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Mark Turner – Return From The Stars (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una disanima ragionata di questo Return from the stars ci porta a riflettere sulle caratteristiche compositive di Mark Turner, titolare di questa ultima uscita ECM realizzata in quartetto. Come lui stesso afferma, la sua scrittura, stilata soprattutto per le linee degli ottoni, non dà molte indicazioni alla ritmica del suo gruppo se non quelle minime essenziali. Riponendo la massima fiducia nella sensibilità e creatività altrui, Turner lascia che i suoi temi inneschino uno sviluppo che si renda via via più autonomo. Tuttavia l’ordine estremo che ne risulta farebbe pensare ad un rigore anche maggiore di quello che si voglia far credere. Non si ascoltano acrobatismi ammiccanti, improbabili prove dimostrative d’abilità strumentale ma siamo di fronte, invece, ad un’opera molto matura e moderna, una meditata esperienza d’assieme che merita di più che un’abituale doverosa attenzione. Come spesso succede, in questi ultimi tempi, si fa fatica a definire molta musica di questo tipo come “jazz”. L’impressione che questo attributo cominci ad andare stretto a certi artisti, da un lato eccita l’immaginazione e fa scaturire una domanda assolutamente lecita: quale direzione sta prendendo la musica contemporanea? Pian piano sono sempre meno frequenti le memorabilia del passato e davanti al nuovo, com’è in questo caso, ci si trova sull’orlo di uno spazio in via di esplorazione, proprio quello che Turner e compagni stanno compiendo per questo Return. Cominciamo dal titolo “fantascientifico”. Effettivamente esso proviene da un racconto dello scrittore di science-fiction Stanislaw Herman Lem che gli amanti del genere sicuramente conoscono per essere stato l’autore di Solaris, testo da cui il regista Tarkovskij trasse nel 1972 l’omonimo film. L’astronauta che “ritorna dalle stelle” è forse il modello comportamentale simbolico che più si avvicina a Turner, cioè un viaggiatore cosmico alla ricerca di uno spazio musicale inesplorato che fatica a riadattarsi, al suo ritorno, ad un certo conformismo compositivo. La musica che ne consegue è un azzardo collagistico di timbri, melodie, ritmi che pur muovendosi in ambito tonale dimostra una scintillante intelligenza strutturale. Quasi un modulo che parte dalla spettralità del Miles Davis dei primi ’60 per trovarsi, una volta detronizzato il modello ispirativo, a fondare una colonia di suoni nuovi, organizzandosi attorno agli incroci frequenti tra il sax dello stesso Turner e la tromba fosforescente di Jason Palmer.

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Emile Parisien – Louise (ACT Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Possiamo veramente affermare che, nel caso del quarantenne sassofonista francese Emile Parisien, un festival jazz come quello di Marciac – su YouTube circolano molti concerti registrati nel corso degli anni in questa località dell’Occitania – sia stato un importante propulsore della sua attività professionale. Proprio in questa manifestazione Parisien ha avuto l’opportunità di testare le proprie capacità strumentali con partner di livello come Wynton Marsalis, Clark Terry, Bobby Hutcherson e altri ancora. Con questo suo nuovo album Louise egli celebra i dieci anni di sodalizio con ACT potendo contare alfine su una dozzina di dischi prodotti finora in carriera, tenendo conto anche di quelli pubblicati con altre etichette. Il sax dentro cui soffia Parisien è il soprano ma in questo caso non vale l’usuale paragone con Coltrane. Niente trascendenze, niente rabbia, Parisien si avvicina alle sonorità pulite di un Sidney Bechet anche se l’essenza musicale è molto diversa. Il nitore sonoro del suo strumento si mantiene costante anche nei momenti più concitati, conservando una particolare nuance luminosa ed una mercurialità personalissima nel passare tra i diversi stati emotivi proposti dalla sua musica. Nel caso di questo suo ultimo lavoro, Parisien ha organizzato una band che in realtà è un vero e proprio ponte culturale tra gli USA e l’Europa, distribuendo ruoli e tendenze tra personalità differenti che trovano in questo frangente l’occasione per creare una propositiva collaborazione. Ci sono quindi tre musicisti americani come lo straordinario batterista Nasheet Waits – un propellente ritmico alla Art Blackey ma calato ovviamente ai giorni nostri – la tromba vellutata di Theo Crocker – nipote del trombettista Doc Cheatham – e il contrabbasso di Joe Martin. I componenti europei, oltre allo stesso Parisien, sono il francese Manu Codjia alla chitarra elettrica e l’italiano – naturalizzato francese – Roberto Negro al pianoforte.

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