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Tommaso Moretti – Inside Out (Bace Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando mi sono trovato ad ascoltare i file in anteprima di Tommaso Moretti mi sono interrogato più o meno come fece Don Abbondio riguardo a Carneade. Poi, scorrendo le note stampa accluse a questo Inside Ou, mi è balzata agli occhi la chiave dell’enigma. Un nome, quello dei Tribraco. Una formazione italiana fondamentalmente rock ma decisamente sporta verso l’avanguardia, uno tra i miei gruppi preferiti nell’ambito di quello che oggi si definisce genericamente “avant”, appellativo che precede altri attributi variabili come rock, jazz, punk, usati singolarmente o fantasiosamente mescolati tra loro. Per farla breve, Moretti è stato – o è ancora? – l’eccellente batterista di questa band romana. Lo stesso Moretti si è trasferito, non so quanto definitivamente, a Chicago nel 2013. L’ultimo suo album esce quindi per un’etichetta indipendente statunitense, la Bace Records. Il profilo di questo lavoro appare piuttosto lontano dal suono dei Tribraco e si presenta assumendo dei connotati più marcatamente jazz, con musicisti americani – uno solo brasiliano – producendo una musica assai interessante, arricchita da numerose influenze diversificate che provengono dal mondo latino americano e anche dall’Italia. Moretti non dismette, semmai controlla maggiormente le sue naturali esuberanze percussive, prestando attenzione al delicato lavoro d’insieme che la costruzione di questo album ha reso necessaria. Vitalità, inventiva, frequenti cambi direzionali: il risultato ottenuto conserva comunque una propria omogeneità di stile ed una marcata ricercatezza delle sfumature. Non è un suono di pancia, per intenderci, quello che complessivamente si ottiene. Ma bensì una miscela sonora dovuta alla mescolanza di diverse istanze culturali, germogliate nella mente di Moretti e definitivamente fiorite con il contributo della sua band. Un settimanale quotato come il Chicago Reader sottolinea con una certa enfasi un “joyful spirit and a taste of Italy”. In effetti qualcosa d’italiano affiora qua e là nel discorsivo fluire di questo album, forse alludendo a tratti alla colonna sonora di qualche “italian movie” rimasto nella memoria degli americani. O forse, più verosimilmente, per via del rifacimento di Era de Maggio, la storica canzone napoletana di fine ‘800, resa in modo così ammiccante da ricordare le musiche di Nino Rota. L’iconico brano napoletano viene affrontato senza timore reverenziale dalla voce di Moretti – probabilmente anche con una certa provocatoria incoscienza – ma rendendolo comunque spoglio di quell’aspetto formale che ci saremmo aspettati di ascoltare.

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Damon Locks Black Monument Ensemble – Now (International Anthem, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

“Il tempo è solo la differenza tra il conoscere ora e non conoscere. Perché se conosci tutto ora, significa che è trascorso presente e futuro”. È con questa citazione “sessantottina” di Mattie Humphries, che Damon Locks, “sound and visual artist from Chicago Illinois” apre il comunicato stampa che accompagna questo interessantissimo lavoro intitolato Now e realizzato con il collettivo BME, acronimo di Black Monument Ensemble. Disco di difficile narrazione (e questo è un male) e assolutamente non etichettabile (e questo è un bene). Se c’è qualcosa di facilmente riconoscibile in questo lavoro musicale è certamente il suo “brodo di coltura”, che altro non poteva essere che la scena jazz-sperimental-transgressive di Chicago. Artista poliedrico, più che musicista puro, Damon Locks propone un lavoro denso di emozioni, pulsioni, concetti a cominciare proprio dalle parole (suoi i testi), dal loro significato e dal loro suono, spina dorsale di tutto il disco, magistralmente fuse e con/fuse, in un flusso sonoro dalle mille suggestioni che vanno dal jazz di ricerca, all’underground, al punk. Cosa ci raccontano le parole? Le dominanti tematiche del disco sono certamente le proteste e le rivendicazioni, suscitate dagli ultimi episodi di violenza poliziesca nei confronti dei cittadini afro-americani, che molto spesso si sono configurate come violenze di stampo razziale. Questa è la materia concettuale del disco, coniugata e declinata attraverso una vena musicale di altissimo livello, che fa del “collage sonoro” e del linguaggio di molte avanguardie, lo strumento di trasformazione poetica e musicale di una materia tanto scottante.

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The Notwist – Vertigo Days (Morr Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Avevo circa vent’anni quando ascoltai per la prima volta i Notwist, e tutt’oggi la canzone Consequences è nella mia personale classifica delle canzoni che mi hanno cambiato la vita.
I Notwist vengono dalla Germania, hanno un passato da band post-hardcore ma si sono fatti conoscere con Neon Golden, un disco electro-pop con influenze post-rock che può essere tranquillamente considerato il loro masterpiece.
La loro caratteristica principale, oltre alla sperimentazione costante di suoni, è l’improvvisazione: ascoltare un live dei Notwist significa immergersi per più di due ore in loop, deviazioni sonore, e accettare il disassemblamento di ogni brano in qualcosa di nuovo a cui non si è abituati. Non c’è un concerto simile all’altro, e lo stesso pezzo non suonerà mai due volte uguale.  

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