L E T T U R E


Recensione al libro di Elisabetta Ferri e alcune considerazioni sul genere fantastico

Articolo di Simone Santi

‹‹[…] Dunque, l’arte che vuole? Questo solo:
che si veda quello che si sente e si senta
quello che non si vede, ma nell’aria,
anche da lontano, già profuma.››[1]

V. Cozzoli
 

Ricordo alcuni anni fa che la scrittrice Silvana De Mari era solita iniziare le proprie conferenze, presentandosi come autrice di romanzi fantasy, con una salace citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo in uno dei loro celebri sketch, quello in cui i tre, mascherati con tanto di costumi e corna, parodiavano proprio questo genere letterario giocando con l’immaginario di alcuni suoi clichè e stereotipi linguistici:‹‹Io sono il grande Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Istar, della terra desolata del Kfnir…››. Scopo di tale richiamo da parte della scrittrice era di dare un divertente esempio riguardo alla considerazione che generalmente viene tributata al fantasy presso la critica letteraria più colta e per certi versi anche nell’immaginario comune, che lo vogliono tra i generi cosiddetti minori; a dispetto per la verità di un certa fama della quale esso ha sinceramente goduto in anni recenti sull’onda lunga del successo editoriale di alcuni titoli e dell’affluenza di pubblico nelle sale per assisterne alle riduzioni cinematografiche.

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