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Jason Palmer

Cédric Hanriot – Time Is Color (Morphosis Arts, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ciascuno vive il proprio tempo come crede ma questa esperienza sinestesica che accoppia il trascorrere dei giorni con la percezione dei colori mi è veramente nuova. Non so in che misura questo titolo, Time is Color, possa essere considerato alla stregua di una boutade per regalare un nome singolare all’ultimo album di Cédric Hanriot. Il talentuoso ed immaginifico pianista francese, comunque, è giunto all’idea decisamente originale che il Tempo possa essere interpretato e vissuto soggettivamente anche come colore. Del resto piuttosto peculiare è pure il clima di questo lavoro, tutto giocato sulla sovrapposizione di strumenti acustici “classici” come il piano, il basso e la batteria da un lato e gli effetti elettronici dall’altro – l’impressione è quella di percepire più strumenti di quanti effettivamente non ve ne siano, al netto di eventuali sovraincisioni – e con la presenza della voce, qua e là, del rapper Days. Hanriot viene da lontano, anche se i suoi lavori da titolare e co-titolare si possono contare sulle dita d’una mano. Ha partecipato a numerose, importanti collaborazioni, non solo con quei musicisti coinvolti nei suoi dischi – ad esempio Terri Lyne Carrington e John Patitucci in French Stories del 2010 – ma anche con Herbie Hancock, Melissa Aldana, Robert Glasper e George Duke – questi ultimi due hanno preso parte con lo stesso Hanriot alla stesura di Beautiful Life di Dianne Reeves nel 2014. Ed è proprio lo spiritaccio di Hancock e la giocosità di Glasper che mi sembrano i numi tutelari più idonei per Hanriot, particolarmente a riguardo di questo lavoro. Meno “sperimentale”, se vogliamo, di French Stories, più vicino a suggestioni funky-fusion e hip-hop ma con evidenti aperture verso un jazz piu contemporaneo,Time is Color appare naturalmente frammentato, così com’è forse nelle intenzioni dell’autore, arricchito da improvvise fasi di turbolenza e da momenti maggiormente distensivi. Lungi da considerarsi un corpus omogeneo, a tutti gli effetti l’album appare come un taglia-e-cuci di stili diversi – è presente anche una sorta di medley di un brano dei Nirvana con uno dei Massive Attack – ma il risultato finale è comunque una miscellanea avvincente e carica di sorprese.

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Mark Turner – Return From The Stars (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una disanima ragionata di questo Return from the stars ci porta a riflettere sulle caratteristiche compositive di Mark Turner, titolare di questa ultima uscita ECM realizzata in quartetto. Come lui stesso afferma, la sua scrittura, stilata soprattutto per le linee degli ottoni, non dà molte indicazioni alla ritmica del suo gruppo se non quelle minime essenziali. Riponendo la massima fiducia nella sensibilità e creatività altrui, Turner lascia che i suoi temi inneschino uno sviluppo che si renda via via più autonomo. Tuttavia l’ordine estremo che ne risulta farebbe pensare ad un rigore anche maggiore di quello che si voglia far credere. Non si ascoltano acrobatismi ammiccanti, improbabili prove dimostrative d’abilità strumentale ma siamo di fronte, invece, ad un’opera molto matura e moderna, una meditata esperienza d’assieme che merita di più che un’abituale doverosa attenzione. Come spesso succede, in questi ultimi tempi, si fa fatica a definire molta musica di questo tipo come “jazz”. L’impressione che questo attributo cominci ad andare stretto a certi artisti, da un lato eccita l’immaginazione e fa scaturire una domanda assolutamente lecita: quale direzione sta prendendo la musica contemporanea? Pian piano sono sempre meno frequenti le memorabilia del passato e davanti al nuovo, com’è in questo caso, ci si trova sull’orlo di uno spazio in via di esplorazione, proprio quello che Turner e compagni stanno compiendo per questo Return. Cominciamo dal titolo “fantascientifico”. Effettivamente esso proviene da un racconto dello scrittore di science-fiction Stanislaw Herman Lem che gli amanti del genere sicuramente conoscono per essere stato l’autore di Solaris, testo da cui il regista Tarkovskij trasse nel 1972 l’omonimo film. L’astronauta che “ritorna dalle stelle” è forse il modello comportamentale simbolico che più si avvicina a Turner, cioè un viaggiatore cosmico alla ricerca di uno spazio musicale inesplorato che fatica a riadattarsi, al suo ritorno, ad un certo conformismo compositivo. La musica che ne consegue è un azzardo collagistico di timbri, melodie, ritmi che pur muovendosi in ambito tonale dimostra una scintillante intelligenza strutturale. Quasi un modulo che parte dalla spettralità del Miles Davis dei primi ’60 per trovarsi, una volta detronizzato il modello ispirativo, a fondare una colonia di suoni nuovi, organizzandosi attorno agli incroci frequenti tra il sax dello stesso Turner e la tromba fosforescente di Jason Palmer.

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