R E C E N S I O N E
Recensione di Sabrina Tolve
Con Hotel Usona, loro settimo album, i Protomartyr provano a raccontare gli Stati Uniti con tutte le contraddizioni del Paese. L’albergo immaginato da Joe Casey diventa infatti una metafora tanto semplice quanto inquietante: un edificio vecchio, malandato, pieno di stanze e di ospiti indesiderati, dove ogni porta aperta conduce a una forma diversa di disastro. L’Usona del titolo è una versione arcaica e utopica del nome degli Stati Uniti, ma qui l’utopia è diventata un albergo in declino. Ogni brano contiene il proprio fantasma, dall’immobilità della vita moderna all’intelligenza artificiale, dalla deportazione al patriottismo deformato, dalla violenza al potere politico. Hotel Usona è assolutamente un disco politico, ma ha anche la volontà di capire cosa stia succedendo agli esseri umani che continuano ad abitare questo mondo malandato.

Si sente uno strato di rabbia, una forma di disperazione consapevole che pone l’accento sulla capacità dei Protomartyr di trasformare il post-punk in letteratura urbana – questa volta ampliando considerevolmente il loro vocabolario. Greg Ahee porta nella scrittura elementi mediorientali ed exotica anni ’50, mentre i fiati diventano una presenza fondamentale. Alex Leonard suona come se dovesse tenere insieme un edificio sul punto di crollare e Dave Fridmann, registrando il disco nei suoi Tarbox Road Studios, rende tutto ancora più fisico e inquietante. Hotel Usona è un album meno lineare rispetto ad altri lavori della band, più atmosferico, talvolta persino barocco – ed è per questo che mi piace molto.
Joe Casey resta il nostro narratore dentro questo hotel – e la sua voce è quella di un ospite stanco che conosce fin troppo bene il posto (o la stanza) in cui si trova.
L’ingresso nell‘Hotel Usona avviene attraverso una porta che cigola lentamente: The Old Hotel ci presenta questo edificio fatiscente. Ci mostra i corridoi, ci dice che è meglio non aprire nessuna delle sue porte. Chitarre, tastiere e fiati costruiscono un’atmosfera cinematografica, sospesa tra il noir e un jazz da locale semivuoto. La batteria di Leonard procede con una calma apparentemente rassicurante, mentre Casey sembra assumere il ruolo del concierge di un albergo nel quale nessuno dovrebbe avere prenotato una stanza. È un’apertura perfetta perché stabilisce immediatamente la regola del disco e sussurra il lento accompagnamento dentro il disagio. Segue Sounds We Cannot Hear, che racconta l’incapacità di percepire ciò che continua a succedere intorno a noi. Musicalmente è uno dei momenti in cui i Protomartyr mostrano maggiormente la loro nuova dimensione fatta di fiati e tastiere in grado di rendere il brano più ampio, solenne. Converts è uno dei brani più interessanti dell’album, proprio perché sembra muoversi in una zona di penombra. La chitarra di Ahee si muove con insistenza mentre i fiati aggiungono un’eleganza straniante. È una combinazione che avrebbe potuto risultare artificiosa, e invece funziona perché mantiene sempre una certa minaccia sotto la superficie. Exalted Eagles è uno dei momenti più esplicitamente aggressivi dell’album, ma la band evita il classico assalto post-punk. I fiati quasi festosi entrano in contrasto con la voce sempre più feroce di Casey, creando una specie di parata militare completamente impazzita. Le aquile, simbolo di potenza americana, diventano una caricatura del patriottismo, quando quest’ultimo perde qualsiasi rapporto con la realtà. Ed è questa contraddizione a rendere il pezzo efficace – la musica sembra celebrare mentre il testo mette in discussione ciò che viene celebrato. Una festa per un Paese che non sa più cosa festeggiare.

Con The Knife Dream l’album entra nella stanza della violenza. Qui il disco diventa anche un’indagine sulla mascolinità tossica, sul rapporto fra paura e violenza, sul bisogno di dimostrare continuamente di essere forti. Feed the Sewer è invece la stanza dell’IA. La musica è travolgente, quasi claustrofobica. La batteria sembra alimentare una macchina che non ha intenzione di fermarsi e la chitarra di Ahee si trasforma in rumore industriale. Poi, improvvisamente, l’album rallenta. Lavender – Gospel è una sorta di pausa nella visita all’hotel, ma non è un momento di pace. Third Country è la stanza dell’esilio, della deportazione, dell’essere trasformati da individui a problemi amministrativi. Le suggestioni exotica e mediorientali di cui parlavo prima, costruiscono qui un paesaggio straniante, quasi da film perduto. È probabilmente il mio pezzo preferito dell’album. Arriviamo quindi all’ultima stanza, Checking Out, che con i suoi oltre sette minuti è il brano più lungo dell’album e anche quello che porta a compimento l’intero viaggio. È un finale costruito progressivamente attraverso batteria, chitarre e fiati.
Hotel Usona è uno dei dischi più ambiziosi dei Protomartyr; è straniante, scomodo. È un disco sulla nostra capacità di abituarci alla fine delle cose, o a normalizzarle nella loro assurdità. Tra il patriottismo trasformato in feticcio, la tecnologia che diventa sostituzione del pensiero, la violenza, l’esclusione, la paralisi, la paura del futuro, l’hotel nel quale ci viene chiesto di soggiornare sta cadendo letteralmente a pezzi, mentre qualcuno continua a cambiare le lenzuola, servire la colazione e far finta che tutto funzioni. È, nella sua estrema tristezza, un album che affonda i piedi nella miseria e ce la rende per quel che è, facendoci tutti osservatori – e tutti responsabili.
Tracklist:
01. The Old Hotel (04:21)
02. Sounds We Cannot Hear (05:26)
03. Converts (04:06)
04. Exalted Eagles (04:21)
05. The Knife Dream (05:59)
06. Feed the Sewer (04:36)
07. Lavender – Gospel (04:10)
08. Third Country (04:38)
09. Checking Out (07:42)
Photo © Trevor Naud
Sabrina Tolve è con Off Topic dagli esordi, ha scritto di libri e teatro. Oggi si occupa di musica, prediligendo quella politica e sociale. Vive in Irlanda.






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