R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La parte immaginifica di ognuno di noi vive di simboli, fantasie, ricordi e visioni del futuro. In questa s’agitano sogni, sentimenti complessi ed emozioni in un continuo moto dinamico di scambio con la realtà comune. Il punto è proprio questo: cosa condividiamo con gli altri di ciò che chiamiamo reale? Tutti seguiamo, chi più o chi meno, la via della Ragione, ma sappiamo per esperienza che questa strada non è la sola. Non ci serve quando affrontiamo amori e distacchi, dolori e speranze. Allora è il grande mare dell’immaginazione, della fantasia e dell’inconscio a cui ci rivolgiamo per attingervi le forze necessarie al nostro cammino e per trovarvi eventualmente conforto. Vincenzo Zitello, polistrumentista e virtuoso dell’arpa celtica, ha una lunga pratica di percorrenza attraverso gli impervi ma affascinanti territori di questa “finis terrae” e molti dei suoi precedenti lavori lo dimostrano. Da Metamorphose XII dove in copertina una grossa chiave promette di aprire una serratura misteriosa ad Infinito, da Arcana Mundi – un lungo viaggio attraverso i codici interpretativi e proiettivi dei Tarocchi fino all’odierno ed ultimo Mostri e Prodigi. L’aspetto mostruoso non è però, in questo contesto, attribuibile al concetto freudiano di “ritorno del rimosso”, non solo, almeno. Le creature mostruose che Zitello ci racconta sono puri archetipi, cioè simboli arcaici primordiali. Ci troviamo di fronte a ibridi, cioè creature assemblate di parti animali e umane le cui origini vanno ricercate negli arcaici culti animistici. Zitello, sapientemente, ne ha raggruppati alcuni ben presenti alla base della cultura dell’Occidente e quindi nel Mito greco ma non solo. Creature similari si trovano nei miti orientali, nelle favole nordiche e africane. L’Uomo ha un patrimonio psichico comune, un’essenza condivisa a tutte le latitudini e questi “mostri” così presenti in ogni sottofondo mitico lo dimostrano. Vincenzo Zitello opera in questo suo ultimo lavoro tra melodie incantatorie e arrangiamenti pieni di respiro con un album omogeneo in cui le diverse creature prodigiose che si susseguono fungono da pretesto per questa serena, speleologica discesa verso il profondo. I mostri gettano la maschera e si dimostrano per quello che sono, null’altro che lo specchio di una parte di noi, la parte meno convenzionale e più misteriosa che scivola verso i territori dell’inconscio.

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