L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo

In una Milano che sfuma i contorni, persa nella pioggia battente, non lasciando intravedere la sua primavera, un giaciglio fiorito e profumato è quello che Angelo Branduardi regala al suo pubblico nel Teatro Lirico. Accompagnato da Fabio Valdemarin, pianista e polistrumentista d’eccellenza, divenuto suo compagno di viaggio da molti anni, con la ricercatezza e la delicatezza che lo contraddistingue prende ognuno di noi per mano per farsi seguire in un viaggio onirico fatto di incantesimi e di poesia. L’immancabile violino e la chitarra di Angelo diventano così un tutt’uno con la piccola orchestra di Fabio che passa dal pianoforte a coda, alle chitarre, alla fisarmonica. Un concerto acustico che percorre una carriera straordinaria costellata di grandi successi, da liriche d’amore, madrigali romantici e ballate medievali.

Dalle sue parole all’inizio dello spettacolo apprendiamo il sunto dell’approdo a questa sua scelta: «meno c’è più c’è e iniziai a togliere. Un’operazione anticommerciale, Ennio Morricone sosteneva che, essendo la musica l’arte più astratta, è la più vicina all’ assoluto».

Una continua proiezione verso il sentiero che porta all’anima tralasciando ogni sorta di orpello, dunque, eliminando e scartando il superfluo per arrivare ad una comunicazione diretta e vibrante con l’ascoltatore. Un entrare in confidenza e in ascesi celebrale con la platea che lo ascolta incantata come se il violino, tra le sue dita, divenisse un piffero magico che ipnotizza e la sua voce, così inconfondibile, fosse miele che scende nell’ anima.

Con la poesia Il violinista di Dooney, di William Butler Yeats, scrittore irlandese premio Nobel 1923, suole egli spesso iniziare i suoi concerti. È facile dedurne il motivo nei versi: «e la gente allegra ama il violino, e la gente allegra ama ballare. Quando mi vedono arrivare, corrono da me tutti gridando “Ecco il violinista di Dooney”. Vengono a ballare come le onde del mare».

La scaletta si apre con due brani tratti dal disco francescano L’infinitamente piccolo: Il Cantico delle Creature e La predica della perfetta letizia che incarna il cuore del pensiero francescano. Seguono La luna e La Canzone di Aengus, il vagabondo. Nella tradizione e nell’ iconografia Celtica Aengus rappresenta la giovinezza, l’ispirazione poetica e l’amore. Dai versi di questa incantevole fiaba straripano fiori di melo, mele d’oro e d’argento e verdi vallate irlandesi.

Una piccola pausa per rivolgersi commosso alla sala affermando che «più piano si canta, più piano si suona e più tutto succede». E veramente con lui tutto succede. Si aprono i sensi, diviene più luminoso il sentire, quasi inconsciamente si chiudono gli occhi per intrappolare nelle ciglia ogni battito di parola. Un dono, come Il dono del cervo, che sette volte darà frutto, sette volte fiorirà.

In 1° aprile 1965 ascoltiamo un estratto in musica dell’ultima lettera scritta da Che Guevara ai propri genitori, il lamento di un figlio che anela alla libertà ma si sente costretto nelle corde troppo istituzionali dell’esperienza politica cubana. E passano giorni e stagioni… là in fondo gira La giostra, brano del 1983 tratto dall’album Cercando l’oro e proposta unicamente in questa tournée. Quando il tempo è venuto si aprono i fiori e la sala viene inebriata dal Profumo d’arancio e con passi leggeri, dita delicate che fanno l’amore con gli strumenti, si prosegue giungendo Sotto il tiglio là nella landa dove la radica si abbraccia al giglio.

Siamo ora nella seconda parte della serata e ci vengono serviti pane e rose con il brano Benvenuta, donna mia un dono prezioso e inatteso mai eseguito prima.  Attraverso La favola degli aironi planiamo così sull’Erebus di Lord Franklin che nel 1845, per la terza volta, tenta la ricerca del passaggio di Nord Ovest (la rotta che va dall’oceano Atlantico all’oceano Pacifico, attraversando l’arcipelago artico del Canada) con un finale terrificante poiché la spedizione scompare nei ghiacci.   

Vengono accordati gli strumenti sottolineando l’operazione con una frase di Andrés Segovia: «il chitarrista passa metà della sua vita ad accordare lo strumento e l’altra metà a suonare scordato». È proprio in queste uscite di campo letterarie, negli aforismi citati e nella semplicità di parole che risuonano cristalline che si evince tutta la grandezza emotiva di un artista così intenso e profondo che sa comunicare ed entrare in profonda empatica con la gente. Un menestrello medioevale che indossa abiti ogni volta neri, ampi, le babbucce abbinate… «ma sarà la sua chioma sempre nuova e dura la sua scorza come prima», come cantato in Confessioni di un malandrino che dona il nome al tour e che chiude la scaletta programmata, a consacrarlo a tutti noi imprimendone le impronte nel petto.

Con Rosa di Galilea, liberamente tratta da un vangelo apocrifo e resa in chiave poetica e naif, si giunge alla sua magistrale interpretazione di Geordie e nei bis, acclamati a gran voce da una platea in piedi unita in un prolungato applauso, non potevano mancare Alla fiera dell’est e La pulce d’acqua.

Mentre la pioggia lascia Milano e il Duomo mi abbraccia con i suoi pizzi, cammino tra la folla portandomi dentro una serata indimenticabile.

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