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Dell’odio dell’innocenza

Paolo Benvegnù – Dell’odio dell’innocenza (Black Candy Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Se l’album Hermann era ispirato ad un manoscritto di Fulgenzio Innocenzi, ingegnere di Lucignano che una bambina donò a Paolo, questo Dell’odio dell’innocenza è invece un cd trovato dentro a una busta anonima a lui indirizzata contenente le undici tracce, chitarra e voce.
C’è sempre un alone di mistero giocoso dietro ai dischi del cantautore gardesano che danno un significato ancora più profetico alle sue creazioni, tendendo con un pizzico di ludibrio a mantenere una certa distanza.
Qualsiasi interpretazione più vi piaccia, non cambierà il fatto che questo sesto album è tra i più profondi ed incantevoli di Paolo Benvegnù.
Ad essere sincera, un primo ascolto distratto, in sottofondo, mi aveva condotta ad assimilarlo per sonorità ad una naturale prosecuzione dei lavori precedenti, senza sentire un rinnovamento determinante.

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Paolo Benvegnù: Come Don Chisciotte e Sancho Panza

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Ma non è fantastico che gli uomini non riescano a controllarla, questa cosa? Ovviamente mi dispiace per le vittime, però un po’ sono contento che finalmente stiamo capendo che non si può controllare nulla! La vita in fondo è questo, no? Non mi ricordo un panico del genere dai tempi dell’Austerity!”. Il caos da Coronavirus è ormai giunto alla fine della sua prima settimana, l’incertezza sulla ripresa della normalità e quindi anche dei nostri tanto amati concerti è ancora una costante ed è inevitabile che, quando lo raggiungo al telefono nel primo pomeriggio, le prime battute che ci scambiamo siano dedicate alla particolare situazione che stiamo vivendo. E se è vero che, come tutti i grandi narratori delle pestilenze del passato, da Tucidide a Manzoni, passando per Boccaccio e per il meno conosciuto Procopio di Cesarea, le condizioni estreme rivelano ciò che ogni uomo, nel suo piccolo, è e desidera veramente, allora anche questo nuovo disco di Paolo Benvegnù può configurarsi come una sorta di profezia dell’umano che verrà. Dell’odio dell’innocenza è il sesto capitolo della discografia solista dell’ex Scisma ma, come ci ha tenuto a precisare lui stesso, di fatto si tratta di un unico percorso, portato avanti senza soluzione di continuità nel corso del tempo. Arrivato a tre anni da H3+, che chiudeva un’ideale trilogia iniziata con Hermann (2011) e proseguita con Earth Hotel (2014), questo nuovo lavoro prosegue quella ricerca incessante del bello e del vero che l’artista milanese, da tempo trapiantato in Umbria, porta avanti orgogliosamente, senza troppo preoccuparsi di quante persone riuscirà effettivamente a raggiungere. Un disco che, come tutti gli altri, chiede tempo per essere compreso e meditato. Un disco che parla ancora una volta di uomini, in bilico tra la commozione per i moti grandi dell’animo e la rabbia per le bassezze e le atrocità che riescono a commettere. E siccome non stiamo parlando di un artista comune, anche questa volta intervistarlo è stata un’esperienza arricchente. 

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