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Avishai Cohen

Avishai Cohen – Shifting Sands (Naïve Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci vuole coraggio per chiamare Shifting Sands (sabbie mobili) l’ultimo disco di Avishai Cohen – il contrabbassista, non il trombettista omonimo che abbiamo da poco recensito qui su Off Topic. Se il titolo pare suggerire una perdita di stabilità e un’eventuale involuzione immobilista, la musica per fortuna s’indirizza verso tutt’altra direzione. Il costante desiderio di non insabbiarsi, tanto per restare in tema, è reso evidente dal profondo cambiamento avvenuto, nel tempo, nella struttura dell’Avishai Cohen Trio. La partecipazione di Shai Maestro al pianoforte, avvenuta dal 2008 al 2011, è ormai un ricordo, così come il passaggio di Mark Guiliana alla batteria, nel lasso di tempo che va dal 2003 al 2008. Al loro posto, attualmente, un pianista dell’Azerbaigian, il quarantenne Elchin Shirinov già notato in Arvoles, album del 2019 e presente in Two Roses del 2021. Una minuta ragazza israeliana appena ventunenne, Roni Kaspi, compare invece alla batteria. Ci troviamo di fronte ad un tipo di mutazione fenotipica non da poco che è servita da forte stimolo per Cohen, come lui stesso racconta. I due nuovi musicisti, infatti, sono praticamente cresciuti ascoltando la musica del contrabbassista e in una sorta di latente tensione edipica si sono messi professionalmente in positiva competizione con il loro riferimento, innescando un’eccitante trazione psicologica che ha evidentemente giovato all’economia musicale del gruppo. In effetti colpisce molto la maestria, colma d’influssi classicheggianti, del nuovo pianismo di Shirinov e l’alternanza tra delicatezza percussiva e spinta propulsiva della batterista. I due musicisti entrano nelle maglie della struttura composta da Cohen in modo estremamente naturale, tanto che si ha persino l’impressione di una collaborazione molto più rodata di quanto non sia avvenuto in realtà. Avishai Cohen ha nella sua storia personale un importante tirocinio a fianco di Chick Corea iniziato verso la seconda metà degli anni ’90 ed una serie di collaborazioni, ad esempio con Danilo Perez, Roy Hargrove, Herbie Hancock, Bobby Mc Ferrin ed altri ancora. Il suo modo di suonare è alieno da ogni convulsione sincopata e si mantiene vicino ad un limpido modello di purismo melodico. Anche negli assoli è possibile percepire le singole note che scorrono veloci senz’accavallamenti, scandendo tempi e spazi con rigorosa chiarezza. Ho sempre pensato che Cohen fosse un contrabbassista in possesso di un certo dinamismo e la presenza di Shirinov e Kaspi offre al sound complessivo una rotondità ed una dolcezza, almeno su disco, come forse non si era mai avvertita prima. È palese che il contrabbassista abbia nella formazione a trio la sua stella polare e che questa sia, in un certo qual modo, il punto di riferimento stabilizzante, dopo tutte le sue esperienze aliene, perfino con grandi orchestre come in Two Roses. In effetti si ha proprio la sensazione che la formazione à trois resti, per Cohen, il suo mondo ideale, il palcoscenico migliore per esprimere ed affinare la propria comunicativa.

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Avishai Cohen – Naked Truth (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il percorso del trombettista Avishai Cohen – da non confondere con l’omonimo contrabbassista – riflette in pieno il concetto antico del “Pathei Mathos”, per cui attraverso la lotta e la sofferenza si arriva alla conoscenza. Così racconta lo stesso Cohen focalizzando l’attenzione sul punto di partenza di tutto questo lavoro, cioè sul tema inquieto che si avverte all’inizio del secondo brano di Naked Truth, ultima uscita ECM. Un grumo melodico che girerà nella mente di Cohen per circa due anni, prima di essere sviluppato e sperimentato attraverso un’opera quasi completamente improvvisata come questa. In tutti i lavori in cui la parte di composizione estemporanea è preponderante, alle volte le orbite strumentali diventano molto irregolari, disadorne non per scelta ma per necessità di reciproca comprensione tra gli strumenti. Come se talora il discorso s’interrompesse, s’inciampasse nel timore di perdere il filo conduttore, costretto all’attenta vigilanza dalla dinamica autonoma del flusso sonoro così improvvisato. Tutto ciò è molto naturale e giustificabile, tuttavia si ha l’impressione che gli aspetti migliori di questa “nuda verità” siano quelli in cui si avverte un intervento più ragionato, maggiormente meditato, nei quali la tentazione di lasciarsi andare alla corrente dell’estemporaneità tenda a ridimensionarsi. Non viene comunque mai a mancare la Poesia e non parlo solo di quella recitata dallo stesso Cohen, che s’impegna in un’opera della poetessa israeliana Zelda Schneersohn Mishovsky come appare nell’ultimo brano Departure insieme al commento di  un sottofondo musicale. Tutto l’album vibra di un sentimento poetico pervasivo teso alla ricerca di una verità interiore, una convinta parresia che ponga l’Uomo di fronte allo specchio della propria coscienza per potersi riconoscere o meno ma comunque senza fuggire alla propria e profonda rivelazione di Sé. Una ricerca esistenziale, quindi, oltre che un viaggio prettamente musicale.

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Avishai Cohen – Big Vicious (ECM Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Avishai Cohen è un trombettista israeliano che vive negli Stati Uniti e Big Vicious è il nome del gruppo che ha formato, circa sei anni fa, composto da Uri Ramirez alla chitarra, Yonatan Albalak alla chitarra e basso, Aviv Cohen alla batteria, Ziv Ravitz alle percussioni e all’elettronica. Un gruppo esposto ai venti di tante influenze diverse: elettronica, ambient, psichedelica, ma anche groove e persino pop music. Per ammissione dello stesso Cohen non è stato facile far convivere tanti spunti e tante diverse personalità. Per avere un’idea del disco basta incominciare l’ascolto da Fractals, basata su una cosiddetta “scala indiana” per chitarra e che porta in realtà, con sé ritmi e sonorità che spaziano dalla psichedelia ai soliloqui trombettistici del jazz “freddo”.

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