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2022)

Julian Lage – View With A Room (Blue Note Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una specie di pactio secreta dev’essere stata stipulata tra Julian Lage – quattordicesimo disco da titolare, escludendo l’Ep Live in Los Angeles del 2017 – e il leggendario Bill Frisell. Entrambi chitarristi eccellenti, i due hanno già tracciato un percorso comune, non tanto e non solo per alcune esibizioni live ma soprattutto per essere stati entrambi alla corte di John Zorn contribuendo alla realizzazione del suo Virtue (2020). In effetti Lage e Frisell mi sembrano a tratti perfino intercambiabili e se non fossi quasi certo che per ragioni di psicoacustica, in questo ultimo disco View With A Room, la chitarra di Lage sia stata posizionata nel canale centro-sinistro dell’immagine stereo, potrei avere qualche difficoltà nel reciproco discernimento dei due strumentisti. Ma chi è Julian Lage e come è arrivato fin qui? La sua storia artistica non è certo tra le più comuni perchè è quella di un ragazzino-prodigio nato in California 35 anni fa, che all’età di otto (8!!) si esibisce con Carlos Santana, Pat Metheny, Toots Thielemans e quando compie quindici anni si trova a far l’insegnante di jazz alla Stanford University, venendo reclutato l’anno dopo da Gary Barton per collaborare giustappunto con il grande vibrafonista. Tra i suoi riferimenti musicali alcuni sono abbastanza ovvi, ad esempio il suono “volatile” – è una definizione dello stesso Lage – di Charlie Christian, il rimarchevole e duttile fraseggio di Jim Hall e lo stesso Frisell da cui è stato, secondo me, parecchio influenzato – ascoltate il suo precedente lavoro Squint del 2021 per averne conferma. Ma inaspettatamente Lage ammette anche di avere subito il fascino di un grande chitarrista classico come Julian Bream – e talora ne ha lasciato testimonianza per esempio in 40’s su World’s Fair del 2015 – e di essere stato pure influenzato da pianisti come Hersch e Jarrett. Comunque sia Lage si trova sullo stesso pianeta abitato anche da Frisell e questo album ne è la prova lampante. Nè l’uno né l’altro potrebbero essere definiti dei “puri” chitarristi jazz ,essendo stati attratti in parecchie circostanze dal blues, da qualche assonante simpatia con Chet Atkins o ancora da evidenti riflessi country-rock. Ma ognuna di queste circostanze diversificanti non lavora come limite bensì come innesco per ulteriori mulinanti fantasie, arricchendo questa musica di magnetiche discorsività che si spingono un passo innanzi – o indietro? – al jazz. Senza troppe cerimonie Lage insegue la sua idea di allargare il trio già collaudato nel precedente Squint formato da Jorge Roeder al contrabbasso e Dave King alla batteria – già membro fondatore dei Bad Plus – includendo una seconda chitarra come quella appunto di Frisell. L’intreccio che ne risulta è avvincente e si rende piacevole attraverso una scrittura essenziale, ben calibrata, riuscendo ad esprimere una sensualità avvolgente, un verbo elettrico molto “aereo” e rigorosamente consonante.

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Bagland – State Of Being (Jaeger Community Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Se mi domandassero di puntualizzare gli aspetti caratteristici di quello che viene comunemente chiamato jazz nordico, sottolineerei almeno tre punti a mio giudizio fondamentali. Beninteso che noi tutti si conosca il fragile valore delle etichette e spesso la loro ambigua significanza, potremmo comunque innanzitutto individuare nel cuore di questa musica una lunghezza d’onda di bassa frequenza, lenta ed ipnotica, vicina all’infrarosso che come un cerchio nell’acqua si allarghi via via lentamente fino a smarrirsi nel proprio elemento. Poi si potrebbe segnalare anche l’andamento delle sonorità, aperte, in dispersione entropica in un ambiente naturale i cui confini sono di per sé difficilmente tracciabili. Per ultimo annotiamo un certo stato della psiche, costantemente meditativo, niente affatto vaporoso ma saldamente ancorato alla “sostanza” degli elementi che costituiscono il paesaggio. Forse non sarà proprio in un modo così schematico ma è indubbio che questa musica, in generale, la si riconosca quasi subito, magari senza identificarne gli autori – compito sempre più difficile data la pletora di musicisti in ogni angolo del mondo – ma individuandone, con un minimo di pratica d’ascolto, almeno gli aspetti principali. Non fanno eccezione in questa circostanza i Bagland – in lingua danese significa retroterra – gruppo jazz creato dal trombettista Jakob Sørensen, giunti al quarto disco con l’ultimo States of Being. Un bel titolo che racchiude in sé non solo gli aspetti riflessivi a cui si accennava poc’anzi ma anche quegli elementi strutturali che costituiscono l’essenza appunto del jazz nordico, così come abbiamo provato a descriverli. Accanto all’uso di strumenti tradizionalmente collaudati all’interno di ogni gruppo jazz troviamo in questo contesto una certa componente elettronica, synth e manipolazioni varie che restano però quasi mimetizzate all’interno dell’organico, come a disegnare marginali framing attorno all’essenza della musica. Sorensen tiene per sé solo la prima composizione dell’album, lasciando agli altri musicisti la responsabilità della maggior parte dei brani, dimostrando così che Bagland non è più il gruppo creato da un solo uomo ma è diventato un sistema eterogeneo, in cui ciascun elemento lavora per il bene comune e non per supportare esclusivamente il bandleader. Come giustamente rileva Mike Gates dalle pagine web di Ukvibe, il suono della tromba di Sorensen non è originalissimo perché ricorda il norvegese Arve Henriksen e i suoi soffi talora un po’ languidi. Del resto il tono di States of Being è naturalmente immerso in un’atmosfera dolce e pensosa, i suoni non si prevaricano l’un l’altro e si riconoscono inseriti in un ampio spazio per far respirare i loro armonici.  

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