R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Senza pensarci troppo, il mio amore per la musica nasce proprio con loro, i Duran Duran, quando rubavo a mio fratello il piccolo mangianastri Grundig per ascoltare Seven and The Ragged Tiger. In barba ai critici musicali che ne avevano pronosticato una morte rapida e indolore, io, con l’entusiasmo di una bambina di sette anni, sapevo già che la nostra storia d’amore sarebbe durata a lungo, tanto da farne la colonna sonora della mia vita, e come una moglie fedele sono andata dritta per la mia strada, anche quando, dopo il successo planetario di Arena, il gruppo sembrava andare alla deriva, dapprima con la separazione dei membri nei progetti paralleli The Power Station e Arcadia, poi con l’uscita di Roger e Andy. Gli anni ’90 tra alti e bassi, in realtà più bassi che alti, eccezion fatta per The Wedding Album, nulla di scandaloso, erano gli anni del grunge, si preferivano suoni nudi e crudi, poi nuova linfa vitale con l’arrivo del secondo millennio, la reunion e i successi di Astronaut e dei più recenti All You Need is Now e Paper Gods.

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