R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mi sorprendono sempre un po’ ma generalmente in senso positivo gli ibridi tra gruppi jazz – un quintetto in questo caso – e le formazioni di archi. Questo perché si tratta, in linee generali, di connubi ad elevato rischio di promiscuità. Da un lato si dovrebbe scantonare dall’effetto trappola che gli stessi archi, per loro natura, possono esercitare sugli strumenti classici di una formazione jazz. Dall’altro evitare di creare incroci pericolosi che tendano inconsapevolmente a svilire violini e violoncelli, sottoposti a eccessivo stress ritmico che lo stesso jazz, per sua sincopata costituzione, è portato a esprimere. In questo disco non si pongono comunque problemi di incompatibilità. Utilizzando una metafora sportiva potremmo affermare che non ci sono impreviste invasioni di campo e i ruoli di ogni strumento appaiono ben definiti e mai soverchianti. Cristiano Pomante si comporta molto “democraticamente” senza sopravanzare gli altri compagni d’avventura, lasciando ad essi grande spazio di manovra.

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