I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Il ritorno di Lucio Leoni è una bella notizia, soprattutto per coloro che trovano l’attuale scena italiana un po’ troppo affollata di proposte ripetitive. L’artista romano ha sin dall’inizio della sua carriera solista, cinque anni fa, dimostrato di avere parecchie frecce al proprio arco. In bilico tra vocazione teatrale (i suoi studi nel campo dello spettacolo e i suoi trascorsi amatoriali in questo settore non mentono) e suggestioni musicali che vanno dall’Hip Pop all’Elettronica, ha saputo muoversi con disinvoltura su vari terreni, producendo canzoni che avevano sia la potenza di una vera band, sia l’impianto narrativo e tematico di uno storyteller navigato. È uno che non dice banalità, Lucio. Lo ha dimostrato potentemente col precedente Il lupo cattivo, dove giocava a decostruire e a reinventare gli archetipi della fiaba, senza per questo perdere la via dell’immediatezza, sia linguistica che melodica.
Dove sei pt. 1, il suo terzo disco, alza notevolmente l’asticella, migliorando nel songwriting, incorporando influenze cantautorali che in parte mancavano e coinvolgendo ospiti prestigiosi, il tutto senza rinunciare all’intelligenza e all’acume delle riflessioni.
Insomma, di carne al fuoco ce n’è parecchia, l’ideale per un periodo storico in cui, più che essere tranquillizzati, abbiamo bisogno di essere continuamente stimolati e provocati. Abbiamo chiamato Lucio al telefono e ci siamo fatti raccontare un bel po’ di cose…

Complimenti per il disco. Credo sia il tuo miglior lavoro, rappresenta un passo avanti notevole rispetto al precedente, che pure era già molto riuscito. Lo trovo molto vario, nel senso che sei rimasto fedele alla tua matrice originaria ma, allo stesso tempo, hai esplorato molti più generi del solito; e questo, senza perdere un briciolo di coerenza perché questo è un lavoro allo stesso tempo molto omogeneo…
Intanto grazie. Mi sembra un’analisi molto lucida e molto bella, mi fa molto piacere! Sicuramente c’è stato un lavoro molto più profondo a livello di scrittura, ad esempio mi è capitato di operare sui testi a più mandate mentre in precedenza facevo tutto in una volta, seguivo molto l’ispirazione e non ci tornavo mai sopra; stavolta invece ho fatto un lavoro di rifinitura importante. Credo che poi l’omogeneità di cui parli sia data dalla parola, che per quanto mi riguarda è abbastanza preponderante (ride NDA)! E poi c’è un lavoro straordinario dei musicisti, che sono riusciti a creare un immaginario a partire da una serie di input di ascolto che ci siamo dati nel corso degli ultimi due anni. Hanno fatto un lavoro di atmosfere molto bello che regge quel discorso di ricerca di strade diverse che anche tu hai notato.

Come scrivi di solito? Come interagisci con loro normalmente?
Di base ho una parte molto istintiva, piuttosto legata ad un discorso di flusso di coscienza, che è mia di abitudine, non me lo sono mai prefissato, faccio così anche nella quotidianità. Non è però detto che tutto quello che scrivo si tramuti in una canzone, perché non è detto che vi trovi una metrica adatta. Però, in ogni caso, ci ripasso sempre sopra, lo rivedo. A volte può invece essere una cosa accennata con la chitarra, che propongo loro e che mi aiuta a trovare delle idee melodiche. Oppure è un testo, tipo monologo teatrale, che porto in sala e allora si lavora di improvvisazione libera (avendo dei musicisti stellari, posso farlo!) e poi, piano piano, si identificano delle cellule e da lì si sviluppa un discorso più razionale.

L’aspetto teatrale peraltro è molto presente nella tua musica, lo si vede anche da vivo. Eppure in questo disco mi pare che tu abbia fatto un passo maggiore verso il cantautorato: pezzi come Dedica, Le mongolfiere, Treno vanno molto in questa direzione…
Da una parte credo dipenda anche da una ricerca di una spendibilità maggiore: voglio dire, sto per arrivare ai 40 anni e se riesco a vendere qualche disco in più mi fa piacere (ride NDA)! Dall’altra, è un lavoro di risposta rispetto a tutta una serie di feedback che ho ricevuto, specie nelle recensioni, dove si puntava spesso il dito, con intelligenza, su una serie di errori formali che facevo per cui non riuscivo a far passare perfettamente quello che avevo in testa. Di conseguenza, ho provato a lavorare su quelli che ho individuato essere i miei punti deboli. E così sono approdato ad una forma canzone direi più classica, parlando dei brani che hai citato.

La prima traccia, Il fraintendimento di John Cage, può essere considerata una sorta di manifesto di questo lavoro. Al di là della bellezza della base ritmica, il testo rappresenta un po’ la cifra del disco: se ho colto bene, è come se tu dicessi che la vita non è immediata, che nulla è mai così scontato e unilateralmente interpretabile e che quindi bisognerebbe un po’ superare i luoghi comuni che abbiamo riguardo a certi fenomeni…
Direi che hai centrato il punto. Sia dal punto di vista del testo, che fa domande e ti mette di fronte a strade da scegliere oppure che hai già scelto, oppure no, ma anche dal punto di vista musicale: è avvenuto qualcosa di magico in qualche momento della lavorazione perché è un pezzo che costruisce un’atmosfera di cui sono molto orgoglioso perché non è così scontato che succeda sempre.

Anche Il sorpasso si muove un po’ su questo stile, musicalmente parlando. Qui esplori un po’ il mondo del Rap ed è molto Old School, a me per esempio ha ricordato certe cose di Nitro, il tiro è più o meno quello. E hai fatto anche un featuring con C.U.B.A. Cabbal, quindi…
Sì, diciamo che sono andato a prendere un pezzo di storia (ride NDA)! È un brano che nasce da una session di studio tutta mia, ho identificato un sample che mi piaceva molto e da lì ho costruito tutto il layering, dopodiché i musicisti hanno elaborato il resto. Per età e per formazione sono ovviamente innamorato di quella scena Rap che oggi identifichiamo come “Old School” per cui quando poi porto la parola su quei mondi, risento ovviamente di certe influenze. E la stessa cosa per il featuring: avevo bisogno di un personaggio di spessore, di uno che avesse delle rime molto taglienti ma anche un approccio importante al microfono. C.U.B.A. è uno che il microfono se lo mangia, per cui ho pensato subito a lui e il fatto che abbia accettato è stato davvero molto emozionante.

Vi conoscevate già?
No, è stata una di quelle telefonate che ho fatto da sconosciuto a un mito dell’adolescenza, avevo le gambe che tremavano!

Hai fatto due video molto diversi, per le canzoni che abbiamo appena citato: molto eterogenei e anche piuttosto difficili da decifrare…
Guarda, lì dovresti farti due chiacchiere con quello che io chiamo il mio “team creativo di riferimento” che poi sono Livia Massaccesi e Giulia Natalia Comito, due ragazze incredibili. Giulia è una fotografa e una regista, mentre Livia è quella che si occupa di tutto l’immaginario grafico ed illustrativo legato al disco. In realtà il lavoro per me è molto semplice, nel senso che faccio loro ascoltare la canzone e poi c’è tutto un lavoro di elaborazione al quale però il 90% delle volte rispondo: “Mi sembra un’idea bellissima!” (Risate NDA) Non è che prenda parte alla realizzazione, dunque: nel momento in cui hai qualcuno che traduce in immagini un lavoro che tu hai immaginato solo in versione audio, stai ricevendo un elemento in più che poi ti permetterà di capire qualcosa in meglio (o in peggio) su quello che hai fatto. Più che un’estensione del mio lavoro, la vivo come un’estensione del lavoro artistico in assoluto, mi piace affidarlo ad altri, così come capita con la post produzione del disco, che vuol dire avere risposte da orecchie diverse.

Nel senso che il video, in un certo senso, è un’interpretazione particolare di quel dato pezzo…
Esatto. Per cui se io mi mettessi in mezzo al suo processo di lavorazione, darei probabilmente un’altra interpretazione ma sarebbe sempre mia, quindi avrebbe poco senso…

Riguardo al titolo, la domanda che mi verrebbe è: “Chi stai cercando”? (Risate NDA) Te lo chiedo anche perché vedo che c’è sempre un interlocutore, in queste canzoni ma non è così immediato capire chi sia…
Non cerco me, cerco un “noi”, per così dire. Per questo c’è sempre un dialogo, c’è sempre un interlocutore, sono al centro di un rapporto che potrebbe essere definito “universale”: non ti parlo solo dei cazzi miei ma anche dei cazzi nostri, intesi come quelli di una comunità. Il grande filo rosso che c’è è un po’ la valutazione dei riti di passaggio, del processo del diventare adulti. Sono alla soglia dei 40 anni e ad un certo punto arriva un momento in cui fai due conti, un momento di bilanci. Come il Capodanno, no? È un momento di festa ma ad un certo punto ti prende l’ansia perché ti metti a pensare all’anno appena andato e dici: “Oddio!” (ride NDA) L’idea è quella di interrogarci su chi siamo in un momento così particolare della nostra vita. Siamo una generazione strana: ci era stato promesso tutto, poi ci è crollato il muro di Berlino in faccia, poi le Torri gemelle, poi la crisi del 2008, adesso la pandemia… ne abbiamo viste di cotte e di crude, insomma! Per cui fermarci un po’ sul “E mo che famo?” (ride NDA) mi sembrava più che appropriato…

È una domanda del cazzo, perdonami, ma devo fartela per forza: la dicitura “pt 1” vuol dire che ci sarà una parte 2?
(Ride NDA) Sì, ci sarà una parte due ed arriverà relativamente a breve, credo per l’autunno. È già scritta, nel senso che il disco è stato concepito come una cosa sola e poi è stato scisso.

Dici che farlo uscire tutto insieme sarebbe risultato troppo lungo?
Rientra nel discorso che ti facevo prima sull’alleggerire un po’ quello che propongo. Presentare un disco di 16 brani così verboso, così pieno di parola, avrebbe avuto un peso eccessivo, mi sembrava che fosse ideale dare un po’ più di tempo per l’elaborazione. Si sta anche molto parcellizzando l’ascolto in questo periodo, i dischi quasi non esistono più, escono in continuazione singoli… eppure una volta Bob Corn quasi una decina di anni fa mi ha detto: “Guarda che un disco è finito quando hai finito le cose da dire, per cui se sono anche solo due canzoni va bene!”.

San Gennaro è un brano oggettivamente clamoroso. Hai trovato un equilibrio perfetto tra lo spoken word e la parte melodica, che funzionano entrambi veramente bene, e poi c’è questo testo che è davvero un piccolo capolavoro… mi interrogava il modo in cui ti sei accostato ad un argomento spinoso come quello della religione e della devozione ai santi in particolare. Voglio dire, usi delle immagini inusuali e può sembrare un pezzo dissacrante ma non lo è affatto…
Nasce dalla curiosità molto forte che ho sempre avuto (ma che credo sia propria dell’essere umano in quanto tale) di giustificare quello che non è alla tua portata, quello che non è tangibile, l’altro da te: qualcuno la chiama energia, qualcun altro spiritualità, altri Dio… ci sono varie forme per interpretare tutta una serie di segnali che ad un certo punto ci devono arrivare, altrimenti sarebbe assurdo tutto questo analizzare continuo. Leggendo un po’ in giro ho scoperto questo caso di San Gennaro, che è uno di quei santi dove non è che si crei l’evento che una volta nella vita ti fa il miracolo. No, quello lo fa tre volte l’anno (ride NDA)! E poi, quando e se richiesto, quindi in una situazione “extra ordinaria”, potrebbe tornare a farlo. Mi sembrava un personaggio interessante per analizzare la quotidianità di questo rapporto, per analizzare il bisogno che abbiamo di una relazione con ciò che è sganciato da noi. E soprattutto, mi interessava allargare il discorso, nel senso di provare a guardare sopra di noi, invece di continuare a stare coi piedi per terra, sempre produttivi, senza farsi domande. Perché se questa roba un senso ce l’ha… poi sai, io sono agnostico però proprio per questo mi interessa.

Ma come ti è venuta l’idea di tu e San Gennaro che comprate il fumo e andate in giro in macchina come due vecchi amici?
Non ne ho la minima idea (risate NDA)! Non riesco a ricordarlo, giuro! (Risate NDA)! Alla fine credo sia un modo per avvicinare una dimensione che altrimenti risulterebbe irraggiungibile: voglio dire, è un santo, sta là in alto ma alla fine è un amico tuo…

Ho visto che hai giocato un po’ con le citazioni: in Dedica hai inserito i Bluvertigo, in Mongolfiere Battiato…
Sono contento che tu le abbia colte entrambe!

Beh dai, erano tutte e due assolutamente esplicite…
Mah, guarda, sto facendo un po’ di interviste e mi sembrava assurdo che ancora nessuno se ne fosse accorto (risate NDA)…

Siamo in un’epoca molto citazionista: sia nei titoli che nei richiami testuali si tende molto a fare dei rimandi. Nel tuo caso, non è un qualcosa che fai abitualmente, si capisce che le hai messe perché evidentemente hai giudicato che ci stessero nel contesto delle canzoni…
Nel caso dei Bluvertigo abbiamo rubato la frase melodica da un brano epocale (La crisi NDA) di una band che ho amato tantissimo, che mi ha proprio fatto svoltare, per una serie di motivi, quindi abbiamo voluto che il rimando fosse evidente. Abbiamo detto: “Lasciamola così, col testo se ne sarebbero accorti in sette, se teniamo proprio la frase melodica magari arriviamo a venti…” ma in realtà pare che manco così… (risate NDA) L’altra (Voglio vederti danzare NDA) invece mi è uscita spontaneamente mentre scrivevo, era perfetta e ho detto: “Perché no?”.

Ma in generale, che rapporto hai con la citazione? Non ti sembra che ci possano essere dei rischi, nell’abuso che se ne fa?
Bella domanda! Sai, essendo un grande ascoltatore di Rap e Hip Pop, è una roba che in qualche modo ho assorbito, è una formula molto usata in questi generi, non la avverto come una cosa pesante. Vero che c’è il rischio che si risolva in uno strumento da acchiappa like ma in generale non mi dà fastidio. Può rappresentare anche il tentativo di prendere un contenuto e riattualizzarlo, magari può servire a far conoscere cose vecchie alle nuove generazioni: nel mio caso, magari La crisi qualcuno se la va a cercare…

L’atomizzazione è un altro pezzo molto interessante, sia per l’utilizzo dei fiati ma soprattutto per il testo. È un brano che io accosto a Le interiora di Filippo, sul disco precedente, per il carattere meta narrativo e per il fatto che è un altro di quei momenti in cui si vede maggiormente che la tua scrittura è davvero molto sofisticata, che c’è proprio tanta parola. A me piace quando scrivi così e penso che sia una cosa bella e utile soprattutto in questi ultimi anni, dove c’è un po’ troppo la tendenza al comunicare facile, ad un’immediatezza che rischia di sconfinare nella banalizzazione. Quello che volevo chiederti è se, quando scrivi un brano così complesso, hai coscienza del fatto che queste cose che stai dicendo dovranno comunque arrivare ad altre persone…
È una bellissima domanda e sono sicuro che mi porterà a fare parecchie riflessioni per cui magari ti richiamo e ne riparliamo (risate NDA)! Così di getto, mi verrebbe da dire che questo tratto della mia scrittura si è manifestato per la prima volta in A me mi, sul primo disco, dove per la prima volta mi è uscito fuori questo flusso di parole velocissimo. Quella canzone ha avuto un discreto successo, tanto che per un certo periodo, soprattutto tra gli addetti ai lavori, sono stato “Quello che parla molto veloce” (ride NDA). Quello che mi piace di brani del genere, realizzati con una tecnica che col tempo ho imparato a padroneggiare, è che l’impatto emotivo vince sul significato globale. Una raffica di parole così veloce, che non ti dà tempo di posarti su ogni parola e su ogni ragionamento, probabilmente apre una porta all’ascoltatore, che poi torna indietro, mette play e verrà di nuovo investito da quella raffica; prima di riuscire a prendersi tutti i pezzi gli ci vorrà un po’, però intanto una porta si sarà aperta. Ecco, questo mi interessa molto: è un brano che in qualche modo rappresenta un “investimento” (nel senso di essere investiti, NDA) anche se non credo che esista come termine… come quando vai a vedere gli spettacoli di teatro contemporaneo, che non capisci un cazzo e poi magari ti metti a piangere! Non hai capito per quale motivo ma è il gesto, l’atto performativo che in quel momento ti ha aperto un canale. Poi ci puoi tornare sopra: te lo vai a rivedere ed entri in contatto col significato ma anche la forma da sola è in grado di comunicare…

Ecco, a questo punto mi sembra giusto parlare di Mi dai dei soldi: non so se l’ho capita davvero, appunto, però mi ha veramente travolto. È un pezzo che, per come l’ho inteso io, fa a pezzi un po’ tutto quel buonismo e quel politically correct oggi imperante e quindi, allo stesso tempo, dimostra che l’arte, quella vera, deve inquietare, provocare, non certo rassicurare… e oso anche dire che uscire con un primo singolo così sia anche una mossa parecchio coraggiosa!
Sì, non è molto radiofonica (Ride NDA)! Allora, per cominciare ti dico che quel testo non è mio ma di Andrea Cosentino, che è uno degli autori di teatro contemporaneo secondo me più interessanti che ci sono in giro ora. Ho la fortuna di averlo tra le mie amicizie e mi è successa la stessa cosa che è successa a te ascoltando il brano: due anni fa sono andato a vedere un suo spettacolo, “Kotekino riff” e alla fine ha tirato fuori questo monologo, intitolato “Pane ai circensi”, che mi ha fatto rimanere incollato alla sedia. Non riuscivo a capire quello che stava succedendo ma mi rendevo conto che era una roba di una potenza infinita. Dopo lo spettacolo sono andato da lui e gli ho detto: “Ti prego, dammi quel testo e facciamoci una roba insieme!” (Risate NDA) e lui incredibilmente mi ha detto di sì! E poi è anche un grande trombettista: la tromba che senti nel pezzo l’ha suonata lui…

A questo punto devo chiederti anche di Francesco Di Bella, che è il terzo ospite che hai coinvolto in questo disco e che non è certo un nome da poco… lo conoscevi già?
Sì, con lui siamo amici e visto che Dedica è il brano della mia produzione che più di tutti prova ad andare in una direzione Pop melodica, ho pensato che avrei avuto bisogno di un’apertura lirica importante; quando ho passato in rassegna le aperture liriche importanti su cui avrei potuto contare all’interno delle mie amicizie, ho pensato che uno dei timbri più belli che io abbia mai ascoltato è proprio quello di Francesco. E poi ha una cura nel come porta la voce, una dolcezza e una delicatezza che riesce anche qui, solo attraverso la forma, a comunicare un pezzo in più. Anche lui mi ha detto di sì, stranamente (ride NDA) e così l’abbiamo fatta: un onore, oltre che un’emozione.

Non ti faccio domande sui concerti, per ovvi motivi ma mi piacerebbe comunque avere una tua battuta veloce su questo periodo, rapportato alla situazione del settore musicale…
Guarda, io penso che in questo momento un’opportunità ce l’abbiamo. Più di una, anzi. Da una parte abbiamo l’opportunità di lavorare su forme diverse, perché l’idea di ripetere i concerti con altri mezzi e strumenti mi sembra un po’ una stronzata. Il concerto è fatto di quella roba là, quando si potrà di nuovo, riprenderemo i concerti, nel frattempo dobbiamo provare a fare qualcos’altro, con la A maiuscola. L’altra è l’opportunità che abbiamo di organizzarci, forse per la prima volta. È un momento in cui sono venute alla luce delle falle molto grosse che ci sono nel sistema dello spettacolo italiano in generale e a maggior ragione in quello musicale, che è uno dei meno organizzati di tutti. Sono però problemi che esistevano già, non li abbiamo certo adesso perché siamo fermi! Per cui, siccome in qualche modo dovremo ridisegnare le nostre prospettive future, questa è l’opportunità che abbiamo di sederci, di confrontarci un attimo, di collettivizzare il nostro mondo e mettere in piedi una struttura di tutela… non voglio dire per forza un sindacato, che magari sembrerebbe eccessivo, però in Germania e in Francia ci sono dei sistemi di tutela e noi siamo davvero indietro da questo punto di vista…

Mi fa piacere di sentirti ottimista…
Beh, un po’ sono preoccupato anch’io però, ripeto, secondo me la situazione è da sfruttare. Da questo punto di vista, tutta questa richiesta di assistenzialismo statale non è che mi faccia impazzire, anzi! Mi sembra un po’ falsa, visto che fino a tre giorni fa le istituzioni, non dico fossero disconosciute nelle nostre canzoni ma insomma… adesso, improvvisamente, abbiamo scoperto che lo stato non ci vede? Ragazzi, è una vita che lo stato non ci vede! Cerchiamo piuttosto di metterci a lavorare sul perché non ci veda e presentiamoci con delle proposte, soprattutto!