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Michele Tino

Roy Mor – After the Real Thing (Ubuntu Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Questa è la storia di un uomo coraggioso. Laurea in filosofia, con un buon lavoro alla Microsoft e un innegabile talento pianistico. Un giorno quest’uomo molla tutto per seguire il suo sogno. Lascia Israele, sua terra d’origine, per andare a New York e diventare musicista professionista, compiendo quel post-romantico Grand Tour che vede gli USA come meta obbligata per la propria formazione musicale. Stiamo parlando di Roy Mor, giovane pianista e compositore esordiente in campo discografico che  in ossequio all’undicesimo comandamento biblico “non avrai altra passione all’infuori del jazz” ha seguito la sua stella cometa da Gerusalemme a New York e ritorno. Attraverso un percorso di specializzazione e affinamento con varie esperienze di collaborazioni, esibizioni, riconoscimenti e premiazioni, è finalmente approdato quest’anno alla sua prima uscita su disco per la Ubuntu Music. Bisogna dire che Mor non si è limitato ad essere un tassidermista dei propri sogni. Ha invece applicato alla perfezione tutto ciò che ha imparato in patria e all’estero, sviluppando un suono brillante, a tratti esplosivo, dimostrando di aver appreso tutti i segreti del moderno piano-jazz. Ci tengo a sottolineare l’aspetto energico del suo pianismo che però non gli prende mai la mano e quando è il momento del tocco delicato è capace di acquietarsi, di prendere distanza dall’euforia che pare spesso possederlo. In effetti, nonostante lo stesso Mor definisca, non senza una punta d’ironia, il suo suono come “biblico”, alludendo al multiculturalismo della sua terra d’origine, in questo disco After the real thing si respira un’atmosfera classicamente jazz-mainstream in cui le suggestioni popolari e tradizionali si avvertono solo in qualche aspetto circoscritto dell’intero lavoro.

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Michele Tino – Belle Époque (Auand Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si schermisce Michele Tino quando, sulla sua pagina web, esibisce i propri timori e insicurezze nel presentare il disco d’esordio Belle Époque. Pur potendo comprendere l’ansia che può accompagnare un musicista alla sua prima uscita discografica da titolare, bisogna altresì evidenziare che questo è un debutto eccellente che ci presenta un saxofonista di grande maturità tecnica ed espressiva. È anzi quasi incredibile che questo lavoro sia un’opera prima, ascoltandolo infatti senza conoscere nulla dell’autore si può decisamente pensare ad un musicista più navigato piuttosto che ad un esordiente. Del resto la Auand ha un catalogo ricco di ottimo jazz italiano, soprattutto interpretato da giovani leve e ci ha abituato, da tempo, all’ascolto di dischi di grande qualità come questo. Sarà pur vero come asserisce lo stesso autore che le composizioni presenti in Belle Époque risalgono a periodi temporali diversi, tuttavia l’assemblaggio delle stesse in un unico percorso non dimostra discontinuità, anzi, si può cogliere nella sequenza dei brani una buona omogeneità, una linearità esecutiva che dimostra tutta la bontà del progetto. Non è sempre così facile trovare i riferimenti espressivi nelle sonorità del sax, piuttosto morbide anche nei momenti di maggior impegno tecnico. Vi sono comunque degli evidenti richiami all’ispirazione-guida di Charlie Parker in alcuni brani – del resto quale sassofonista jazz non si è mai misurato con la sua influenza – ma in altri, presumibilmente composizioni più recenti, si avverte l’ascendente di musicisti di altra generazione come Steve Lacy e Wayne Shorter, soprattutto nell’esecuzioni delle scale che forzano la tonalità di base, entrando ed uscendo con eleganza dai limiti armonici d’impianto.

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