R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Artificiale e artificioso. Il ritorno dei Muse con il nono album in studio non farà gridare al miracolo, ma a ben guardare (anzi, a ben sentire), non è nemmeno una degna conferma. Will Of The People avrà come sempre un generoso riscontro di vendite, ma sono curioso di vedere, sulla distanza, come verrà considerato da pubblico e critica. Per quel che mi riguarda non me ne viene in tasca nulla ma trovo non sia corretto barare e parlare di un gran disco pieno di ottime soluzioni, voce cristallina e strumentazione suonata magistralmente. Faccio quindi una scelta controcorrente e invece di fornire una recensione da sufficienza parlo di cosa non funziona nell’Universo Muse. Partiamo dai presupposti. La band ci tiene con un certo orgoglio a far sapere che quest’ultima fatica è stata interamente autoprodotta. Se la bravura dei musicisti è indiscussa da quella parte del mixer, chi scrive mantiene qualche riserva sulle loro capacità nelle fasi che concorrono a dare corpo all’opera, come ad esempio la registrazione vera e propria e il mixaggio. Nella premessa ho assunto un tono critico del quale mi assumo ogni responsabilità, ma non posso non notare come quest’ultima fatica suoni fin troppo artificiale e impacchettata in un revival Anni ’80 che oggi più che mai va di moda. Intendiamoci, vi sono band come i White Lies che hanno pescato a piene mani da quel periodo, ma hanno conservato una propria anima e, probabilmente, si sono affidati ad addetti ai lavori che non hanno snaturato il suono ma si sono limitati a conservare il mood che desideravano i loro assistiti. Qui invece la mano calcata dai diretti interessati crea un brutto effetto e tutto suona fin troppo patinato.

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