mondo di un Es costretto a nascondersi nella voluttà della notte. Di grande interesse la serie fotografica Greetings (1006), cubi fotografici di varie dimensioni con ritratti di Lovett e Codagnone in vari contesti milanesi, dalle Colonne di San Lorenzo a Via della Spiga, dove il “corpo queer” va ad inserirsi in modo disturbante per la fine degli anni Novanta, (per qualcuno ahimé ancora oggi) in cui l’omofobia non era un tabù, e rivendica la possibilità di abitare gli spazi che storicamente avevano escluso queste contaminazioni.

Sulla balconata del PAC ecco Drift, una serie fotografica, stampata su grande o grandissimo formato, che allude alla vacuità del messaggio pubblicitario (allora veicolato dalla cartellonistica pubblicitaria): le fotografie-manifesti, infatti qui non trasmettono alcun messaggio verbale-tipografico e nemmeno i soggetti evanescenti e casuali sembrano far cenno ad un prodotto da vendere. Presenti in mostra anche video realizzati degli artisti, tra i quali il magnifico For You, dove su una piattaforma rotante Levett e Codagnone sono avvinghiati, con un coltello con due lame tra i denti e si cimentano in un quasi immobile tango, sulle note di Libertango di Astor Piazzolla. Per finire, non obbligatoriamente seguendo il filo conduttore espositivo, un necessario accenno a In Dreams (1997) dove i due artisti sono ripresi in scene di vita domestica, intrecciate con la ritualità del sadomascochismo. Mostra non ad alta digeribilità, inadatta ai “salutisti dell’arte”, ma di gran gusto e capace di suscitare più d’una necessaria riflessione.

Photo © Nico Covre

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