I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non so come ricorderemo questo particolare periodo di tempo quando finirà ma di sicuro adesso la sensazione prevalente è lo straniamento. Se da una parte è giusto non indulgere troppo nel ricamare la tragicità del quadro (perché al netto dei morti e della situazione oggettivamente difficile di alcune province, in passato abbiamo vissuto ben di peggio), dall’altra è innegabile che essere strappati alla nostra quotidianità per essere proiettati in una prospettiva di incertezza economica e sociale, con poche speranze di una ripartenza a breve termine, è un’esperienza facilmente destabilizzante. Forse ancora di più per noi, figli di un benessere e di una comodità che neppure l’ondata brutale del terrorismo islamico ha saputo mettere davvero in discussione, abituati sempre come siamo a guardare le tragedie da lontano, come fossero una cosa che non ci riguardasse.
Adesso che un’emergenza la stiamo vivendo anche noi, adesso che siamo in qualche modo costretti a ripeterci che cosa c’è di veramente importante nelle nostre vite, un disco come quello di Alessandro Rocca potrebbe aiutarci a fare chiarezza. In primo luogo perché non è allineato alla schiera (pur valida, in certi casi) dei nuovi artisti da cameretta tutti hashtag e social network, spesso autoreferenziali anche nel racconto delle proprie ansie e paranoie. Al contrario, Alessandro ha trovato un modo per parlare di sé che suoni veramente diretto e accessibile a tutti, intimo e personale ma allo stesso tempo ostinato e chirurgico come solo la vera realtà sa essere. Oddio, probabilmente chi ha meno di trent’anni farà un po’ fatica ad entrare dentro un linguaggio così inesorabile e a tratti spigoloso, declinato all’interno di una proposta musicale che, per quanto melodicamente appetibile, non è esattamente la cosa più immediata della terra.
E poi c’è il fatto che “Transiti” ti sbatte la vita in faccia senza troppi compromessi, ti avvisa che crescere è un’avventura affascinante ma anche faticosa, che ci sono battute d’arresto, che si perdono affetti per strada, che alla fine si muore e che non è poi così scontato che si venga ricordati.
Un disco per pochi, forse ma allo stesso tempo un disco per chiunque ami confrontarsi davvero con l’arte, che per la sua stessa essenza non potrà mai essere davvero accomodante.
Detto molto brevemente, Transiti è per il momento il mio disco italiano dell’anno. Poi c’è pure il fatto che Alessandro è di Varese, città nella quale sono nato e cresciuto e che ho ancora profondamente nel cuore, nonostante l’abbia mollata definitivamente subito dopo il liceo. E Varese, per chi ama la musica, è stata teatro di una scena di primissimo livello, che ruotava accanto a La Sauna di Andrea Cajelli, alla Ghost Records e al Twiggy, in un intreccio di produttori, discografici e musicisti che per anni ha prodotto dischi di altissimo livello e la cui creatività non si è al momento ancora esaurita.
Con tutte queste premesse, Alessandro dovevo intervistarlo per forza. E così, in un pomeriggio di questa lunga quarantena, ci siamo sentiti al telefono ed abbiamo approfondito un po’ i contenuti di questo lavoro sorprendente…

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