R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si racconta che il sassofonista francese Vincent Lê Quang, quand’era adolescente, rimase colpito dalla visione del film “Bird” che narrava la vita e la musica di Charlie Parker. Non so se questo sia vero ma di sicuro quella pellicola deve aver contribuito, in qualche modo, ad innescare il suo interesse per lo studio del sax. Tuttavia, a giudicare almeno da questo suo primo disco da titolare, pare avere poche cose in comune con Parker. Un sassofono suonato quasi con la stessa delicatezza di un flauto ci trasporta in una dimensione di eterea, intima profondità, lontano anni luce dalle intransigenti, nervose velocità di Bird. La meditazione che sta alla base di questo Everlasting parte dal conflitto presente in ogni essere umano nel cercare di realizzarsi e di proiettare le proprie speranze in un futuro che si vorrebbe eterno e immutabile. Davanti alla prova evidente, invece, di come la realtà sia impermanente e mutevole, questo desiderio recondito di eternità resta nascosto in un angolo della coscienza e quasi ci si vergogna di esibirlo, come fosse un capriccio infantile… Sublimando questa pulsione, Lê Quang va alla ricerca delle tracce nascoste, dei segni lasciati da un’eternità di carattere divino, seguendo un percorso fatto di memorie, di segni ambigui, spesso misteriosi ed onirici con cui la Realtà alle volte ama mescolarsi. Un’ermeneutica che attraverso gli impulsi sonori e l’ordine armonico cerca di interpretare la vita nel suo senso più profondo. Un altro illuso alla ricerca del significato dell’esistenza? Di certo, quello che so è che ogni Parsifal che si metta in cerca del Sacro Graal, che lo trovi oppure no, mostra di sé il suo lato migliore, le più luminose qualità che possiede, vivendo fino in fondo l’intensa epopea della propria vita.

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