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Roy Mor – After the Real Thing (Ubuntu Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Questa è la storia di un uomo coraggioso. Laurea in filosofia, con un buon lavoro alla Microsoft e un innegabile talento pianistico. Un giorno quest’uomo molla tutto per seguire il suo sogno. Lascia Israele, sua terra d’origine, per andare a New York e diventare musicista professionista, compiendo quel post-romantico Grand Tour che vede gli USA come meta obbligata per la propria formazione musicale. Stiamo parlando di Roy Mor, giovane pianista e compositore esordiente in campo discografico che  in ossequio all’undicesimo comandamento biblico “non avrai altra passione all’infuori del jazz” ha seguito la sua stella cometa da Gerusalemme a New York e ritorno. Attraverso un percorso di specializzazione e affinamento con varie esperienze di collaborazioni, esibizioni, riconoscimenti e premiazioni, è finalmente approdato quest’anno alla sua prima uscita su disco per la Ubuntu Music. Bisogna dire che Mor non si è limitato ad essere un tassidermista dei propri sogni. Ha invece applicato alla perfezione tutto ciò che ha imparato in patria e all’estero, sviluppando un suono brillante, a tratti esplosivo, dimostrando di aver appreso tutti i segreti del moderno piano-jazz. Ci tengo a sottolineare l’aspetto energico del suo pianismo che però non gli prende mai la mano e quando è il momento del tocco delicato è capace di acquietarsi, di prendere distanza dall’euforia che pare spesso possederlo. In effetti, nonostante lo stesso Mor definisca, non senza una punta d’ironia, il suo suono come “biblico”, alludendo al multiculturalismo della sua terra d’origine, in questo disco After the real thing si respira un’atmosfera classicamente jazz-mainstream in cui le suggestioni popolari e tradizionali si avvertono solo in qualche aspetto circoscritto dell’intero lavoro.

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Amit Friedman – Unconditional Love (Origin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non conosco il motivo del ritardo riguardo alla pubblicazione di questo nuovo disco di Amit Friedman, Unconditional Love. Finito di registrare nell’estate del 2018, forse per l’intoppo pandemico che ha colpito duro anche Israele, il terzo lavoro da titolare di Friedman esce solo ora a quasi tre anni di distanza dalla sua realizzazione. Giustamente celebrato in patria, meno conosciuto oltre confine, Friedman conduce il suo sax, soprattutto il tenore, verso una dimensione brillante di sonorità limpide e aperte, con un fraseggio spesso serrato ma estremamente preciso nell’articolazione. Il suo modo di suonare forse non presenta caratteri di estrema originalità ma si allinea, a mio parere, al percorso di altri sassofonisti come l’americano Eric Alexander, perlomeno nei momenti di soffio più spinto. Nei brani più lenti Friedman non si lascia mai andare alle svenevolezze, ventilando qualche somiglianza al soprano con Javier Girotto o forse anche con Paul McCandless degli Oregon, per certe intenzioni melodiche dal sentimento leggermente malinconico. Con una dedica al proprio padre, appassionato di jazz che gli ha evidentemente trasmesso questo trasporto, Friedman edita Unconditional Love forte dell’apporto ben strutturato del suo gruppo che lo segue in questo percorso.

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