I N T E R V I S T A


Articolo di Haron Dini

In vista del festival Jazz Wine and Peace 2026, abbiamo incontrato Carolina Bubbico, una delle figure più poliedriche e affascinanti del panorama musicale contemporaneo. Dalle prime storiche esperienze sul podio dell’Ariston alle contaminazioni tra acustico ed elettronico dell’ultimo album Vocália, l’artista ci ha raccontato la sua musica, il rapporto con il palco, il valore della gavetta e dell’insegnamento in Conservatorio, e la ricerca di una musica, capace di unire culture, linguaggi e geografie differenti.

Ciao Carolina, come stai in questo periodo?
Molto bene, Devo dire che è un periodo molto intenso, e in questo momento preciso sto attraversando la fase molto emozionante per la candidatura dei Grammy Awards 2027. Non pensavo che la mia musica, ma soprattutto il mio disco Vocália rientrasse nella categoria best jazz vocal album. E la canzone che ho scritto insieme a Becca Stevens Everlove è candidata al best jazz performance, di conseguenza sto lavorando ardentemente per raccontare questo disco e cercare di sensibilizzare il pubblico. Rappresenta il mio mondo musicale, la mia vocalità corale, e tutto questo è significativo, perché è musica felice.

Sei pianista, cantante, polistrumentista, arrangiatrice e direttrice: come convivono tutte queste anime musicali dentro di te e in quale di questi ruoli ti senti più a casa?
Sicuramente questi ruoli sono uno al servizio dell’altro, bisogna fare ordine mentale, ma se devo dire una preferenza, sicuramente il ruolo che mi sento più cucito addosso è quello della performance. Il mio essere cantante e pianista sono le cose che stanno al primo posto, e la musica performarla sul palco. Sicuramente la cosa più importante però è cercare di tirare fuori sempre il meglio.

La tua musica attraversa il jazz, il pop, il soul e la world music. Come nascono le tue composizioni e in quale fase del processo creativo decidi la veste sonora di un brano?
Io ho sempre amato il concetto universale della musica, quindi quello che abbraccia più linguaggi, culture e popolazioni. Io sono sempre stata una curiosa, sono appassionata e quindi cerco nel mio modo di tenerle assieme nella musica che scrivo, con un comune denominatore che è il filtro della mia creatività: dell’armonia, alla melodia e la parte testuale. Nel tempo, credo di star tratteggiando un mio carattere musicale che sicuramente è cangiante, ma cerco di essere anche riconoscibile e di essere a posto con quello che si scrive. Fino a prova contraria credo di esserlo, perché questo percorso lo sento molto autentico. Ci sono anche parti insidiose perché la mia musica è molto libera da condizionamenti di mercato, quindi questa cosa è chiaramente restrittiva sotto questo punto di vista. Non mi fraintendere, non punto la complessità, ma è semplicemente un bisogno espressivo.

Nel tuo album “Il dono dell’ubiquità” e nel recente Vocália esplori territori molto diversi, dalla voce come strumento puro alla contaminazione tra acustico ed elettronico. Qual è la ricerca che sta guidando la tua musica in questo momento?
Io credo che bisognerebbe lavorare per sentirsi sempre contemporanei, pur rispettando ciò che ci precede. Dipende anche dai periodi, quello che in qualche modo attira la mia attenzione, ma negli ultimi anni sono attirata molto dalla world music. Mi attirano molto anche le musiche extraeuropee, attingere quello che è fuori dalla mia zona di comfort. Il respirare l’aria di un popolo l’ho cercato di portare in entrambi i dischi. Questo sicuramente è un sentirsi in confidenza con un linguaggio legato al popolo afroamericano. Io non mi sento prettamente una jazzista perché non mi piacciono le etichette in generale, ma quello che cerco è fare la musica che non è necessariamente etichettabile, non è interessante per me. E spero che questa cosa sia visibile, da quello che sentono e vedono.

Nel 2015 hai calcato il palco di Sanremo come direttrice d’orchestra a soli 25 anni, vincendo con Il Volo, in un mondo – quello della direzione d’orchestra – storicamente dominato dagli uomini. Che valore ha avuto quell’esperienza per la tua carriera e quanto è cambiato, da allora, lo spazio per le donne sul podio?
Per me è stata certamente vedere un’opportunità dove tutto d’un tratto mi sono sentita responsabile. Ho fatto qualcosa che era più grande di me in quel momento. Mi sono chiesta spesso che cos’è che mi guida, e che cos’è tutto questo che mi porta a fare quello che faccio. Io ho una grande nota che è quella dell’istinto, credo sia questo, è una grande energia. La cosa più importante è che questa esperienza mi ha insegnato di essere una persona forte e capace. Tutto mi sarei aspettata tranne che dirigere l’orchestra di Sanremo a 25 anni, nonostante ne avessi le competenze: nella vita un conto è avere le competenze e un conto è avere le occasioni. E quest’ultima lo è stata. Ma mi sento di dire, purtroppo, che dal 2015 ad adesso non c’è stato un grande cambiamento, anzi, di donne che dirigono le orchestre ce ne sono sempre meno, quasi nessuna, se non qualche caso sporadico. Stupisce sempre quando c’è una donna che dirige un’orchestra, risulta particolare “ah! C’è una donna”, capisci cosa intendo? Fa scalpore. C’è tanto lavoro da fare ancora, ma se si vuole cambiare le cose, bisogna farlo anche noi donne. Impegnarci a valorizzare il contenuto e le proprie capacità. Io ci ho speso tanti anni a livello artistico sulla questione del contenuto, fregandomene dell’estetica. È spontaneo. Se si pensa di avere delle certezze, bisogna reagire.

Dirigere l’orchestra a Sanremo significa gestire una pressione enorme in tempi televisivi strettissimi. Qual è il tuo segreto per mantenere la calma e guidare decine di musicisti in quel contesto?
Mi è venuto naturale. Spesso mi domando come io faccia. Io mi sento sicura, e sento bello quello che faccio. Curo ogni dettaglio e ci tengo al rispetto reciproco. Questo è il fattore primario. L’educazione, il modo di fare, deve essere la base di ogni essere umano, ma non sempre si riceve questo trattamento.

Oltre ai palchi internazionali, sei docente di canto pop in Conservatorio. Che rapporto hai con i giovani talenti e cosa cerchi di trasmettere loro prima di tutto?
Sicuramente il rapporto è sempre più di confidenza, perché imparo a conoscere questa generazione, quali sono le logiche, le dinamiche e i comportamenti. Io mi impegno veramente tanto nel cercare le modalità per trasferire il sapere a loro. Voglio dare sempre me stessa. Questo indagare continuamente mi porta a ricevere risposte alle quali probabilmente non arriverei. In alcuni casi sento che molti giovani non partecipano a concerti, oppure saltano la gavetta, invece bisogna accumulare esperienze sia dentro che fuori dai palchi. Ma d’altro canto, mi sento anche di dire che non è neanche colpa loro perché in questo momento storico mancano anche i contenitori culturali, e questo impedisce di avere degli spazi. Questo mancato entusiasmo per le cose che accadono a me sorprende. Il mio compito è quello di accumulare tutte le informazioni e prendermene cura. Io da insegnante voglio essere anche una guida umana per loro. Io ho creato l’ensemble Corolla, e ho portato i giovani in giro, nei festival, con produzioni speciali. In questo momento sto arrangiando un disco che ho fatto con loro e che probabilmente avrà successo in Italia. Adesso non posso dirti molto a riguardo, però è creare esperienze insieme a loro.

Le tue radici salentine e la contaminazione con i suoni del Mediterraneo emergono spesso nei tuoi progetti, come in Pangea. Quanto è importante per te partire dalla tradizione per guardare all’internazionalità?
Questo l’ho capito ad un certo punto della mia carriera su quanto fosse centrale. Diventa importante non tanto eseguire quel tipo di musica, ma seguire alcuni tratti. Cercare di rendere anche tutto questo contemporaneo, sicuramente abbiamo alcuni esempi di artisti che hanno fatto questo e hanno trovato una chiave di grande successo. È il cercare di farlo mantenendo l’autenticità.

Quali sono i tuoi prossimi progetti discografici o live e c’è un sogno nel cassetto che non hai ancora realizzato?
Sicuramente il sogno nel cassetto è lavorare per ricevere la nomination ai Grammy Awards, questo è il mio obbiettivo principale. Successivamente stavo lavorando anche per espandermi ancora di più all’estero e di avere un respiro più internazionale. Credo che questo disco lo meriti per il contenuto musicale, ma poi sento che questo lavoro ha una sincerità importante. È un disco multilingue e credo ne valga la pena che questa musica faccia dei giri un po’ più larghi.

Photo © Ilenia Tesoro

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