I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Il ritorno di Lucio Leoni è una bella notizia, soprattutto per coloro che trovano l’attuale scena italiana un po’ troppo affollata di proposte ripetitive. L’artista romano ha sin dall’inizio della sua carriera solista, cinque anni fa, dimostrato di avere parecchie frecce al proprio arco. In bilico tra vocazione teatrale (i suoi studi nel campo dello spettacolo e i suoi trascorsi amatoriali in questo settore non mentono) e suggestioni musicali che vanno dall’Hip Pop all’Elettronica, ha saputo muoversi con disinvoltura su vari terreni, producendo canzoni che avevano sia la potenza di una vera band, sia l’impianto narrativo e tematico di uno storyteller navigato. È uno che non dice banalità, Lucio. Lo ha dimostrato potentemente col precedente Il lupo cattivo, dove giocava a decostruire e a reinventare gli archetipi della fiaba, senza per questo perdere la via dell’immediatezza, sia linguistica che melodica.
Dove sei pt. 1, il suo terzo disco, alza notevolmente l’asticella, migliorando nel songwriting, incorporando influenze cantautorali che in parte mancavano e coinvolgendo ospiti prestigiosi, il tutto senza rinunciare all’intelligenza e all’acume delle riflessioni.
Insomma, di carne al fuoco ce n’è parecchia, l’ideale per un periodo storico in cui, più che essere tranquillizzati, abbiamo bisogno di essere continuamente stimolati e provocati. Abbiamo chiamato Lucio al telefono e ci siamo fatti raccontare un bel po’ di cose…

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