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Caveleon – Sometimes I’m still drowning (Costello’s / Believe Digital, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Accedere al mondo dei Caveleon è come aprire uno scrigno segreto e trovarci dentro diversi piccoli oggetti che ricostruiscono una vita. Tanti pezzi, quante le canzoni che compongono Sometimes I’m Still Drowning, debutto sulla lunga distanza della band milanese, dopo l’esordio con l’omonimo EP del 2019. Leo Einaudi, Giulia Vallisari, Federico Cerati e Agostino Ghetti, sono un giovane gruppo che suona con esperienza e riesce a creare un’atmosfera unica rielaborando gli stilemi classici dell’indie rock (i ragazzi ci perdonino per questa definizione). Il loro “sapere”, è un composto di folk ed elettronica che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni di musica rock. Attenzione però, non vorremo confondere gli ascoltatori con definizioni altisonanti. Qui non si sta parlando di folktronica, non abbiamo a che fare con misantropi alla ricerca dell’isolamento morale e materiale. Abbiamo invece a che fare con una band che ha raccolto da artisti quali Sigur Ros, Radiohead e Nick Drake, solo ciò che gli serviva per accendere la fiamma della loro passione musicale. In seguito hanno creato qualcosa di unico, che tra qualche anno potremo tranquillamente definire come “Caveleon sound”, a suo modo un qualcosa che suona già di classico. Lo affermiamo subito per togliere qualsiasi dubbio: Ascoltarli crea dipendenza.

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Caveleon – Caveleon (Futurissima, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Se al primo ascolto qualcosa ti colpisce, allora vuol dire che qualcosa si è mosso; e in un periodo in cui le proposte musicali crescono esponenzialmente, riuscire a fare breccia nell’ascoltatore e nella sua curiosità, è un grande risultato.
Per farlo alle volte basta poco, ma è un poco che include molto, sia in qualità sia nell’approccio dei brani, o più romanticamente potremmo parlare di “alchimia”. Escono e si presentano con un Ep dal titolo fiabesco: Caveleon, e cercando qua e là, scopriamo che indica sia il luogo dove è nato il disco, sia il nome del progetto primordiale da cui nasce tutto.
La band è composta da cinque ragazzi che arrivano da percorsi musicali differenti, e che si sono poi ritrovati a scrivere e a condividere i propri strumenti in un seminterrato a cui simpaticamente hanno dato il nome di “The Cave”. Probabilmente al suo interno potremmo trovare Leo Einaudi in veste di cantautore e polistrumentista, la bella voce di un’altra cantautrice che risponde al nome di Gulia Vallisari, il batterista Agostino Ghetti, e poco più in là Federico Cerati intento a giocare con le sue “macchine musicali”. Prendetevi una ventina di minuti e seguiteci nell’ascolto se vi va.

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