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Northern Spy Records

Jeremy Cunningham | Dustin Laurenzi | Paul Bryan – A Better Ghost (Northern Spy Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nonostante nessuno dei tre musicisti che compongono questo trio sia originario di Chicago, è proprio in questa città che le loro energie si sono incontrate e hanno dato vita al loro più recente lavoro, A Better Ghost. In realtà siamo di fronte al secondo album in assoluto da titolare del batterista Jeremy Cunningham insieme al saxofonista Dustin Laurenzi e al contrabbassista Paul Bryan, dopo The Weather Up There del 2020. La formazione pianoless non è incentrata però sul ruolo assoluto del sax alle prese con la ritmica. In questa musica è presente infatti una decisa componente elettronica, gestita in egual misura da Laurenzi e da Cunningham con campionamenti, loop e sequencer mescolati opportunamente al synt. Il jazz si sta pian piano abituando ad una sempre più costante presenza di elementi elettronici, anche se stiamo parlando, almeno in questo caso, di un’integrazione condotta in modo discreto, dove gli effetti costituiscono una sorta di cornice in aggiunta ai suoni consueti delle strumentazioni ellettroacustiche. Quello che conta, però, non è tanto l’utilizzo o meno di apparecchiature elettroniche, quanto la sostanza innovativa della musica che oggigiorno proviene prevalentemente da Chicago. Sarà pure un mio personale pallino ma il potere innovativo, svecchiante del jazz che sa offrire questa città, come ho personalmente rimarcato più volte, è qualcosa che appare sotto una luce diversa nell’odierno palcoscenico del jazz americano. Una musica che non avverte tanto il bisogno di recuperare i ricordo degli ancestors, quanto quello di proiettarsi verso un futuro che si scrive giorno dopo giorno, che si allontana dai luoghi rassicuranti del mainstream per imbroccare, o cercare di farlo, strade nuove. Nell’organizzazione di questo album è stato chiesto anche un aiuto esterno a Jay Bellerose per rinforzare le percussioni, a Josh Johnson per il sax contralto, a Will Miller per l’apporto della tromba ed infine all’angelica voce della contrabbassista-cantante Katie Ernst che compare nell’ultimo brano dell’album. L’atmosfera generale di questo lavoro non è delle più rasserenanti che possiamo ascoltare ma la leggera inquietudine che si genera è compatibile con la ricerca di una nuova coerenza poetica e musicale. Siamo di fronte ad un neorealismo in cerca di una chiave di decriptazione compatibile con il mondo contemporaneo, rimanendo al di qua dei confini ambigui del rumore e sfruttando la ricerca tonale per quanto possibile.

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Marc Ribot’s Ceramic Dog – Hope (Northern Spy Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Marc Ribot, nato nel 1954, originario del New Jersey, inizia a suonare la chitarra in improvvisati gruppi garage, studente di chitarra classica sotto il maestro hawaiano Frantz Casseus, dal 1978 trasferitosi a New York presta le sue doti di musicista e session man per musicisti soul e jazz della città.

Si è messo in luce come chitarrista colto e bizzarro con la formazione d’avanguardia newyorkese dei Lounge Lizards dal 1984 al 1988, al confine tra rock e free-jazz alla scuola della no-wave che ruota intorno alla Knitting Factory al fianco di John Lurie o come spalla di John Zorn, Tom Waits, Elvis Costello e Jazz Passengers.

I suoni della chitarra di Ribot sono talvolta estremamente cacofonici, ma da un altro lato suonano liquidi e swinganti. Meglio ancora, spesso passano da un estremo all’altro senza quasi farsene accorgere, ostentando una blasfema continuità di sensazioni benché la musica stia diventando sempre più dissonante. Il suo maestro riconosciuto è Albert Ayler. Dopo l’avventura caraibica con i suoi Los Cubanos Postizos (fine anni ’90) ritorna alla pura sperimentazione sonora e chitarristica.

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