R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il jazz ci aiuta sempre a rimanere coi piedi per terra. Ci ricorda che la musica, oltre ad essere veicolo dello spirito è anche una questione di pancia. Forse nessuno stile musicale, prima del jazz, è stato in grado di esprimere queste due polarità umane in modo così profondo. Ascoltando il nuovo, terzo lavoro da titolare di Keith Brown, African Ripples, ci si rende conto non solo di come anima e nervi possano integrarsi, ma anche come certa musica sia legata alla città e all’aria che si respira, nonostante l’evidente tributo al continente africano presente nel titolo. Queste “increspature” di superficie, queste crepe della memoria, lasciano certamente intravedere l’originario spirito africano ma tra tutto ciò e la musica qui rappresentata s’interpone l’aria di New York e precisamente quella dei Samurai Hotel Studios nel Queens, dove il disco è stato registrato. Africa, certo, ma al ritmo dei passi lungo i marciapiedi cittadini, tra il traffico, la metropolitana, i parchi e gli odori dello street food. Brown ci presenta un lavoro scorrevole e lineare che parla abbondantemente di sé, in parte riguardo la propria vita personale, in altra parte trattando esperienze condivisibili, familiari e non. Un discorso reso dialogato dagli interventi dei singoli musicisti e cantanti, nonostante il pianoforte di Brown abbia una decisa preponderanza nell’equilibrio sonico del gruppo. Uno dei compiti di questo progetto pare quasi essere un’intenzione rigenerativa nei confronti del mainstream, la ritempranza dei caposaldi dell’espressione jazz, cioè il recupero moderno delle scale be-bop, gli interventi di fiati sovrapposti all’unisono, la necessaria sospensione temporale di alcuni accenni nelle ballads. Oltre a tutto questo c’è però un secondo aspetto, quello dell’apertura verso i nuovi modi e mondi espressivi della musica contemporanea, il rap con le sue declamazioni quasi moralistiche, l’apparizione della pop music nella elegantissima ripresa di un brano come Come back as a flower di Stevie Wonder.

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