L I V E – R E P O R T


Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte

E Morte non avrà dominio: Vinicio Capossela, Pierpaolo Capovilla e la ballata degli ultimi che sfida il tempo

“Non siamo del tutto cattivi o buoni, noi che viviamo nel Bosco di latte. E tu Signore vedrai per primo, il lato buono di quello cattivo.”
(Dylan Thomas, Preghiera serale del Rev. Jenkins)

Lo spettacolo E Morte non avrà dominio, la prima Ballad Opera ideata da Vinicio Capossela insieme a Pierpaolo Capovilla, sfugge alle definizioni. Non è un concerto, non è prosa, non è opera lirica e non è nemmeno un semplice adattamento teatrale. È un’opera totale, un’esperienza immersiva che intreccia musica, poesia, radiodramma, memoria e impegno civile in una forma sorprendentemente originale.
Ho visto Vinicio Capossela molte volte dal vivo. Nei concerti più tradizionali, nelle sue avventure artistiche più eccentriche, perfino sotto un tendone da circo a Sesto San Giovanni. Mai, però, lo avevo visto affrontare un progetto tanto ambizioso e radicale. Al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, come nelle altre tappe della tournée italiana, si assiste ad uno spettacolo dedicato alla memoria, alla fragilità umana e alla forza delle comunità.

L’origine di E Morte non avrà dominio è profondamente emotiva. Lo spettacolo nasce dal lavoro sviluppato intorno a Under Milk Wood (Sotto il bosco di latte), il capolavoro del poeta gallese Dylan Thomas, già trasformato da Capossela in un radiodramma trasmesso da Rai Radio3. Ma il cuore del progetto è soprattutto Renato Striglia, storico dj radiofonico e amico di Capossela, scomparso prematuramente mentre lavorava a una traduzione italiana dell’opera di Thomas. Quello che potrebbe apparire come un omaggio commemorativo diventa invece un atto di rigenerazione artistica: un seme raccolto e fatto germogliare oltre la morte.

Lo stesso Capossela lo spiega chiaramente: “Questa storia, il radiodramma, le canzoni, la Ballad Opera che qui presentiamo, tutto nasce da una morte. Da un seme raccolto che deve andare oltre quella morte per generare.”

Ed è proprio questo il senso profondo dell’intera opera: trasformare l’assenza in presenza, il lutto in creazione, la fine in un nuovo inizio. Uno degli aspetti più coraggiosi della messa in scena è la scelta di lavorare sul buio. Lunghi momenti privi di luce obbligano il pubblico ad ascoltare prima ancora che guardare. È un teatro che recupera la forza primaria della parola e del suono, quasi fosse un “musical radiofonico” materializzato sul palcoscenico.

Al centro della scena troneggia una semplice vasca da bagno. Un oggetto apparentemente quotidiano che assume continuamente nuovi significati: diventa letto, bara, zattera alla deriva, arca di salvezza, luogo della memoria. È qui che troviamo Pierpaolo Capovilla, spesso sdraiato o raccolto in una postura quasi fetale, mentre attraversa identità diverse.

Capovilla è Renato Striglia. È Dylan Thomas. È Capitan Gatto. È il sopravvissuto che racconta. È il naufrago che ricorda. È il custode di una comunità di voci che si rifiutano di scomparire. La sua interpretazione è ruvida, profondamente teatrale. La potenza declamatoria ha una forma emotiva e vulnerabile.

Lo spettacolo conduce il pubblico a Llareggub, il villaggio immaginario creato da Dylan Thomas. Un luogo popolato da figure stravaganti, sognatori, emarginati, innamorati, falliti, visionari. Personaggi che emergono uno dopo l’altro attraverso racconti, apparizioni, canzoni e frammenti di memoria. Come ricordano i versi iniziali dello spettacolo, nessuno è completamente buono o cattivo. Ed è proprio questa umanità imperfetta a diventare protagonista. Capossela e Thomas sembrano dirci che la ricchezza di una comunità non nasce dall’uniformità ma dalla pluralità. Dall’accettazione delle differenze. Dalla convivenza delle stranezze.

Per tutta la durata dell’opera, il racconto viene attraversato da quindici canzoni originali che il pubblico ascolta in anteprima assoluta. Brani destinati a confluire successivamente in Milk Wood Bar, il nuovo lavoro discografico di Capossela. Tra i momenti più significativi emergono:

  • Fuori dal bosco
  • E Morte non avrà dominio
  • Ordine e Pulizia

Quest’ultima, in particolare, rappresenta uno dei passaggi più forti dell’intero spettacolo.

Se nella prima parte prevale la dimensione poetica, progressivamente emerge anche una lettura fortemente politica del presente. Il villaggio immaginario si scontra con il mondo reale. Quello della produttività ossessiva. Del profitto trasformato in misura di ogni valore. Dell’efficienza elevata a religione. Gli ultimi, i migranti, gli emarginati, i perdenti tornano continuamente nelle immagini e nei testi dello spettacolo.

Particolarmente efficace è il cortocircuito costruito intorno alla parola “pulizia”. Pulizia della casa. Pulizia delle strade. Polizia. Sgombero. Ordine. Guerra. Il linguaggio apparentemente innocuo dell’ordine si rivela progressivamente come strumento di esclusione.

All’opposto, Capossela propone il disordine fertile della vita, dell’amore e del desiderio. Gli unici elementi capaci di inceppare la macchina del tempo e della produttività. È qui che la Ballad Opera assume il significato di un vero e proprio “ammutinamento alla mansuetudine”, una ribellione poetica contro la normalizzazione delle coscienze.

C’è poi un tema che attraversa ogni scena: l’amicizia. Capossela stesso ha raccontato di aver voluto celebrare una forma di amicizia maschile oggi quasi fuori moda, insieme a tutto un universo di valori considerati marginali: il rock’n’roll, l’epica del fallimento, i cattivi maestri, la ribellione, il sabotaggio, l’anarchismo, la solitudine fragorosa. Sono parole che potrebbero sembrare nostalgiche. Eppure nello spettacolo diventano una dichiarazione d’amore verso chi continua a resistere all’omologazione. La relazione tra Capossela e Capovilla in scena, fondata su ascolto e complicità artistica, rende questa riflessione ancora più autentica.

E Morte non avrà dominio non cerca di piacere a tutti. Non offre intrattenimento immediato. Non concede scorciatoie. L’inizio, soprattutto, può spiazzare per la sua forte componente narrativa e teatrale. Ma chi accetta di entrare nel ritmo dell’opera viene progressivamente trascinato dentro un universo ricchissimo di immagini, suoni e significati. Lo stesso Capossela, al termine della rappresentazione, scherza con il pubblico: “Vi ho tenuto segregati per due ore. E con canzoni nuove che non potete ancora riascoltare. Vi ringrazio.”

Una battuta che racconta perfettamente la natura dello spettacolo: impegnativo, certo, ma capace di lasciare una traccia profonda. Il congedo arriva sulle note di Auld Lang Syne, proposta in una straniante e tenerissima versione nippo-italiana. È il canto degli addii, della memoria e dei nuovi inizi. Non potrebbe esserci chiusura più coerente. Perché l’opera non parla davvero della morte. Parla di ciò che resta. Di ciò che viene raccolto da chi rimane. Di come una comunità possa continuare a dare vita ai sogni interrotti. La regia del collettivo La Cùpa non offre consolazioni religiose né facili speranze metafisiche. Il messaggio è più terreno e forse più potente: la morte non avrà dominio perché esisteranno sempre persone disposte a custodire memorie, idee, canzoni e gesti d’amore, trasformandoli in nuovi inizi.

Immagini sonore © Natascia Caronte

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