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In Between

Erik Palmberg – In Between (Naxos Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Questo disco, In Between, è stato registrato a Tullinge, un sobborgo di Stoccolma di ventimila anime a un passo dalle grandi foreste attorno alla capitale. All’interno di quest’opera avvertiamo il respiro ritemprante dei grandi spazi. Non credo, infatti, che possa considerarsi banale constatare che Natura e Musica, come del resto avviene in tutte le forme d’arte, si siano storicamente sempre confrontate e influenzate l’una con l’altra. In effetti la tromba di Erik Palmberg come la si ascolta in questo lavoro – seconda pubblicazione discografica del trombettista svedese – pur essendo per molti versi legata alla tradizione del  jazz occidentale, risente anche di una innegabile componente ambientale. Le timbriche e le ritmiche presenti nell’album non rescindono il cordone ombelicale con gli antichi maestri ma nel contempo mantengono un certo mood distaccato che permette ai musicisti di creare un pianeta tutto loro. L’impronta nordica viene quindi in parte caratterizzata da una certa ombra malinconica e da una velata sensazione di solitudine rimarcata da suoni cristallini e trasparenti, come spesso si avvertono nella musica degli artisti nord-europei. In effetti parte dei suoni di In Between – in Distant Signals ad esempio – sono stati ottenutiutilizzando una camera di risonanza in sala d’incisione, dove gli echi avvertibili sono naturali e non risentono quindi di una correzione digitale come normalmente avviene negli studi di registrazione. Le influenze sul modo di suonare di Palmberg sono scuramente molteplici ma le maggiori suggestioni percepibili provengono dall’Europa, da Kenny Wheeler – canadese di nascita ma attivo in Inghilterra fin dal 1952 – ma anche da Enrico Rava e Paolo Fresu, in questo secondo caso soprattutto  per gli interventi al flicorno. In realtà le relazioni di Palmberg sono eterogenee, riassumendo nelle sue note un lungo patrimonio culturale ereditato da molti trombettisti della storia del  jazz occidentale. Il profilo di Palmberg, come quindi si può capire, non è molto originale di per sé ma quel che conta è la musica creata dal suo gruppo che riesce a distinguersi, a trovare una propria strada per creare uno stile, quanto meno riconoscibile, all’interno del vasto panorama jazzistico attuale.

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Ariel Bart – In Between (Ropeadope Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nella “Tempesta” di Shakespeare Ariel è il nome di uno spirito dell’aria. Nella religione ebraica Ariel è invece un angelo. Comunque sia l’aria pare essere l’elemento portante di questa entità, sotto tutte le possibili forme in cui si trovi. Per suonare l’armonica a bocca di aria ne occorre tanta, come per qualsiasi strumento a fiato. Il respiro, ciò che ci mantiene in vita, scorre nello strumento animandolo, insufflando parte di quella vitalità che possediamo, dandoci forse qualcosa di più che un’illusione demiurgica. Cioè la consapevolezza di poter essere creatori, a nostra volta, di un’arte come la musica. Ariel Bart è una giovane armonicista israeliana appena ventitreenne che ha concluso però la sua formazione professionale a New York, a tu per tu con jazzisti importanti tra cui alcuni suoi maestri come Aaron Parks e Anat Cohen, per esempio, o partecipando all’incisione di un album del contrabbassista William Parker e di un altro del batterista Andrew Cyrille. Ariel Bart è poco più che uno spiritello gentile, quindi, ma che conosce i segreti dell’armonica cromatica quasi come fosse una navigata artista certamente più matura degli anni che dimostra di avere. A dir la verità conosco pochissime donne che suonino l’armonica, diatonica o cromatica che sia. Mi vengono in mente solo due nomi. Il primo si riferisce ad una figlia d’arte come Karen Mantler – sua madre è Carla Bley con la quale condivide, oltre il dna musicale, una evidente somiglianza fisica – e il secondo nome riguarda Annie Raines, però maggiormente orientata verso il blues.

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