R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non conosco il motivo del ritardo riguardo alla pubblicazione di questo nuovo disco di Amit Friedman, Unconditional Love. Finito di registrare nell’estate del 2018, forse per l’intoppo pandemico che ha colpito duro anche Israele, il terzo lavoro da titolare di Friedman esce solo ora a quasi tre anni di distanza dalla sua realizzazione. Giustamente celebrato in patria, meno conosciuto oltre confine, Friedman conduce il suo sax, soprattutto il tenore, verso una dimensione brillante di sonorità limpide e aperte, con un fraseggio spesso serrato ma estremamente preciso nell’articolazione. Il suo modo di suonare forse non presenta caratteri di estrema originalità ma si allinea, a mio parere, al percorso di altri sassofonisti come l’americano Eric Alexander, perlomeno nei momenti di soffio più spinto. Nei brani più lenti Friedman non si lascia mai andare alle svenevolezze, ventilando qualche somiglianza al soprano con Javier Girotto o forse anche con Paul McCandless degli Oregon, per certe intenzioni melodiche dal sentimento leggermente malinconico. Con una dedica al proprio padre, appassionato di jazz che gli ha evidentemente trasmesso questo trasporto, Friedman edita Unconditional Love forte dell’apporto ben strutturato del suo gruppo che lo segue in questo percorso.

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