I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Ma non è fantastico che gli uomini non riescano a controllarla, questa cosa? Ovviamente mi dispiace per le vittime, però un po’ sono contento che finalmente stiamo capendo che non si può controllare nulla! La vita in fondo è questo, no? Non mi ricordo un panico del genere dai tempi dell’Austerity!”. Il caos da Coronavirus è ormai giunto alla fine della sua prima settimana, l’incertezza sulla ripresa della normalità e quindi anche dei nostri tanto amati concerti è ancora una costante ed è inevitabile che, quando lo raggiungo al telefono nel primo pomeriggio, le prime battute che ci scambiamo siano dedicate alla particolare situazione che stiamo vivendo. E se è vero che, come tutti i grandi narratori delle pestilenze del passato, da Tucidide a Manzoni, passando per Boccaccio e per il meno conosciuto Procopio di Cesarea, le condizioni estreme rivelano ciò che ogni uomo, nel suo piccolo, è e desidera veramente, allora anche questo nuovo disco di Paolo Benvegnù può configurarsi come una sorta di profezia dell’umano che verrà. Dell’odio dell’innocenza è il sesto capitolo della discografia solista dell’ex Scisma ma, come ci ha tenuto a precisare lui stesso, di fatto si tratta di un unico percorso, portato avanti senza soluzione di continuità nel corso del tempo. Arrivato a tre anni da H3+, che chiudeva un’ideale trilogia iniziata con Hermann (2011) e proseguita con Earth Hotel (2014), questo nuovo lavoro prosegue quella ricerca incessante del bello e del vero che l’artista milanese, da tempo trapiantato in Umbria, porta avanti orgogliosamente, senza troppo preoccuparsi di quante persone riuscirà effettivamente a raggiungere. Un disco che, come tutti gli altri, chiede tempo per essere compreso e meditato. Un disco che parla ancora una volta di uomini, in bilico tra la commozione per i moti grandi dell’animo e la rabbia per le bassezze e le atrocità che riescono a commettere. E siccome non stiamo parlando di un artista comune, anche questa volta intervistarlo è stata un’esperienza arricchente. 

Ti ripresenti come Paolo Benvegnù dopo qualche anno però non sei stato fermo, hai fatto un sacco di cose, dal tour con Marina Rei ai concerti con Marco Parente, al progetto de “I racconti delle nebbie” con Nicholas Ciuferri… è forse la prima volta che sei così impegnato tra un disco e l’altro…
Hai ragione e mi sto chiedendo come mai! Credo che sia perché innanzitutto io non sono bastevole, è un sospetto che ho sempre avuto e che ormai è una certezza (ride NDA)! Il fatto di riuscire a mescolarmi con tante alterità mi piace molto, tra l’altro portando una sorta di costanza verso le cose che si fanno. Sono costante, gioco per la squadra e questo mi piace tanto, mi ha molto arricchito. Specialmente le cose con Marina e con Marco, proprio perché sono progetti bizzarri, fatti solo da due persone, dove il silenzio è parte costante dell’espressione: sei in due per cui non è che puoi tanto riempire lo spazio fisico e quello acustico, bisogna lavorare molto sulle pause. “Racconti delle nebbie” è bello perché sembra rinnovare un po’ l’epoca del focolare: c’è uno che racconta delle storie e io, Riccardo Tesio e Nicola Cappelletti, che si sono aggiunti di recente, cerchiamo di arricchirle con delle suggestioni armoniche. E poi mi ha fatto bene anche staccarmi per un po’ dalla forma canzone.  

Ho visto lo spettacolo con Marina Rei ma gli altri due purtroppo me li sono persi…
Ci saranno senza dubbio altre occasioni: quando finirò i concerti coi Benvegnù faremo ancora delle cose assieme, sia con Marco che con Nicholas. Ovviamente avrai altri concerti più belli da vedere in giro ma poniamo caso che ti dia 72 euro, magari riesco a convincerti (Risate NDA)! Ma poi ne vale la pena per loro, mica per me! Sono meravigliosi, quante cose imparo ogni volta!

Parliamo del disco. Da dove è saltata fuori questa idea del “manoscritto ritrovato”, in stile Manzoni o Cervantes…
(Ride NDA) Nasce tutto dal fatto che, arrivato a questa età ormai veneranda, non riesco più a capire che cosa sia la realtà. Quando sei giovane, con tutta l’energia e il furore, la realtà la riesci a vivere tutta e normalmente ne vivi una per volta. Io invece ne vivo ormai talmente tante contemporaneamente che non so più quali sono quelle immaginarie e quelle che noi uomini possiamo definire come reali. Per cui davvero, io sono convinto che la sera del 30 ottobre, dopo un concerto che ho fatto con Marco, ho riportato a casa gli strumenti e ho trovato questa busta. Che davvero ho sentito questi pezzi e ho chiesto ai miei compagni se andava loro di suonarli per farci un disco. Dall’altra parte, c’è anche un’altra realtà che mi suggerisce che magari questi pezzi li ho scritti io, però non sono sicuro…

È un po’ strana, come cosa…
Credimi, so che sembro bizzarro e bislacco, non voglio rinfocolare chissà quale mistero dietro ad un disco che è invece molto semplice. Ma è proprio che a me sembra di aver vissuto tutte e due le cose: la versione in cui io ho scritto spasmodicamente questi pezzi e quella dove invece questi pezzi c’erano già e io li ho solo tirati fuori con i miei compagni. Tra l’altro il disco stesso è così: parla di realtà immaginarie che sono sicuro di aver vissuto e di vivere. Dio mio, quanto mi è diventato difficile essere semplice, basato sul bianco e sul nero! Ormai ho dentro di me troppi colori, screziature…

Però poi la copertina l’hai fatta in bianco e nero: ed è la prima volta che succede, in un tuo disco…
Esatto! Devo dire che non l’ho calcolata, è uscita fuori così. Tra l’altro ci sono anche io in copertina, e sai bene che il mio aspetto fisico non ha certo a che vedere con me, io mi sento altro… perciò siccome c’era questa idea di basarsi su molteplici realtà, anche la copertina la vedo come qualcosa di irreale.

Il disco si dipana sulla dicotomia tra odio e innocenza. Che sono due concetti interessanti, per niente semplici da definire. Per fare solo un esempio: tu ad un certo punto parli di “egoismo dei bambini”, che è un’espressione su cui io sono assolutamente d’accordo; però poi l’innocenza, nella mentalità comune, viene associata proprio ai bambini. Quindi insomma, mi pare che sia un’opposizione non proprio lineare…
Da quando sono diventato padre e ho dunque a che fare con un essere in formazione, mi è capitato di riflettere su quanto l’innocenza di cui parliamo sia un’innocenza disegnata da noi. L’innocenza che invece ritrovo nella piccola infante che ha purtroppo per lei la sventura di avere a che fare con me come padre (risate NDA) è invece più legata all’ira, è pura, non è quella dell’amore che si dà senza volere nulla in cambio. Questo è un tipo di purezza che noi quando diventiamo adulti non esploriamo più e mi sembrava interessante parlarne. Cosa ci raccontiamo, quando facciamo la letteratura di noi stessi parlando di innocenza e di odio? Quanto puri siamo noi per poter valutare questi concetti secondo dei valori assoluti? Perciò hai parlato bene di dicotomia. Dall’altra parte, l’idea di questo disco è di entrare al centro delle cose, per cui l’amore, ad esempio, potremmo definirlo anche malato, visto che è cecità; laddove invece l’innocenza, la purezza del giglio, è un’innocenza legata alla sopravvivenza, perciò è crudele.

Ci sono alcuni brani che richiamano un po’ quella dimensione epica che c’era anche in “Hermann” ma in generale c’è molta più rabbia del solito. Ho letto che in alcune interviste ti hanno fatto notare che si tratta di un disco politico. Io non la vedrei in questi termini però è vero che sei molto più arrabbiato rispetto ai tuoi precedenti lavori.
Sì, è verissimo. Io la vedo più come indignazione, come delusione, soprattutto. Sono profondamente deluso dagli esseri umani (anche da me stesso, eh! Mi prendo tutte le mie responsabilità!), dall’impossibilità della comprensione. Siamo così fintamente postmoderni, siamo così antichi nel porci verso le cose, così distruttivi, così privi del senso del pudore (che non significa essere bigotti ma vergognarsi quando si fanno delle stupidaggini orrende, una cosa molto semplice)! Da questo punto di vista mi sento un narratore di mondi antichi perché sono antico io stesso, sono un fantasma in un mondo di fantasmi. Non è che ho un desiderio di sparizione ma sono convinto del fatto che ci siamo persi quello che il mondo vegetale ha e probabilmente anche il mondo minerale, seppure quello non lo conosciamo bene. Parlo del pudore del silenzio, dell’attesa, del senso esatto di quello che potremmo essere.

Spiegati meglio.
Gli esseri umani per me sono come delle cellule e così dovrebbero muoversi. Le cellule si formano e si uniscono per formare una nuova cellula a cui dare informazioni di sopravvivenza. Invece noi pensiamo a noi stessi sempre e solo come degli eroi ma soprattutto come a degli appartenenti ad una enclave di comodo. Dovremmo smetterla di pensarci così, dovremmo ricominciare a pensarci come fanno le piante, in termini molto più naturali, più semplici.

Probabilmente questa cosa che denunci è stata molto amplificata dal mondo dei Social. È come se la rivoluzione digitale degli ultimi anni avesse gonfiato a dismisura l’ego di ciascun essere umano, per cui ci si prende molto più sul serio ma ci si concepisce anche da soli, c’è un egoismo molto più diffuso di prima.
Per certi versi la mia indignazione ha a che fare con la letteratura che ognuno di noi fa di se stesso. Questo ti fa perdere la presa sulle cose importanti, che per me sono le cose semplici. Ti faccio un esempio: io e te in questo momento ci stiamo ascoltando tramite il telefono ma anche tramite le orecchie. Sapresti spiegare qual è il meccanismo fisico per cui tu prendi delle vibrazioni sonore, le decodifichi, le comprendi e in base a questo sviluppiamo un dialogo? Io certamente no! Per me gli uomini funzionano sempre per avamposti ma questo vuol dire che sistematicamente c’è una parte di territorio che non guardi più. Allora in questo momento storico, riappropriarsi di ciò che abbiamo dimenticato, di ciò che non vediamo, rappresenta una maniera per fare resistenza.

C’è un pezzo nel disco, che è anche uno di quelli che mi ha colpito di più, “Animali di superficie”, che sintetizza appieno quello che hai appena detto, molto più di “Pietre”, che è forse il brano più caustico. Tra l’altro, sentendola in questi giorni, con tutto quello che sta succedendo, mi è parso che illustri perfettamente la situazione, no?
Sì, è vero (ride NDA)!

Anche dal punto di vista musicale è molto bella, hai trovato questa via molto sintetica al ritornello, lo trovo un pezzo immediato, credo che dal vivo funzionerà bene…
La stiamo suonando proprio in questi giorni e ci stiamo divertendo. È un pezzo che ha una sua forza evocativa, è semplice da fare perché non ha grandi concettualità dal punto di vista armonico. Mi piace anche questo, che coi ragazzi con cui suono siamo riusciti a trovare una sintesi diversa, rispetto a qualche tempo fa. Siamo diventati meno cervellotici e stiamo utilizzando maggiore semplicità.

In effetti è un disco molto più lineare. In realtà lo era anche il precedente, però era una semplicità ancora legata al tuo vecchio standard. Questo è nel complesso più scarno: c’è la tua impronta classica in almeno la metà dei brani però ci sono anche delle cose leggermente diverse dal solito, che suonano più “leggere”, per così dire. In particolare gli ultimi due pezzi, che sono anche tra i più interessanti. Non so come la vedi tu…
Sono tutti brani semplici. Sono canzoni che fanno le canzoni e il testo è importantissimo, molto di più della veste sonora, che magari in precedenza curavo di più, cercando di trovare una forma più originale. L’idea invece è di far fare alle canzoni quello che devono fare, cioè dire delle cose. L’ultimo pezzo, ad esempio, “Infinitoalessandrodifiori”, l’ho scritto in fretta e l’ho registrato subito dopo. È una cosa che ho scritto alle 22.35 e alle 22.45 l’ho registrata, mi è piaciuta molto questa spontaneità.

Hai registrato una versione demo o era già quella che sentiamo sul disco?
È proprio quella. Mi piaceva chiudere con una descrizione dell’indefinito, utilizzando però il paradosso di un amore assoluto. Sai, quando si chiede a una persona: “Dimmi che sono anch’io nel tuo inferno”, quale tipo di amore è così intenso da voler condividere la mostruosità l’uno verso l’altro? In più, la cosa divertente è che ho semplicemente messo un microfono nella stanza dove faccio le cose e l’ho registrata immediatamente, che è una cosa che non avevo mai fatto.

E tra parentesi, è forse uno dei pezzi più belli che tu abbia mai scritto…
A me piace proprio perché in primis non c’è alcuna mediazione e poi mi sembra di aver chiamato l’amore col suo vero nome, vale a dire intriso di cecità, di egoismo, di volontà assoluta di appartenenza; tutte le cause di cui parlavo nei dischi precedenti, ovvero la grande paura, la grande fuga, il “siamo qui ma non sappiamo per quale motivo per cui dobbiamo inventarci delle motivazioni” ecc. qui diventa proprio appartenenza cieca e stolida. Io non sono più in quella dimensione lì però mi è piaciuto che essendone uscito, abbia potuto scriverne con pertinenza.

Magari stiamo dicendo la stessa cosa con parole diverse però quello che tu descrivi nel pezzo, più che egoismo mi pare condivisione. Oggi noi assistiamo ad un amore molto esibito: la tendenza è usare l’altro come un prolungamento di sé, come un riverbero della propria persona. Invece dire: “Sono anch’io nel tuo inferno” vuol dire che condividiamo un progetto, che le tue scelte sono le mie scelte. Ecco, a me pare che questa posizione, nell’egoismo di massa di cui si parlava prima, si sia persa. Chi ama più così oggi? In questo senso, il tuo mi sembra un brano controcorrente…
Ma sì, sono d’accordo. Per questo è un brano che da una parte può essere antico, un afflato di antichità quasi animale, per certi versi, dall’altra parte però è uno stordimento cieco. Io personalmente non amo più per appartenenza o per fare appartenere qualcosa, mentre invece sono certo che questo sia un valore che abbiamo perso. Per arrivare ad un altro stadio bisogna passare da lì e se non passi da lì non avrai mai amato. Ma anche se non passi dall’ira, o dalla volontà di condividere la mostruosità dell’altro. Non stai amando, se non fai questo, stai solo avendo uno sguardo estetico sull’amore.

Mi interesserebbe parlare anche della tua prova vocale: in “Non torneremo più”, ad esempio, verso la fine prendi una nota altissima…
Ah sì, Massimo Ranieri! Ne sono molto orgoglioso (ride NDA)!

Ecco, c’è questa cosa qui, poi c’è il primo pezzo, che ricorda un po’ certe cose di Fossati. Hai avuto la precisa volontà di riprendere certi stilemi del passato, a cui come tradizione siamo molto legati oppure è venuto fuori in modo meno ragionato?
È stato tutto casuale. “La nostra vita innocente” è un brano dove sicuramente c’è di mezzo la lezione di Fossati, sarei stupido se lo negassi. E questo pur non essendo proprio un frequentatore usuale del suo repertorio, anche se quello che ho sentito mi piace molto. Proprio per questo mi ha fatto specie che mi venisse naturale scrivere e cantare un pezzo così. Per quanto riguarda invece “Non torneremo più”, è il vero contraltare della prima. Infatti si ripete il verso “Lontano dal mondo, lontano da qui” e quando faccio Massimo Ranieri è proprio una ripresa della parte finale de La nostra vita innocente”. Mi viene da pensare che sia un tipo di purezza che per me è sempre molto difficile, sia come scrittura, sia come interpretazione vocale. Cerco sempre di temperare, di non dare punti di riferimento a me stesso. In questo caso invece mi sono lasciato andare e sono uscite cose di me stesso bambino. Quella di cui parlavi è “Rose rosse per te” di Ranieri, mi è venuta naturale e l’ho tenuta. Una volta non l’avrei mai fatto ma non per lassismo, semplicemente per attenzione e sincerità (ride NDA). Pensa che parola assurda, “Sincerità”: dopo che l’ha usata Arisa a Sanremo non si può più usare! Come anche “Essenziale”: dopo Mengoni io non la uso più, non è giusto usarla (risate NDA)!

Un altro elemento inusuale di questo album è che, a parte il solito Luca Baldini al basso, hai lavorato con musicisti totalmente nuovi…
Anche questo è stato casuale. Per prima cosa adesso abito a Perugia, per cui sono parecchio lontano dagli altri Benvegnù. Però poi è successa anche una cosa molto interessante, a proposito del fatto di non controllare nulla: durante il tour con Marco Parente ero in autostrada ed ho incrociato la ruota di un camion che mi ha sfasciato la macchina. Ovviamente non avevo né soldi per metterla a posto né un perito che mi desse del denaro per metterla a posto. Di fatto, da lì in avanti sono andato a piedi, per cui è stato proprio un disco a chilometri zero. Però ho avuto la grande fortuna di incontrare Gabriele Berioli, che lavora in una scuola di musica vicino a casa mia e che per me adesso è una persona davvero preziosissima. Ci siamo messi a suonare insieme con grande facilità, prima di fare il disco. In seguito, visto che ero proprio a chilometri zero, l’idea è stata quella di coinvolgere lui per primo. Tutte le mattine andavo da lui in treno, facendo oltretutto quattro chilometri a piedi per arrivare in stazione. Ed è nato così. È tutta un po’ una cosa nuova, Gabriele è stato fondamentale, questo disco è molto più suo che mio. Poi c’è Daniele Berioli, che è suo cugino, un ragazzo giovane, mentre Saverio (Zacchei NDA) suona con me e Roccia (Luca Baldini NDA) nell’Orchestra multietnica di Arezzo.

Diciamo che è stata una cosa molto naturale.
Le cose succedono perché devono succedere, è evidente anche che con gli altri Benvegnù probabilmente c’è stato un periodo in cui io non sono stato così bravo a coinvolgerli ed è subentrata un po’ di stanchezza. In questo caso invece c’è grande entusiasmo da parte di tutti e quando è così va bene. La vita è fatta per essere felici, no? E io con queste persone ho trovato felicità, quindi sono molto contento!

Saranno con te anche dal vivo?
Per loro disgrazia, sì! Ho cercato disperatamente di fare in modo che si salvassero, invece hanno voluto venire con me anche in tour (risate NDA)! Vedrai, sono delle persone meravigliose, anche se avere a che fare con un uomo orrendo come me non potrà che peggiorarli (risate NDA)! Però ho detto loro: “Sporcatevi le mani, la vita è fatta anche per sporcarsi le mani!”

Questo per te potrebbe dunque essere una sorta di spartiacque? Nel senso che probabilmente sul palco vedremo cose diverse?
Penso di sì. Lo è sicuramente dal punto di vista dell’approccio. In questo gruppo di persone non c’è nessuno che si aspetta niente. È una cosa importante, non aspettarsi niente. È una cosa fondamentale in questo momento storico perché suonare, per come lo intendiamo noi, in questo particolare momento è volere fare qualcosa di importante per gli altri buttando dei ciottoli in un ruscello. Non puoi aspettarti che qualcuno riconosca la tua maestria di buttare dei ciottoli in un ruscello, no? Ecco, noi abbiamo questo approccio, cioè di non avere nessun’altra aspettativa che di essere felici, di vivere questo miracolo che è la vita, che è ancora più bella quando pensi che puoi suonare, oltre a fare tutte le altre cose. In questo senso sì, può essere davvero uno spartiacque.

La mia impressione è che si sia un po’ allargato, soprattutto in Italia, il gap tra quegli artisti che fanno grandissimi numeri e tutto quel calderone di realtà medio piccole che bene o male vivacchiano sempre nella stessa posizione, senza molte possibilità di crescere. Che poi però anche i nomi grossi, ultimamente non è che facciano così tanti concerti: si punta più ad una decina di date sold out in posti grandi, piuttosto che un tour de force di città in città…
Ma sì, ad un certo punto quella cosa lì diventa intrattenimento, sei come I Camaleonti del momento, come i Pooh. Peraltro io auguro ai ragazzi dei Thegiornalisti o a Paradiso di essere i Pooh ancora per tantissimo tempo, è un augurio positivo, ammesso che poi sia positivo essere come i Pooh (risate NDA)! Però appunto, loro sono un’altra cosa. Per me esiste l’intrattenimento, che può anche essere bello, per carità, e poi c’è la ricerca. E se tu fai ricerca non puoi aspettarti nulla, non puoi aspettarti che gli altri parlino di te come se fossi un supereroe o che tu venga riconosciuto come uno che ha delle intuizioni. L’unica cosa che ti devi aspettare è di continuare ad avere sempre voglia di portare avanti questa ricerca. È questa la cosa importante, soprattutto in Italia, perché questo è un paese dove man mano che si va avanti le situazioni sono sempre più conclamate: c’è il calcio, c’è il mondo che la maggior parte delle persone agogna (e dico “persona” apposta perché “persona” vuol dire “maschera”) e poi c’è il mondo degli esseri umani. E gli esseri umani in Italia sono pochi (ride NDA) quindi è ovvio che sia un piccolo dialogo di resistenza. Ma è una resistenza che, andando a mutuare Pasolini, è davvero preziosissima. Quello che è successo nel ventennio fascista, quello che è successo in generale nel ‘900, ha seguito una dinamica per cui era chiaro chi fosse il cattivo e chi il buono. Adesso invece è molto più mescolato, perciò i resistenti non hanno un nemico a cui rivolgersi ma riescono a capire chi è un custode e chi è un aguzzino. E gli italiani (penso di potermi permettere di dirlo) essendo un popolo di perversi masochisti, amano più gli aguzzini che i custodi (ride NDA)!

Hai anticipato una domanda che volevo farti: questo è il tuo sesto disco…
Davvero? Ah sì, giusto (risate NDA)!

Gettando uno sguardo retrospettivo alla tua carriera, c’è qualche lavoro specifico che ricordi in modo particolare, che ha segnato un passo più importante di un altro, oppure sono tutti tasselli di questo percorso di ricerca di cui parlavi, che andrà avanti fino a quando continuerai a fare musica?
Penso che, nella fallibilità assoluta che mi permea e che permea ogni essere umano di sesso maschile, (diciamoci la verità!) io stia facendo un disco molto lungo che consta di tanti dischi. E questo, mi verrebbe da dire, comincia da “Armstrong” degli Scisma, perché all’epoca già ero da quelle parti lì. Sai, Fellini diceva che bene o male si fa sempre lo stesso film e non riesco a dargli torto. Io scrivo e faccio ricerca insieme alle persone che vogliono farla insieme a me, per capire degli aspetti della mia vita, della vita degli altri, per potere trasmettere le informazioni di cui parlavo prima, questo ormai l’ho capito. E quindi è una cosa che si spegnerà nel momento in cui mi spegnerò, non so quanto sarà ma sono abbastanza convinto che nel postumo quello che faccio verrà apprezzato. Diciamo che io punto sul postumo (risate NDA)! Ma poi non è vero, sono certo che anche lì non ci sarà nessuna possibilità (risate NDA)! Comunque quello che volevo dire è che è bellissimo poter pensare ancora una volta di essere Sancho Panza e don Chisciotte. Non uno dei due soltanto ma proprio l’unità tra di loro. Io sono convinto che chi fa ricerca debba avere questa irrealtà alla base e questa percezione amplificata che non fa vedere la realtà come tutti gli altri. Tutto quello che ho fatto con la mia vita ha dunque a che vedere con questo: una grande lotta contro i mulini a vento.

Che poi, a leggere bene il romanzo, don Chisciotte è un personaggio splendido. Cioè, è vero che è pazzo, che la realtà che vede lui non esiste, però è un uomo capace di un grande slancio di generosità, che è curioso della gente che incontra, che ama gli amici, che ragiona con un metro nobile, ideale…
Ha una grande giustezza ed è assolutamente razionale. Per certi versi lo accomuno al capitano Achab di Melville: da una parte c’è la stessa inflessibilità, però dall’altra c’è il senso del tragico estremo, di vivere la vita fino all’ultima stilla. Ma soprattutto, e per me è la cosa più importante, in questi due personaggi c’è la presenza del magico. Togliamo il magico agli uomini, diventiamo ancora più razionali, spogliamo l’estetica dall’etica e vediamo dove arriviamo. Penso di poter dire che siamo già su questa strada ed è uno scempio. Se estrai il magico ed il mistero dagli esseri umani hai perso tutto, l’uomo diventa come le automobili che ci vendono.