L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

The Fleshtones all’Arci Bellezza: cinquant’anni di Super Rock

The Fleshtones sono un’istituzione del rock underground americano, una creatura nata nel Queens di New York nel 1976 che, contro ogni previsione, continua ancora oggi a salire sui palchi di mezzo mondo con la stessa fame, la stessa ironia e la stessa incontenibile voglia di divertirsi degli esordi. La loro recente tappa milanese al Circolo Arci Bellezza è stata una celebrazione del rock’n’roll. In un’epoca in cui molte formazioni storiche si limitano a riproporre il proprio passato, i Fleshtones continuano invece a vivere il presente. Per comprendere davvero il valore dei Fleshtones bisogna tornare alla New York della seconda metà degli anni Settanta. Mentre al CBGB esplodevano Ramones, Television, Patti Smith, Talking Heads e Blondie, Peter Zaremba e Keith Streng sceglievano una strada tutta loro.

Pur appartenendo alla stessa generazione punk, i Fleshtones rifiutavano il nichilismo dominante. Al posto della rabbia proponevano il divertimento. Al posto della cupezza sceglievano il ballo. Al posto dell’autodistruzione mettevano in scena una festa permanente. Fu allora che nacque il concetto di Super Rock, definizione coniata dalla stessa band per descrivere un cocktail unico di garage rock anni Sessanta, soul, surf, rhythm & blues e punk. Non un genere musicale. Una filosofia.

In un panorama musicale caratterizzato da continui cambi di formazione, i Fleshtones rappresentano un piccolo miracolo. Sul palco del Bellezza si presenta infatti una line-up che conserva ancora oggi due membri fondatori e una stabilità rarissima:

  • Peter Zaremba, voce, armonica e tastiere, frontman istrionico e anima comunicativa della band;
  • Keith Streng, chitarra e voce, cofondatore e motore rock’n’roll del gruppo;
  • Bill Milhizer, batterista dal 1980, autentica macchina ritmica;
  • Ken Fox, bassista dal 1990, perfetto equilibratore di una formula che funziona da oltre tre decenni.

Questa continuità si riflette sul palco in una complicità evidente. I quattro musicisti sembrano respirare insieme, anticiparsi e giocare continuamente l’uno con l’altro.
Un concerto dei Fleshtones non segue quasi mai un copione prestabilito. L’apertura è generalmente affidata a una raffica di brani capaci di portare immediatamente la temperatura della sala a livelli elevatissimi. I classici della loro discografia si alternano ai pezzi più recenti, mentre la band osserva attentamente le reazioni del pubblico e decide in tempo reale la direzione dello spettacolo. È una caratteristica che li accompagna da sempre: Zaremba e Streng difficilmente replicano lo stesso show due sere consecutive.

Il risultato è una sensazione di imprevedibilità che rende ogni esibizione unica. Naturalmente il cuore del concerto resta il repertorio storico che ha reso celebre la band. Brani come American Beat, Way of the World, Roman Gods, Dick Tracy o Back to School continuano a possedere una forza contagiosa. Non sembrano reliquie del passato, ma canzoni ancora perfettamente vive. Accanto a questi trovano spazio pezzi più recenti provenienti dagli ultimi lavori in studio, segno di una creatività che non si è mai esaurita.

Ciò che colpisce è la totale assenza di routine. Ogni canzone viene eseguita come se fosse la più importante della serata. Parte del fascino dei Fleshtones risiede nella capacità di recuperare e reinventare brani appartenenti alla storia del rock. Nel loro repertorio dal vivo possono emergere omaggi ai Searchers, agli Astronauts, ai Rolling Stones, a Solomon Burke o ai Ramones. Le cover non vengono mai eseguite in modo filologico. Al contrario, vengono assorbite dal linguaggio della band e trasformate in piccoli ordigni garage-rock. Ogni omaggio diventa l’occasione per riaffermare le proprie radici musicali e la propria identità.

Peter Zaremba non interpreta il ruolo del frontman. Lo incarna. Passa dall’organo all’armonica, canta, scherza, dirige il pubblico come un cerimoniere rock’n’roll e soprattutto abbatte continuamente ogni barriera tra palco e platea. A un certo punto non esiste più differenza tra musicisti e spettatori. Tutti fanno parte dello stesso spettacolo. Non è difficile comprendere perché negli anni Ottanta MTV lo abbia scelto come volto di The Cutting Edge, una delle trasmissioni che contribuirono a diffondere negli Stati Uniti la cultura rock alternativa.

Accanto a Zaremba, Keith Streng continua a essere una presenza irresistibile. La sua chitarra alterna riff essenziali, assoli sporchi e scariche di energia pura. Ma è soprattutto la sua fisicità a colpire. Saltelli, contorsioni, pose improbabili e una permanente espressione divertita lo trasformano nell’incarnazione perfetta dello spirito garage. Anche dopo cinquant’anni sembra ancora il ragazzo che ha appena scoperto il rock’n’roll.
I concerti dei Fleshtones sono celebri anche per una serie di piccoli rituali che nel corso dei decenni sono diventati parte integrante dello show. Può accadere che la band inizi a scambiarsi gli strumenti durante i bis. Può succedere che il cantante sparisca dal palco per ritrovarsi improvvisamente in mezzo al pubblico.
Uno degli aspetti più sorprendenti della serata milanese è il pubblico. Sotto il palco convivono fan storici del garage revival degli anni Ottanta, appassionati che seguono la band da decenni e ragazzi molto più giovani incuriositi dalla leggenda dei Fleshtones. Tutti reagiscono nello stesso modo. Ballano. Cantano. Sorridono. È il segnale più evidente della vitalità di una band che ha saputo attraversare generazioni diverse senza perdere credibilità.

Il concerto dell’Arci Bellezza conferma una volta di più perché i Fleshtones siano considerati una delle più grandi cult band della storia del rock americano. In un panorama spesso dominato dalla nostalgia e dall’autoreferenzialità, continuano a offrire spettacoli autentici, spontanei e travolgenti. Il loro segreto non è la perfezione tecnica. È l’entusiasmo. È l’amore per la musica. È la capacità di trasformare ogni palco in una festa. Dopo cinquant’anni di carriera, migliaia di concerti e un numero imprecisato di chilometri percorsi, Peter Zaremba, Keith Streng, Bill Milhizer e Ken Fox continuano a insegnare a tutti una lezione semplice ma fondamentale: il rock’n’roll non è una questione anagrafica. È un’attitudine.

immagini sonore © Daniela Pontello

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